Luigi Pirandello.
LA NUOVA COLONIA. O DI UNO O DI NESSUNO.


Con  la  cronologia  della  vita  di  Pirandello  e  dei  suoi  tempi,
un'introduzione  e  una bibliografia a cura di Corrado Simioni e Elena
Albertini.

    "La nuova colonia" copyright Marta Abba.
    Copyright  1951  Arnoldo  Mondadori  Editore  S.p.A.,  Milano  per  la
    raccolta di tutto il teatro in lingua italiana di Luigi Pirandello.
    Prima edizione B.M.M. ottobre 1951.
    2 edizioni Oscar Libreria.
    Prima edizione Oscar Mondadori novembre 1981.
    Prima edizione Oscar Teatro e Cinema gennaio 1988.
    Seconda ristampa Oscar Teatro e Cinema agosto 1990.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.

    SOMMARIO.

    Pirandello e il suo tempo.
    Introduzione.
    Alcuni giudizi critici.
    La nuova colonia.
    O di uno o di nessuno.
    Bibliografia.

    Pirandello e il suo tempo.
    La vita e le opere (1867-1936).

    1867-1879.
    Luigi  Pirandello nasce a Girgenti - poi Agrigento - il 28 giugno 1867
    da Caterina Ricci-Gramitto e da Stefano Pirandello. La madre proveniva
    da una famiglia che aveva partecipato alle lotte antiborboniche e  per
    l'unit  d'Italia.  Il  padre  Stefano  era  stato garibaldino.  Luigi
    trascorse la sua prima infanzia tra Girgenti e  Porto  Empedocle,  sul
    mare. Assiduo lettore di romanzi, a dodici anni scrive una tragedia in
    cinque atti che rappresent con le sorelle e gli amici.

    1880-1886.
    Il  padre,  vittima di una frode,  cade in dissesto,  e la famiglia si
    trasferisce  a  Palermo.  Nascono  in  Pirandello,   fanciullo  e  poi
    adolescente,  le prime appassionate accensioni sentimentali; comincia,
    in quegli anni,  la sua preparazione umanistica e  si  palesa  la  sua
    vocazione  letteraria.  Nel  1885  la  famiglia  si stabilisce a Porto
    Empedocle e Luigi rimane a Palermo, dove,  lo stesso anno,  termina il
    liceo. Ritornato a Porto Empedocle prende coscienza della realt umana
    e  sociale  delle  solfatare.  Si  iscrive  alle facolt di legge e di
    lettere a Palermo,  dove conosce alcuni dei futuri dirigenti dei Fasci
    siciliani.

    1887-1891.
    Nel  novembre del 1887 si iscrive all'universit di Roma.  Vive alcuni
    mesi in casa dello zio Rocco, luogotenente di Garibaldi ad Aspromonte.
    Scrive in  questo  periodo  alcune  opere  teatrali  che  sono  andate
    perdute.  Nell"89 pubblica "Mal giocondo",  una raccolta di poesie. In
    seguito a  un  incidente  con  un  insegnante  decide  di  abbandonare
    l'universit  di  Roma  e  continua  gli studi a Bonn,  dove scrive le
    liriche raccolte in "Elegie renane" e "Pasqua di  Gea".  Il  21  marzo
    1891  si  laurea  con  una  tesi  sugli sviluppi fonetici dei dialetti
    greco-siculi.

    1892-1902.
    Rientrato a Roma,  collabora  a  diverse  riviste  letterarie.  Il  27
    gennaio 1894 sposa a Girgenti Maria Antonietta Portulano.  Fra il 1895
    e il 1899 nascono tre  figli:  Stefano,  Lietta  e  Fausto.  Nel  1894
    pubblica  una prima raccolta di novelle "Amori senza amore".  Dal 1897
    insegna letteratura italiana all'Istituto superiore di Magistero.  Nel
    1898  stampa  sulla  rivista "Ariel" il primo testo teatrale,  un atto
    unico dal titolo "L'epilogo",  poi ribattezzato "La morsa".  Nel  1901
    pubblica il romanzo "L'esclusa" e nel 1902 "Il turno".

    1903-1910.
    Una  frana  allaga  all'improvviso  la zolfara nella quale il padre di
    Pirandello aveva investito i suoi averi e la dote di Maria Antonietta.
    Lo scrittore si trova in gravi difficolt economiche e sembra  pensare
    al  suicidio.  Forse  sulla  base  di  questa esperienza scrive "Il fu
    Mattia Pascal" (1904). Moltiplica il suo lavoro letterario. Continua a
    collaborare al "Marzocco" e alla "Nuova antologia" e comincia  a  dare
    lezioni  private di tedesco e di italiano: una vita di intenso lavoro.
    Nel  1908  viene  nominato  ordinario   dell'Istituto   superiore   di
    Magistero;  nello stesso anno scrive due saggi: "L'umorismo" e "Arte e
    scienza". Ne nasce una lunga polemica con Benedetto Croce. Il successo
    del "Fu Mattia Pascal",  tradotto  subito  in  varie  lingue,  vale  a
    Pirandello l'ingresso nella importante Casa editrice Treves. Collabora
    alla  rivista  "Trisettimanale politico-militare" e successivamente al
    "Corriere   della   Sera".   Nel   1909   pubblica   sulla   "Rassegna
    contemporanea"  il romanzo "I vecchi e i giovani".  Il 9 dicembre 191O
    vengono rappresentati al Teatro Metastasio di Roma gli atti unici  "La
    morsa" e "Lumie di Sicilia".  Nel 1910 pubblica la raccolta di novelle
    "La vita nuda".

    1911-1917.
    Nel 1913 riscrive "I vecchi e i  giovani",  che  viene  pubblicato  in
    volume da Treves. Nel 1912 pubblica la raccolta di novelle "Terzetti";
    "La trappola", altra raccolta di novelle, esce nel 1915, sempre per le
    edizioni  Treves.  Tra  il  1912  e  il 1915 scrive una cinquantina di
    novelle,  tra cui "Berecche e  la  guerra",  in  parte  pubblicate  su
    rivista,  le pi raccolte in volume.  Nel luglio del 1916 Angelo Musco
    porta  al  successo  "Pensaci,  Giacomino!".   Pirandello,   stimolato
    dall'esito della commedia, scrive altre opere teatrali: "Il berretto a
    sonagli" e "Liol",  entrambe rappresentate da Musco.  Nel 1917 scrive
    le commedie:  "Cos    (se  vi  pare)",  "La  giara"  e  "Il  piacere
    dell'onest",  che vengono rappresentate lo stesso anno.  Queste opere
    segnano il passaggio dal verismo all'arte propriamente  pirandelliana.
    Nel  1915 gli muore la madre,  e si aggrava la malattia psichica della
    moglie.  Inoltre il figlio Stefano viene  inviato  al  fronte  e  cade
    prigioniero.

    1918-1922.
    Scrive "Il giuoco delle parti" e "Ma non  una cosa seria", portati in
    scena  rispettivamente  da  Ruggero  Ruggeri  e  da Emma Gramatica sul
    finire del 1918.  Presso Treves esce il volume di novelle "Un  cavallo
    nella  luna".  Nel  1920  lascia  l'editore Treves e diventa autore di
    Bemporad.   Il  10  maggio  1921  Dario  Niccodemi  rappresenta   "Sei
    personaggi  in  cerca d'autore",  che provoca contrasti nel pubblico e
    nella critica. Nel 1921 la figlia Lietta si sposa e si trasferisce nel
    Cile.  Il 24 febbraio  1922  viene  rappresentato  l'"Enrico  Quarto",
    mentre  altre  sue  opere  entrano  nel  repertorio di molte compagnie
    italiane.  Nello stesso anno scrive "Vestire  gli  ignudi",  mentre  a
    Londra  e  a New York vengono rappresentati i "Sei personaggi in cerca
    d'autore".  Sempre nel 1922,  Adriano Tilgher,  amico e ammiratore  di
    Pirandello,  pubblica "Studi sul teatro contemporaneo", opera che pone
    le basi della critica pirandelliana.

    1923-1930.
    Prosegue la febbrile attivit letteraria di Pirandello: fra il  '22  e
    il '23 scrive gli atti unici "All'uscita",  "L'imbecille", "L'uomo dal
    fiore in bocca" e "L'altro figlio", e la commedia in tre atti "La vita
    che ti diedi".  Nel 1924 scrive per il teatro "Ciascuno a  suo  modo",
    nel 1927 "Diana e la Tuda",  nel 1929 "Lazzaro",  nel 1930 "Come tu mi
    vuoi"  e  "Questa  sera  si  recita  a  soggetto".  Contemporaneamente
    riprende a scrivere novelle e romanzi nel 1926 pubblica "Uno,  nessuno
    e centomila". Stefano Pirandello, Orio Vergani,  Massimo Bontempelli e
    altri  fondano  a  Roma  un  Teatro  d'Arte:  la direzione artistica 
    assunta da Pirandello.  In questa Compagnia  debutta  Marta  Abba,  la
    giovanissima  interprete che diverr l'ispiratrice dell'opera di Luigi
    Pirandello  degli  ultimi  anni.  Nel  1928,  scioltasi  la  Compagnia
    Pirandelliana,  Marta  Abba  former  poi  una  propria  Compagnia che
    porter ovunque il teatro di Luigi Pirandello.

    1931-1936.
    Il  successo  internazionale  del  suo  teatro  induce  Pirandello   a
    viaggiare  ininterrottamente.  Sono  forse gli anni migliori della sua
    vita.  Il 9 novembre 1934 riceve a Stoccolma il Premio  Nobel  per  la
    letteratura.  Scrive i drammi "Trovarsi" (1932), "La favola del figlio
    cambiato" (1933),  "Quando si  qualcuno" (1933),  "Non  si  sa  come"
    (1934)  e "I giganti della montagna".  Quest'ultimo rester incompiuto
    (manca il terzo atto,  che Pirandello non giunse  a  scrivere  ma  che
    raccont al figlio Stefano) e andr in scena,  postumo,  a Boboli il 5
    giugno 1937.  Scrive inoltre un soggetto cinematografico e un libretto
    d'opera. Muore il 10 dicembre 1936.

    La vita politica e sociale.

    1867-1879.
    Sono  gli  anni  in  cui  l'Italia  unificata  deve  affrontare  gravi
    problemi. La questione romana divide gli italiani sul piano politico e
    religioso.  La guerra franco-prussiana consente all'esercito  italiano
    di entrare in Roma, che diventa capitale del regno. Si attua in questi
    anni  il  passaggio  dal governo della Destra a quello della Sinistra,
    guidata da Depretis,  con il suo cosiddetto "trasformismo".  Nel  1878
    muore Vittorio Emanuele Secondo.

    1880-1886.
    Il  "trasformismo"  di  Depretis  riesce  a dare un governo stabile al
    paese,  ma non ne risolve i problemi: primo fra tutti quello  sociale.
    Si   rafforza  il  movimento  operaio  e  nelle  elezioni  dell"82  si
    verificano i primi successi socialisti.  L'Italia stringe con Germania
    e  Austria  la  Triplice Alleanza,  mentre nel paese prendono forza le
    correnti militariste. Garibaldi muore nei 1882.

    1887-1891.
    Primo ministero Crispi,  che intraprende  la  politica  coloniale.  Si
    allarga  in  Italia  e  in Europa la questione sociale: nelle maggiori
    citt italiane si costituiscono le prime Camere del Lavoro.  Nel  1889
    vengono  fondati  a Messina i Fasci siciliani,  che si estendono poi a
    Catania e a Palermo.

    1892-1902.
    Nel 1893 si  produce  in  tutta  la  Sicilia  un'impetuosa  agitazione
    sociale. Nello stesso anno avviene lo scandalo della Banca Romana. Nel
    1894,  in  seguito  a  gravi  disordini,  viene  proclamato  lo  stato
    d'assedio per l'intera Sicilia. Nel 1898 la tensione sociale in Italia
    si aggrava: a Milano il  generale  Bava  Beccaris  dichiara  lo  stato
    d'assedio,   e   molti  cittadini  cadono  vittime  della  repressione
    militare. 1900: Umberto Primo  ucciso a Monza dall'anarchico Bresci.

    1903-1910.
    Dopo la  caduta  -  1903  -  del  ministero  Zanardelli,  l'Italia  si
    riaccosta alla Francia. La vita politica italiana  dominata per oltre
    un decennio da Giolitti. Il distacco progressivo dagli imperi centrali
      stimolato  dal nazionalismo.  All'interno si inizia una politica di
    apertura sociale e viene richiesto il suffragio universale.  In questi
    anni  l'Italia  progredisce  economicamente  e  socialmente;   aumenta
    tuttavia la sperequazione economica tra nord e sud.  Giolitti tenta di
    assorbire sul piano parlamentare le forze socialiste.

    1911-1917.
    La  guerra  in  Libia  -  1911-1912 - termina con la vittoria italiana
    sulla Turchia.  L'introduzione del suffragio universale  e  il  ritiro
    dell'appoggio  da parte dei socialisti porta Giolitti ad accostarsi ai
    cattolici. Le elezioni del 1913 vedono la vittoria del blocco clerico-
    moderato,  che d al  governo  un'impronta  conservatrice.  Nel  1914,
    avvengono  in Italia gravi disordini sociali,  mentre scoppia la prima
    guerra mondiale.  L'Italia interviene nel 1915.  Nel  1917  l'esercito
    italiano  subisce  la  sconfitta  di  Caporetto.  In Russia trionfa la
    rivoluzione bolscevica.

    1918-1922.
    Conclusa vittoriosamente la  guerra,  l'Italia  entra  in  uno  tra  i
    periodi  pi  tormentati  della sua storia.  Il ritorno di Giolitti al
    governo non ristabilisce  l'equilibrio  politico.  Mentre  gran  parte
    dell'Europa    scossa  dalla  lotta  tra forze rivoluzionarie e forze
    conservatrici  o  reazionarie,   in  Italia  le  agitazioni   prendono
    caratteri  di violenza particolarmente aspri e prolungati.  Nascono il
    Partito popolare e il Partito comunista. L'impresa dannunziana a Fiume
    e i timori della piccola e media  borghesia  favoriscono  le  correnti
    nazionalistiche.  Mussolini  guida il movimento fascista che giunge al
    potere nel 1922.  In Germania la lotta politico-sociale mette  gi  in
    pericolo  la  repubblica  di  Weimar  che  ha  raccolto  l'eredit del
    disciolto impero germanico.  La Societ  delle  Nazioni,  fondata  nel
    1920,  incapace di ristabilire un equilibrio mondiale.

    1923-1930.
    Superata  la crisi per l'assassinio di Matteotti (1924),  che sembrava
    aver segnato la condanna definitiva per il governo fascista, Mussolini
    rafforza il suo potere. Nel 1925 viene soppressa ogni libert, e negli
    anni seguenti tutte le organizzazioni democratiche  sono  sciolte.  Il
    crollo  della  Borsa  di New York porta,  nel 1I929,  a una gravissima
    crisi mondiale.

    1931-1936.
    Germania,  Austria e Portogallo  cadono  a  loro  volta  sotto  regimi
    fascisti;  in  Russia  lo  stalinismo soffoca ogni fermento di libert
    politica  e  culturale.   L'Italia  invade  l'Etiopia  e  dopo  averla
    conquistata  (1935-'36)  si  trasforma  in "impero".  Hitler riarma la
    Germania e  si  appresta  a  scatenare  l'attacco  contro  le  nazioni
    democratiche e l'Unione Sovietica. Ha inizio la guerra di Spagna.


    La vita letteraria e artistica.

    1867-1879.
    Nascono  in  questi  anni Trilussa,  Marinetti,  la Deledda,  Proust e
    Thomas Mann. Nel 1873 muore Manzoni. Nel 1870-1871 viene pubblicata la
    "Storia della letteratura italiana" di De Sanctis; nel 1872 il "Teatro
    italiano  contemporaneo"  di  Luigi  Capuana,  manifesto  del  verismo
    italiano.  Carducci pubblica "Giambi ed epodi" e le "Odi barbare".  La
    letteratura europea si arricchisce  di  nuove  opere  di  Dostoevskij,
    Flaubert, Ibsen, Tolstoj, Zola.

    1880-1886.
    Nascono Saba,  Tozzi,  Gozzano,  Joyce,  Kafka,  Lukcs, Pound. Mentre
    Carducci domina nella cultura letteraria italiana, comincia a emergere
    D'Annunzio,  che pubblica nel 1882 "Canto novo",  e quindi "Intermezzo
    di  rime"  e  i  migliori  racconti.  Verga pubblica alcuni tra i suoi
    capolavori:  "Vita  dei  campi"  (1880),  "I  Malavoglia"  (1881),  le
    "Novelle rusticane" (1883). "Cavalleria rusticana" viene rappresentata
    per  la  prima  volta  nel 1884.  Tra il 1885 e il 1886 si diffonde il
    termine "decadente" per indicare le opere di  poeti  come  Verlaine  e
    Mallarm. Nel 1883 Nietzsche pubblica "Cos parl Zaratustra".

    1887-1891.
    In Italia,  accanto a Carducci,  si riafferma il valore delle opere di
    D'Annunzio e si rivela quello della poesia  pascoliana.  Nel  1888  De
    Marchi pubblica il "Demetrio Pianelli";  nel 1889 appaiono il "Mastro-
    don Gesualdo" di Verga e "Il piacere" di D'Annunzio.  Si  stampano  le
    opere dei filosofi Henri Bergson e William James. Sulle scene italiane
    primeggiano  gli  attori  Zacconi  e  Salvini,  con  un repertorio che
    comprende Giacosa, Praga, Bertolazzi, Shakespeare e Ibsen.  L'attivit
    drammaturgica di Ibsen e Strindberg continua ad affermarsi. Comincia a
    prendere rilievo la personalit di Stanislavskij, che fonda il Circolo
    moscovita di arte e letteratura.

    1892-1902.
    Muoiono  in questo periodo Daudet,  De Marchi,  Zola.  Nascono Corrado
    Alvaro,  Montale,  Quasimodo,  Majakovskij,   Brecht.   In  Italia  si
    pubblicano "I vicer" di De Roberto (1894),  "Piccolo mondo antico" di
    Fogazzaro  (1895),  "Senilit"  di  Svevo  (1898),   "Il  Marchese  di
    Roccaverdina" di Capuana (1901).  Thomas Mann pubblica "I Buddenbrook"
    (1901), Maurice Blondel "L'azione" (1893), Bergson "Materia e memoria"
    (1896),  James "La volont  di  credere"  (1897),  Bergson  "Il  riso"
    (1900),  Croce  "L'Estetica"  (1902).  Sulle  scene  italiane  vengono
    rappresentati "Come le foglie" di Giacosa,  "Cirano  di  Bergerac"  di
    Rostand e "Romanticismo" di Rovetta. Eleonora Duse porta sulle scene i
    primi  drammi  di  D'Annunzio.  Nel 1898 Stanislavskij fonda il Teatro
    d'Arte  di  Mosca:  si  rappresentano  opere  di  Ibsen,   Gorkij,   e
    soprattutto di Cechov.

    1903-1910.
    Nascono  in  questo  periodo Brancati,  Moravia,  Vittorini,  Pavese e
    Sartre.  Muoiono Ibsen,  Cechov e Jarry,  Carducci e Tolstoj.  Pascoli
    eredita  la  cattedra  di  Carducci  a  Bologna.  Il  20 febbraio 1909
    Marinetti pubblica il primo manifesto del futurismo.  Prezzolini e  De
    Robertis fondano "La voce". Sulle scene vengono rappresentate opere di
    D'Annunzio e di Sem Benelli. Stanislavskij allestisce con Gordon Craig
    un  memorabile  "Amleto",   che  esemplifica  tutte  le  nuove  teorie
    rappresentative.  Freud pubblica  i  "Tre  saggi  sulla  teoria  della
    sessualit";  nel  1908  si tiene a Salisburgo il primo convegno sulla
    psicoanalisi.

    1911-1917.
    Muoiono in questo periodo Fogazzaro, Pascoli, Graf,  Capuana,  Tommaso
    Salvini, Gozzano e Strindberg. Poeti come Palazzeschi e Gozzano, Saba,
    Rebora,  Campana, Ungaretti, Cardarelli, Bacchelli segnano, insieme ai
    nuovi prosatori, una rigogliosa fioritura letteraria.  Il neoidealismo
    di  Gentile  e  di  Croce  si  ormai affermato sulle vecchie correnti
    positivistiche. Dopo che nel 19I0 Marinetti, Carr,  Boccioni,  Balla,
    Russolo  e  Severini hanno pubblicato il primo manifesto della pittura
    futurista,  nel 1912 appare il "Manifesto  tecnico  della  letteratura
    futurista".  Nascono  nel  frattempo in Russia i gruppi egofuturisti e
    cubofuturisti.   Majakovskij  scrive  nel  1913  il  suo  primo  testo
    teatrale:   "Vladimir   Majakovskij".   Viene  fondata  l'Associazione
    internazionale di psicoanalisi.  Nel 1913  comincia  la  pubblicazione
    della  "Ricerca del tempo perduto" di Proust.  Lo stesso anno Einstein
    diffonde la teoria della relativit.

    1918-1922.
    Muoiono Tozzi, Verga, Wedekind, Proust.  Anche in Italia si diffondono
    le  esperienze  di  avanguardia europee.  Si pubblicano le raccolte di
    poesie di Ungaretti. Sulle scene appaiono i drammi di Bontempelli e di
    Rosso di San Secondo,  nei quali  evidente l'influenza di Pirandello.
    Dal  1919  al 1923 esce a Roma la rivista "La Ronda".  Nel 1918 Simmel
    pubblica "Il conflitto della civilt  moderna",  e  Joyce,  nel  1922,
    l'"Ulisse".  In  questi  anni Brecht scrive e rappresenta i suoi primi
    drammi.  In  Russia  fioriscono,   favoriti  dalla  rivoluzione,   gli
    esperimenti   teatrali  di  Majakovskij  e  di  Mejerchol'd.   Vengono
    pubblicate alcune opere fondamentali di Freud e di Jung.

    1923-1930.
    Muoiono De Roberto,  Svevo,  Praga.  Si pubblicano "Ossi di seppia" di
    Montale  (1925),   "Gente  di  Aspromonte"  di  Alvaro  (1930),   "Gli
    indifferenti"  di  Moravia  (1929).   Nel   1925   Gentile   e   altri
    intellettuali   sottoscrivono   il   "Manifesto   degli  intellettuali
    fascisti", e Umberto Fracchia fonda la "Fiera letteraria".  Sempre nel
    1925  Kafka  pubblica "Il castello".  Mentre in Francia si affermano i
    surrealisti,  il cui testo teatrale principale  "Victor,  o i bambini
    al  potere",  in  Germania  si  diffondono  le  esperienze dadaiste ed
    espressioniste.  Toller rappresenta "Uomo massa" e Goering  "Battaglia
    navale". Piscator fonda il Teatro politico, e Brecht pubblica nel 1926
    la  sua  prima  raccolta  di  poesie;  scrive  in seguito una serie di
    drammi,  il pi famoso  dei  quali,  "L'opera  da  tre  soldi",  viene
    rappresentato  in  Italia  da  Anton Giulio Bragaglia.  Si affermano i
    nuovi scrittori americani: Hemingway,  Scott Fitzgerald,  Dos  Passos,
    Faulkner. Nel cinema emergono Eisenstein, Pudovkin, Pabst, Chaplin. In
    Russia   lo  stalinismo  comprime  il  fervore  creativo  del  periodo
    rivoluzionario. Majakovskij rappresenta "La cimice e il bagno" (1930);
    qualche settimana dopo si uccide.


    1931-1936.
    Muoiono in questi anni  Dino  Campana,  Di  Giacomo,  Grazia  Deledda,
    Gor'kij e Unamuno.  In Italia si pubblicano opere di Saba,  Ungaretti,
    Cardarelli, Moravia, Bacchelli, Cecchi,  Quasimodo e Gadda.  Compaiono
    sulla scena letteraria anche Vittorini e Pavese.  In campo teatrale si
    rappresentano opere di De Filippo e di Viviani, attori e drammaturghi.
    In questi anni il trionfo delle dittature arreca un danno irreparabile
    alla cultura europea: in Italia sono arrestati Giulio Einaudi,  Pavese
    e  Ginzburg,  in  Germania  sono  proscritti i maggiori scrittori,  in
    Spagna viene ucciso Garcia Lorca.  Nel 1934 si pubblica "Il  pensiero"
    di Blondel, e "Assassinio nella cattedrale" di Eliot.


    INTRODUZIONE.
    Il teatro di Pirandello.

    Nel luglio del 1916,  dopo il fortunato esito di "Pensaci, Giacomino!"
    Pirandello scriveva al figlio  Stefano:  "...  La  commedia  'Pensaci,
    Giacomino!'  ha  avuto  una  serie di repliche con esito felicissimo e
    correr certo la penisola  trionfalmente.  Musco    entusiasta  della
    parte...  Ho  preso  l'impegno  di scrivergli un'altra commedia per il
    prossimo ottobre,  e spero di mantenerlo,  bench il teatro,  come  tu
    sai,  mi  tenti  poco".  E  in  effetti  Pirandello  giunse  al teatro
    relativamente tardi,  dopo aver scritto alcuni romanzi e centinaia  di
    novelle, e quasi controvoglia. Tuttavia il teatro costitu, in qualche
    misura,  lo  sbocco naturale dell'arte pirandelliana.  Non solo perch
    all'epoca in cui Pirandello si dedic precipuamente alla  composizione
    drammatica  - gli anni intorno alla prima guerra mondiale - le novelle
    contenevano gi un impianto teatrale fatto di intensi, quasi frenetici
    dialoghi;  ma anche  perch  tutto  lo  sviluppo  della  sua  tematica
    artistica  conteneva un elemento di "teatralit".  Il concetto cardine
    del suo pensiero estetico, quello di umorismo - cos com'egli lo aveva
    elaborato  nel  saggio  "L'umorismo"   del   1908   -   sfociava   nel
    convincimento  che  la vita fosse una "buffonata",  una finzione molto
    simile a quella che si svolge sul palcoscenico.  Da  questo  punto  di
    vista  appare  assai  poco accettabile la tesi esposta da Luigi Russo,
    secondo  la  quale:  "Il  teatro,   succeduto  nella  vita  spirituale
    dell'artista  quand'egli  aveva  in  gran parte vuotato la sua anima e
    dato sfogo alle sue pi genuine ispirazioni, non poteva essere che una
    forma divulgativa o  una  complicazione  intellettuale  del  primitivo
    problema  artistico".   E'  indubbio  che  con  il  teatro  Pirandello
    arricchisce, e quindi complica e in qualche modo appesantisce,  la sua
    tematica  pi  genuina.  Ma  non  si  tratta  di  un mero procedimento
    tecnico, di una "descrizione" delle novelle; si tratta, piuttosto,  di
    una chiarificazione interiore che lo conduce a una dimensione creativa
    nuova e pi elevata, il cui perno  costituito dal rapporto tra realt
    e finzione, tra persona e personaggio, tra normalit e anormalit.
    In  questo  senso,   possiamo  distinguere  tre  fasi  nello  sviluppo
    dell'opera drammatica pirandelliana. Particolarmente importante per la
    comprensione del primo periodo - che giunge fino al 1918  e  comprende
    commedie come "Pensaci,  Giacomino!", "Lume di Sicilia", "Liol", "Il
    berretto a sonagli" -    "Pensaci,  Giacomino!".  Come  scrive  Mario
    Baratto:  "L'individuo  che vuol far apparire delle ragioni personali,
    pi meditate,  non conformiste,  accetta gi,  se si guardi bene,  non
    solo  di  apparire,  ma  di essere anormale.  Al tipico si sostituisce
    allora l'originale,  lo strano...  Da una parte l'anormale diventa una
    sorta di ascesso che la societ tende continuamente a riassorbire come
    un  male  episodico:  mentre  esso    il  prodotto costante della sua
    normalit...  Dall'altra la  psicologia  tesa  e  maniaca,  la  pazzia
    latente ed espressa,   una realt interiore connessa a una condizione
    umana: l'individuo    sempre  insidiato  da  un  conflitto  interiore
    insanabile".   Il   professor  Toti,   il  protagonista  di  "Pensaci,
    Giacomino!",   il tipico personaggio pirandelliano di questo periodo:
    un   egocentrico   piccolo  borghese  che  non  riesce  ad  acquistare
    consapevolezza storica della propria condizione. Tuttavia, rispetto ai
    personaggi delle commedie pi "naturalistiche",  d'ambiente siciliano,
    entra  qui  un  elemento  dialettico:  il farsesco,  il comico diventa
    "anormale" e quindi si  contrappone  alla  "normalit"  dell'ambiente,
    mettendola  radicalmente  in  discussione.  La  conseguenza  di questo
    dramma  per la frustrazione  dell'individuo,  la  sua  impotenza  ad
    agire.   Questo  si  nota,   per  esempio,  nell'ambito  dei  rapporti
    sentimentali  e  sessuali.   I  personaggi  pirandelliani  cercano  il
    paradosso,  si  assumono  l'incarico  di  offendere  a  ogni  costo la
    sensibilit morale della borghesia,  ma non sperimentano mai  l'amore.
    Si  limitano  a  una serie di esercitazioni verbali intorno a che cosa
    potrebbe essere l'amore senza mai coglierlo.
    La seconda fase del teatro pirandelliano - che giunge fino al  1927  e
    comprende le maggiori opere pirandelliane, dal "Giuoco delle parti" ai
    "Sei personaggi in cerca d'autore",  da "Enrico Quarto" a "Vestire gli
    ignudi" - ruota intorno al problema del rapporto con la  realt.  Dice
    Pirandello: "La vita allora, che si aggira piccola, solita, tra queste
    apparenze,  ci  sembra  quasi  che  non sia davvero,  che sia come una
    fantasmagoria  meccanica.  E  come  darle  importanza?  Come  portarle
    rispetto?". E' su queste domande che il teatro pirandelliano prende un
    nuovo  respiro:  esasperando  cio i conflitti tra apparenza e realt,
    fra normalit e anormalit,  fra individuo e mondo esterno,  che nelle
    commedie  del  primo  periodo  dava  luogo  - per esprimerci in chiave
    psicoanalitica  -  a  uno  stato  perenne  di   ansiet,   determinato
    dall'incapacit  di  interpretare  tutte le percezioni che affluiscono
    dal  mondo  esterno,   nella  seconda  fase  genera   uno   stato   di
    schizofrenia.   Cio,   il   personaggio   pirandelliano   si   chiude
    ermeticamente in se stesso.  La dialettica tra anormalit e  normalit
    stessa si spezza;  l'anormalit diventa sistema di vita, incurante del
    rapporto  col  mondo.  Il  rapporto  fra  apparenza  e  realt  assume
    dimensioni tanto pi tragiche quanto pi,  come scrive Silvio D'Amico,
    Pirandello "rinnega addirittura il 'penso,  quindi sono' di  Cartesio:
    per   lui  neanche  pensare  significa  essere.   Qui  sarebbe  lecito
    chiedersi: ci non finisce  col  distruggere  l'essenza  della  grande
    poesia  tragica,  la  nobilt del dolore?  Ma appunto qui vuole essere
    l'originalit  del   Pirandello   drammaturgo;   appunto   da   questa
    impossibilit  di  una  tragedia  egli  trae  la  pi  disperata delle
    tragedie, la sua".
    L'ultimo periodo del teatro pirandelliano - che,  da "Uno,  nessuno  e
    centomila"  giunge sino ai "Giganti della montagna" nasce da una crisi
    profonda dello scrittore e della sua arte.  L'individuo pirandelliano,
    il personaggio, scopre la sua inadeguatezza nell'affrontare la realt;
    I'isolamento  soggettivistico  in  cui  opera lo conduce continuamente
    allo scacco,  anzi a una sconfitta che si verifica ancor  prima  della
    lotta.  Nella  "Favola del figlio cambiato",  e ancor pi nei "Giganti
    della montagna",  la coerenza "ideologica" dell'arte pirandelliana  si
    dissolve  nell'ambiguit,  in  una  sorta  di  grandioso sdoppiamento:
    mentre  si  eleva  l'elegia  all'individualit  destinata  a  sparire,
    condannata  da  forze  cieche e brutali che la frantumano,  entrano in
    gioco,  come protagonisti,  entit collettive,  personaggi  corali  ai
    quali  spetta  "l'ultima parola".  Nello stesso tempo,  si scioglie la
    contrapposizione fra arte e vita. L'arte, come momento privilegiato, 
    destinata a sparire; ma forse potr essere sostituita dalla creativit
    generale, cio da un mondo che viva secondo ritmi e leggi di armonia e
    di bellezza.  Questa grande utopia  presente  nelle  parole  con  cui
    Stefano Pirandello,  su indicazione del padre morente, ricostruisce il
    finale dei "Giganti della montagna": "Non ,  non  che la Poesia  sia
    stata  rifiutata;  ma  solo  questo: che i poveri servi fanatici della
    vita, in cui oggi lo spirito non parla, ma potr pur sempre parlare un
    giorno,  hanno innocentemente rotto come  fantocci  ribelli,  i  servi
    fanatici  dell'arte,  che non sanno parlare agli uomini perch si sono
    esclusi dalla vita,  ma non tanto poi da appagarsi soltanto dei propri
    sogni, anzi pretendendo di imporli a chi ha altro da fare, che credere
    in se stessi".


    Pirandello e il pirandellismo.

    Si  molto parlato della filosofia pirandelliana,  del "pirandellismo"
    come concezione generale della vita.  Dal "Fu Mattia Pascal"  in  poi,
    ogni  opera  di  Pirandello  scatenava una gara tra pubblico e critica
    nella scoperta del  problema,  della  cifra  che  doveva  puntualmente
    nascondersi dietro le complicate trame di parole. Come scrisse Giacomo
    Debenedetti,  "(La  critica),  di fronte all'artista di apparentemente
    difficile accesso,  sent il bisogno di chiarire pi che di capire;  e
    con  le  sue lanterne cieche corse e si ravvolse dietro Pirandello per
    gli speciosi labirinti di Pirandello...  Sulla facciata esterna  della
    sua opera Pirandello mostrava quella che si chiama una 'filosofia',  e
    la critica sotto, a dare una traduzione, una divulgazione letterale di
    quella filosofia".
    L'origine di questa "maniera" critica  da ricercarsi all'interno  del
    clima  culturale  in  cui si trov a operare lo scrittore;  un periodo
    caratterizzato in Italia dall'egemonia crociana,  che se da un lato ha
    contribuito  alla liquidazione di anacronistici residui positivistici,
    dall'altro  ha  indubbiamente  bloccato,  o  comunque  ritardato,   la
    comprensione  dei  fenomeni  artistici  e  culturali  pi nuovi.  Cos
    critici di derivazione crociana (Russo,  Momigliano,  Flora,  e i loro
    epigoni) mostrano,  come il Croce stesso,  nei confronti di Pirandello
    un impaccio che impedisce loro di "calarsi"  entro  la  sua  opera.  E
    invero   anche   i   pi   benevoli  sembrano  guardare  lo  scrittore
    dall'esterno;  circoscrivendolo entro aspetti marginali del suo mondo,
    quelli   di   derivazione   veristica,   oppure   limitandolo  a  mere
    rappresentazioni di quel sentimento doloroso della vita che  solo  un
    elemento - e neppure il pi importante - della tematica pirandelliana.
    Contro  questa  interpretazione e valutazione dell'opera pirandelliana
    (che contribu a ritardare il successo  dello  scrittore)  si  schier
    decisamente  Adriano  Tilgher,  il quale gi nel 1913 aveva pubblicato
    una "Teoria della critica d'arte". Questa, rifacendosi alla "filosofia
    della vita" di Simmel e Dilthey,  spezzava  l'antitesi  neoidealistica
    tra poesia e non-poesia per sostituirvi quella tra vita e forma, assai
    pi  adatta  all'intendimento della "poesia dialettica" di Pirandello.
    In seguito Tilgher dedic a Pirandello un saggio nel suo libro  "Studi
    sul teatro contemporaneo" (1922), del quale lo stesso Tilgher scriver
    pi tardi: "Io mostravo che tutto il mondo pirandelliano faceva centro
    intorno  a  una visione della Vita come forza travagliata da un'intera
    antinomia per la quale la Vita ,  insieme,  necessitata a darsi forma
    e,  per uguale necessit, non pu consistere in nessuna forma, ma deve
    passare di forma in forma.  E' la famosa,  o famigerata,  antitesi  di
    Vita   e  Forma,   problema  centrale  dell'arte  pirandelliana".   Si
    stabilisce a questo punto un rapporto tra  Pirandello  e  Tilgher  che
    rischia  di  incapsulare  l'artista  nell'ambito  di una forma.  Anche
    perch il Croce, dal canto suo, finiva per accettare l'interpretazione
    tilgheriana, rovesciandone il valore: non esiste il Pirandello artista
    ma soltanto il Pirandello "filosofo",  e cattivo filosofo.  Dal  canto
    suo  Pirandello nutre verso il critico che sembra quasi gestire la sua
    fama e la sua concezione del mondo un sentimento  ambivalente:  da  un
    lato  ne  accetta  alcuni  parametri interpretativi,  ma dall'altro si
    ribella non tanto a Tilgher quanto all'immagine globale che  (dopo  il
    giudizio di Tilgher),  circola nei confronti delle sue opere.  E nella
    prefazione al "Dramma di Pirandello" di  Domenico  Vittorini,  scrive:
    "Fra  i tanti Pirandello che vanno in giro da un pezzo nel mondo della
    critica letteraria  internazionale,  zoppi,  deformi,  tutti  testa  e
    niente  cuore,  strampalati,  sgarbati,  lunatici,  nei quali io,  per
    quanto mi sforzi,  non riesco a riconoscermi per un minimo tratto...".
    E  altrove  precisa:  "In Italia pare si voglia insistere a seguire la
    falsariga di qualche critico che ha creduto di scoprire nelle mie cose
    un contenuto filosofico, che non c', vi garantisco che non c'".
    E' tuttavia soltanto con Massimo Bontempelli (e  con  alcune  note  di
    Gramsci  che riguardano per la valutazione ideologico-culturale e non
    quella  artistica  dell'opera  pirandelliana)  che   l'interpretazione
    "intellettualistica"   viene   superata.   Nella   commemorazione   di
    Pirandello pronunciata il 17 gennaio 1937,  Bontempelli affermava  che
    la qualit fondamentale dello scrittore  il "candore", precisando che
    "La  prima  qualit delle anime candide  la incapacit di accettare i
    giudizi altrui e farli propri...  Luigi Pirandello si  affacci  anima
    candida  alla  vita  e alla intelligenza delle cose,  in uno dei tempi
    meno candidi che si possano immaginare... Quel tempo, con gli anni che
    lo seguirono fino alla  guerra  d'Europa,  segna  la  fine  del  mondo
    romantico,  nato diciannove secoli prima.  E nell'opera di Pirandello,
    il mondo romantico e le sue postreme  deduzioni  si  distruggono  fino
    all'ultima  cellula.  Di  qua  dal mondo che Pirandello ha denudato la
    compagine umana non  pu  trovare  che  la  distruzione  totale  o  il
    ricominciamento".
    La  forza  dell'arte  pirandelliana  non  consisterebbe  dunque in una
    scelta "filosofica"  dei  temi,  dei  personaggi  e  dello  stile,  ma
    piuttosto  in  una  non-scelta: nell'avere pescato con obiettivit (ma
    non con neutralit) nel mare della vita,  e nella vita  della  piccola
    borghesia  italiana del suo tempo,  raccogliendo tutto ci che in essa
    si agitava.  "L'umanit del mondo  pirandelliano    veramente  -  per
    servirmi d'una parola venuta in grande uso alcuni anni pi tardi, cio
    con  la guerra - 'massa'." Ed  appunto in questa massa che Pirandello
    trova quella "smania di vivere", al tempo stesso irriducibile e debole
    - quella vitalit incrinata e ottusa che costituisce il sottofondo  di
    tutta  la  grande letteratura europea (non tornano a sproposito i nomi
    di Proust e di Joyce). Contrapposta a questo vitalismo immotivato  la
    conoscenza, ma una conoscenza ottenebrata,  involuta,  priva di luce e
    incapace   di  uscire  dal  proprio  tortuoso  labirinto:  appunto  la
    conoscenza (si potrebbe anche dire l'ideologia)  delle  masse  piccolo
    borghesi.  E  anche  qui,  sempre secondo Bontempelli,  Pirandello non
    sceglie: "Ha accolto le conoscenze che erano state date alla gente per
    aiutarla  a  vivere".  Discorso  quest'ultimo,   che  potrebbe  essere
    integrato  da un'acuta osservazione di Gramsci,  il quale si chiede se
    in Pirandello non prevalga l'umorismo,  e cio se egli non si "diverta
    a  far  nascere  dubbi  'filosofici'  e  meschini  per  'sfottere'  il
    soggettivismo e il solipsismo filosofico".
    E,  dal canto suo,  Giacomo Debenedetti avanzava in un saggio del 1937
    l'ipotesi  che  la  "filosofia"  pirandelliana  altro non fosse se non
    un'astuzia della Provvidenza: il materiale isolante che gli permetteva
    di maneggiare  il  fuoco  bianco  del  suo  nucleo  poetico  e  umano.
    Nell'ambito   della  critica  pi  recente  la  tendenza  a  darci  un
    "Pirandello senza pirandellismi"  nettamente prevalsa anche se  si  
    forse rischiato di andare troppo oltre,  negando cio a Pirandello una
    problematica  intellettuale,   che  resta  probabilmente   il   motivo
    fondamentale della sua arte. In questo senso appare assai interessante
    la posizione assunta da Renato Barilli in un suo saggio sulla "Poetica
    di  Pirandello"  dove  si  pone in discussione tanto l'interpretazione
    tilgheriana   del    "poeta    del    problema    centrale",    quando
    l'interpretazione a-ideologica di gran parte della critica attuale. Il
    discorso   viene   invece  impostato  sulla  "Weltanschauung",   sulla
    concezione del mondo di Pirandello: e  cio  su  una  visione  globale
    della vita che ha il suo perno nel gi citato concetto di umorismo,  o
    meglio in una scala di gradazioni che dal comico passa all'umorismo  e
    via via giunge alla tragedia.  Tragedia che non ha radici epiche, come
    quella,  ad esempio,  di un Verga (e cio dedotta  da  una  concezione
    statica  della  vita,  entro  la  quale  il  poeta  ha  la funzione di
    riconoscere,  di ritrovare,  l'eterno ripetersi del dramma  di  essere
    uomo) ma che si sviluppa dialetticamente da una iniziale disponibilit
    verso la vita com',  da un'accettazione incondizionata del reale.  La
    prima rottura di questa compattezza  del  reale  avviene  inizialmente
    attraverso il comico, e cio attraverso l'avvertimento di qualcosa che
    non   come dovrebbe essere,  qualcosa di anormale,  di abnorme.  E' a
    questo punto che nasce la possibilit di  una  valutazione  dell'opera
    pirandelliana  alla  luce della cultura contemporanea e nell'ambito di
    quella crisi della civilt che ha avuto  i  suoi  maggiori  interpreti
    letterari  in Proust,  Joyce,  Kafka,  Musil,  e altri.  Frantumato il
    vecchio ordine di valori (e non sarebbe  avventato,  al  di  l  della
    contingente   polemica,   scorgere   nell'avversione  di  Croce  verso
    Pirandello un momento della lotta del filosofo  contro  la  crisi  dei
    valori borghesi, o piuttosto della sua disperata negazione di un fatto
    incontestabile),  sparisce la distinzione tra normale e anormale,  tra
    giusto e ingiusto,  tra bello e brutto.  Tutto  diventa  problematico,
    tutto  diventa  possibile:  la  compagine  della  vita  quotidiana  si
    frantuma nella girandola degli atti gratuiti,  delle scelte immotivate
    Basta   rileggere   una   qualsiasi   delle   novelle   o  dei  drammi
    pirandelliani: sarebbe impossibile ricondurli a  un  qualsiasi  genere
    letterario, catalogarli secondo lo schema della farsa, della tragedia,
    della commedia,  del realismo o del non-realismo.  E questo non perch
    Pirandello (e Joyce e Kafka e Musil,  e diversi altri  interpreti  del
    dramma  contemporaneo)  sia  vittima di una confusione ideologica o di
    un'incertezza estetica,  ma proprio al contrario,  perch in  lui  (in
    loro)  la  realt  contemporanea  si riflette col massimo rigore,  nel
    rifiuto che in certa misura potremmo chiamare  eroico,  di  ogni  idea
    preconcetta,  di  ogni  mistificazione  ideologica.  In  Pirandello il
    soggettivismo non  mai un narcisismo (come accade in  D'Annunzio  per
    esempio) ma diventa dramma.  L'impossibilit di aderire alle forme, ai
    valori costituiti si traduce in totale abbandono alla vita,  e  infine
    nel  recupero  della  comprensione e della compassione verso tutti gli
    aspetti e le forme che pu assumere di volta in  volta  la  condizione
    umana.  In  questo  senso  l'"uomo  solo" pirandelliano  assai vicino
    all'Ulisse joyciano, all'Uomo senza qualit di Musil, ai personaggi di
    Kafka.


    Persona e personaggio.

    "La  natura  si  serve  dello  strumento  della  fantasia  umana   per
    proseguire  la  sua  opera  di  creazione.  E  chi  nasce merc questa
    attivit creatrice che ha sede nello spirito dell'uomo,   ordinato da
    natura  a  una  vita di gran lunga superiore a quella di chi nasce dal
    grembo mortale d'una donna.  Chi nasce personaggio,  chi ha ventura di
    nascere   personaggio  vivo...".   Cos  Pirandello  formulava  quella
    distinzione tra persona e personaggio che  sta  alla  base  della  sua
    arte.  Distinzione  fra due momenti dell'animo umano: il primo,  della
    persona,  ancora informe,  disponibile ad assumere ogni forma che  gli
    venga   imposta   dall'interno   o  dall'esterno;   il  secondo,   del
    personaggio,  ruotante intorno a un perno,  fissato  nel  gioco  delle
    parti,  destinato a ripetere ogni giorno gli stessi gesti,  a ripetere
    per sempre lo stesso dramma.
    Massimo Bontempelli chiariva:  "Insomma  i  personaggi  sono  le  sole
    verit.  Col  personaggio  l'umanit  ha  ritrovato  l'inconfondibile,
    l'immodificabile, l'indistruttibile, l'eterno".  La tensione dell'arte
    pirandelliana  nasce  per dall'altalena fra persona e personaggio,  e
    dall'impossibilit dell'uomo a essere definitivamente l'una o l'altro.
    E per ripetere una distinzione cara ai primi esegeti di  Pirandello  a
    essere o "vita" o "forma".
    L'arte pirandelliana si colloca per al di l di questa distinzione: e
    deriva   direttamente  dall'atteggiamento  dell'autore  verso  i  suoi
    personaggi.  E' stato  notato  che  Pirandello  mostra  verso  i  suoi
    personaggi  ostilit e astio,  quasi destassero in lui ripugnanza.  Ne
    mette in evidenza particolari sgradevoli, si accanisce nel descriverne
    le miserie fisiche e spirituali,  li colloca in  ambienti  che,  prima
    d'essere  illuminati  dalla  luce  della tragedia o della farsa,  sono
    immersi in un ossessivo grigiore. E neppure sono vittime di un destino
    sociale, come presso i naturalisti,  o di un destino religioso come in
    Verga.  Essi,  piuttosto,  sembrano  artefici  della propria sventura,
    talvolta in modo consapevole e determinato.  E poich dall'esterno non
    possono attendersi riscatto e salvezza,  ci appaiono irrimediabilmente
    dannati. Ma quale peccato stanno scontando? Una risposta penetrante ci
    viene offerta da Giacomo Debenedetti quando, alludendo al protagonista
    di "Vittoria delle formiche" che vive in uno  stato  di  bislacca,  ma
    serena solitudine,  annota: "D'improvviso  diventato brutto,  andato
    a  raggiungere  la  media  dei  suoi  fratelli:  davvero  qualcosa  di
    ripugnante    suppurato in lui.  Ed  semplicemente successo che,  da
    'uomo solo' qual era,  di qua dal mondo della convivenza umana  con  i
    suoi inevitabili confronti e giudizi, quell'individuo  decaduto - sia
    pur  soltanto  col  pensiero e col rammarico - nella gazzarra cieca di
    quella convivenza.  E' voluto tornare a essere 'una  parte  nel  gioco
    delle parti'".
    Questa   nostalgia   della  "persona",   dello  stato  di  primitivit
    dell'uomo,  di ci che non  ancora condizionato e  contaminato  dalla
    convivenza,  costituisce il polo ideale dell'arte pirandelliana, quasi
    il "limite" esterno al quale lo scrittore si  riporta  per  trovare  i
    termini di riferimento della sua realt letteraria.  Ma,  come abbiamo
    detto,   questo    soltanto  il  "limite"  esterno:  perch   l'opera
    pirandelliana si svolge tutta intorno alla tematica del personaggio, e
    al  suo  modo  di  esistere.  E'  attraverso  la parola che si diventa
    personaggi.  Infatti il connotato stilistico pi  evidente  nell'opera
    pirandelliana    un dialogo fittissimo e incessante,  che soltanto di
    rado lascia spazio alla contemplazione o all'azione.
    I gesti hanno sempre una funzione dialettica;  attraverso  di  loro  i
    personaggi  cambiano  (forse  solo  apparentemente)  la  loro vita,  o
    prendono coscienza di ci che sono. Tuttavia questi gesti sono ridotti
    a momenti;  la continuit  data  dal  dialogo,  dal  tentativo  quasi
    esasperante   di   "farsi  intendere",   di  uscire  dalla  solitudine
    attraverso la comunicazione.  Un tipo  di  comunicazione  particolare,
    misteriosamente frenata, che non raggiunge mai l'altro.
    Il  risvolto  stilistico  di  questa situazione esistenziale sta nella
    natura "astratta",  quasi senza riferimenti di tempo e di  luogo,  del
    linguaggio pirandelliano.  Nonostante la sua derivazione veristica - e
    gli stretti legami culturali e sentimentali con la sua terra d'origine
    (quella Sicilia tanto presente nella prosa verghiana) - il  linguaggio
    di Pirandello si avvale pochissimo degli elementi dialettali o gergali
    della  lingua  italiana  corrente.  Ogni  personaggio sembra piuttosto
    avere  elaborato  una  sua  forma  espressiva  particolare,  fatta  di
    ripetizioni,  di  allusioni  ammiccanti,  di  costruzioni  sintattiche
    affannose  che  ubbidiscono  a  un  ritmo  interiore  dei   sentimenti
    piuttosto  che alla convenzione della lingua parlata o scritta.  Anche
    il linguaggio pirandelliano ci riporta alla tematica della solitudine:
    "l'uomo  solo"  parla  per  se  stesso  oppure  per  un  interlocutore
    inesistente.  Nonostante  il  "successo" che ha arriso alla sua opera,
    anche a Pirandello, come a tutti i grandi interpreti del nostro tempo,
    manca  quel  lettore  fraterno  e  partecipe  al  quale  si  rivolgeva
    l'artista  classico.  Nel  mondo  della  crisi anche lo scrittore  un
    "uomo solo".


    La nuova colonia.

    Commedia in un prologo e tre atti, fu rappresentata per la prima volta
    il 24  marzo  1928  al  Teatro  Argentina  di  Roma  dalla  "Compagnia
    Pirandello". Protagonista femminile: Marta Abba. Quello stesso anno fu
    pubblicata a Firenze dall'editore Bemporad.

    Nella  "Nuova  colonia" "c' un Pirandello diverso dal solito - scrive
    Renato Simoni - non pi tormentato dalla piet per i suoi  personaggi,
    ma  scaldato  da  un grande amore per essi.  (...) E' l'opera dove c'
    meno malinconia.  Anzi c' pi speranza".  Vi sono assenti infatti gli
    spunti  grotteschi  e  l'amarezza  tragica  che caratterizzano tutti i
    drammi precedenti.  E' come se in Pirandello fosse maturata col  tempo
    (  questa  l'ultima  fase  del suo lavoro) una fiducia maggiore nella
    vita; o,  meglio,   come se egli si fosse posto dinanzi alla vita con
    tono meno polemico, meno disperato. E' un nuovo momento artistico - il
    cosiddetto "periodo surrealistico" - che si risolve in poesia; e nuovi
    sono  anche  i  personaggi,  ultimi  epigoni  di  quegli  insonni eroi
    protoromantici tormentati da ansie metafsiche.  Al di l  della  loro
    figura, al di l del commento corale che si svolge intorno ad essi, si
    immagina  ora  un approdo sicuro,  un'evasione dalla realt che l'arte
    trasforma in mito. "La nuova colonia"  un mito sociale: il primo mito
    pirandelliano,  cui  seguiranno  con  "Lazzaro",  nel  '29,   il  mito
    religioso,  e con "I giganti della montagna", ultima opera incompiuta,
    il mito dell'arte.
    Pi che negli ultimi due,  nella "Nuova colonia" - la "Repubblica"  di
    Pirandello  -  il  pensiero  dello scrittore siciliano si  richiamato
    alla filosofia dell'illuminismo,  a quelli  che  furono  i  fondamenti
    ideali  del "contratto sociale",  svelando qui pienamente il desiderio
    utopistico di un "mondo migliore".
    Nel dramma,  ambientato in una citt  portuaria  del  Mezzogiorno,  un
    gruppo  di  marinai  (delinquenti  per  la  maggior parte,  miserabili
    sfuggiti  alla  giustizia)  al  seguito  di  un  ex-galeotto,  Currao,
    decidono  di  ritirarsi  su  un'isola deserta,  abbandonata da tutti a
    causa dei frequenti terremoti che minacciano di  farla  inabissare.  A
    contatto  con  la  natura,  lontani  dal mondo che li rifiuta,  questi
    "ruderi sociali" cercano di riscattare la propria vita  in  un  ambito
    dove  siano  possibili  rapporti  nuovi e nuove leggi,  in virt delle
    quali il diritto di ognuno  divenga  realt,  certezza  assoluta.  Una
    legge,  dice  Currao,  "che valga per te e per tutti allo stesso modo:
    legge tua e nostra,  che ce la comandiamo noi stessi perch  l'abbiamo
    riconosciuta giusta". Con il bimbo li ha seguiti La Spera, l'amante di
    Currao,  una ex-prostituta che vuole a sua volta disfarsi del passato.
    Ma basta che uno degli uomini, Crocco,  non sappia frenare le violenze
    dell'istinto (quello che Pirandello chiama "la bestia umana"),  il suo
    desiderio della donna e la brama di potere,  perch la  nuova  colonia
    che grazie al sacrificio della Spera era diventata una specie di eden,
    si trasformi in un covo di vizi e di imbrogli.
    Nell'antagonismo tra Currao e Crocco, nel conflitto tra le due idee di
    potere,  l'unica  a  resistere nel suo sogno di purezza  La Spera.  E
    quando l'amante,  nell'intenzione di abbandonarla,  le vorr strappare
    il  figlio dalle braccia,  la natura si lever in sua difesa.  Con una
    potente suggestione scenografica  il  dramma  si  chiude  sulla  terra
    scossa dal terremoto,  che trema e sprofonda nel mare,  e sulla figura
    dell'unica superstite,  la madre,  che stringe a s il bimbo e  grida:
    "Ah! Dio, io qua, sola, con te figlio, sulle acque!".
    Personaggio  purificato  e  purificante nel quale si risolve il dramma
    della  dissociazione  di  molte  creature  pirandelliane,   La   Spera
    sopravvive perch riscattata dalla maternit: il solo fatto che meriti
    di  essere  salvato  dal  naufragio di una societ corrotta,  perch 
    l'unico in grado di liberare l'uomo dalla bestia umana che lo divora e
    di sollevarlo da ci che  relativo,  egoistico,  caduco.  C' un mito
    della perpetuit della vita nella speranza di rinnovarsi.


    O di uno o di nessuno.

    Commedia  in  tre atti tratta dalla novella omonima,  fu rappresentata
    per la prima volta il 4  novembre  1929  al  Teatro  di  Torino  dalla
    compagnia  Almirante-Rissone-Tofano.  Fu  pubblicata  lo stesso anno a
    Firenze dall'editore Bemporad.

    Il tema della paternit  come  atto  di  fede  o  d'amore,  sul  quale
    Pirandello  ha  insistito  pi  volte con "spasimosa dialettica" (vedi
    "L'innesto" e "L'altro figlio"),   riproposto a distanza di  anni  in
    questa commedia,  la cui occasione narrativa desunta da una precedente
    novella  offerta da un "menage  trois" del tutto singolare.  Carlino
    Sanna  e Tito Morena,  ex-compagni di studi,  scapoli impenitenti,  di
    modeste condizioni (sono segretari ministeriali), a Roma, dove si sono
    trasferiti per lavoro,  hanno modo di rinsaldare la loro  amicizia;  e
    non  perch  colleghi  d'ufficio  o  perch  alloggiati  nella  stessa
    pensione,  ma  in  quanto  legati  entrambi  alla  stessa  donna:  una
    prostituta,  compagna  degli anni universitari,  che ora mantengono di
    comune accordo,  usandola  a  turno  come  amante.  Da  parte  sua  la
    semplice,  rozza,  ma  sensibilissima  Melina accetta di buon grado la
    situazione,  e si prodiga per entrambi in egual misura:  si  preoccupa
    della loro salute, pensa alla loro biancheria e passa il proprio tempo
    ora  con l'uno ora con l'altro secondo i patti,  fino al giorno in cui
    si accorge di aspettare un figlio. Uno scherzo beffardo della natura 
    venuto a rompere d'un tratto l'artificiosa costruzione dei due uomini.
    Alla notizia sconvolgente,  essi si tormentano a vicenda - timorosi  e
    orgogliosi  -  per attribuire ciascuno a se stesso l'incerta paternit
    del nascituro.
    Istintivamente sorge tra i due un sentimento di rivalit che non tarda
    a mutarsi in rancore.  Al loro egoismo vanitoso si  contrappongono  la
    generosit  e  il sacrificio della donna - unico personaggio carico di
    umanit - che dopo aver deciso nonostante tutto di  tenere  il  figlio
    per  s,   muore  nel  darlo  alla  luce.   La  vicenda,   decisamente
    pirandelliana nell'assurdit  del  caso,  e  grottescamente  comica,
    potrebbe  a questo punto degenerare in un facile sentimentalismo ma un
    colpo di scena ristabilisce l'equilibrio.  Mentre Carlino  e  Tito  si
    contendono il figlio appena nato, appare - novello "deus ex-machina" -
    un  certo  signor Franzoni,  un vicino di casa che ha perso da poco un
    bimbo e vuole adottare l'orfano di Melina,  dal momento che ormai  non
    appartiene pi a nessuno.  Subito,  come in funzione di una matematica
    inesorabile che non lascia  spazio  al  sentimento,  il  "gioco  delle
    parti  si  riorganizza:  Franzoni  sar il terzo padre del bambino e,
    idealmente,  quello vero,  che lo amer come se fosse proprio,  mentre
    Carlino  e  Tito,  eliminato  il  motivo  della contesa,  torneranno a
    rimettersi la primitiva maschera dell'amicizia.
    "O di uno o di nessuno" non  stata  annoverata  dar  critici  tra  le
    migliori commedie di Pirandello. Al suo apparire, nel '29, ai numerosi
    consensi  si  aggiunsero alcune perplessit dovute al "caso" proposto.
    Venne comunque rappresentata in svariate  occasioni,  incontrando  via
    via  un  sempre maggior favore.  Negli ultimi anni,  soprattutto nella
    messa in scena del 1970 allo Stabile di Roma,  ha ottenuto un notevole
    successo.  Il "caso" un tempo inaccettabile, stimola l'interesse delle
    generazioni  moderne  quale  documento   di   costume   di   un'Italia
    provinciale  e squallida,  e di quel mondo piccolo-borghese impregnato
    di perbenismo,  contro il  quale  Pirandello  non  ha  mai  esitato  a
    scagliarsi.


    Alcuni giudizi critici.

    Adriano Tilgher.
    In  "Studi  sul  teatro contemporaneo" (1923) Adriano Tilgher esponeva
    compiutamente  la  sua  teoria  sull'arte  e  sul  teatro.   Parimenti
    impostava   il  problema  critico  dell'arte  pirandelliana,   fondato
    sull'antitesi fra Vita e Forma. Stralciamo un brano significativo.

    "L'antitesi  perci la legge fondamentale di quest'arte. L'inversione
    dei comuni ordinarii abituali rapporti della vita trionfa sovrana. Fra
    le commedie,  "Pensaci,  Giacomino!" svolge il motivo del  marito  che
    riconduce  a  viva  forza  presso  la moglie il giovane amante di lei;
    "L'uomo,  la bestia e la virt",  al contrario,  il motivo dell'amante
    che  riconduce  a viva forza il marito nel talamo coniugale;  Ma non 
    una cosa seria,  il motivo del matrimonio antidoto contro il  pericolo
    del matrimonio;  e fra le novelle, "Da s", il motivo del morto che se
    ne va con le sue gambe al cimitero godendo di tante  cose  di  cui  n
    vivi n morti si accorgono e godono;  "Nen e Nini",  il motivo di due
    orfanelli che sono la  causa  della  rovina  di  tutta  una  serie  di
    patrigni  e  matrigne;  "Canta  l'epistola",  il  motivo  di un duello
    mortale causato dall'estirpazione di un filo  d'erba;  Il  dovere  del
    medico,  il  motivo  del  medico  che  per dovere lascia che il malato
    affidatogli muoia dissanguato; "Prima notte", il motivo di due coniugi
    che la passano piangendo sulle  tombe  l'una  del  fidanzato,  l'altro
    della  prima  moglie;  "L'illustre estinto",  il motivo di un illustre
    estinto sepolto di notte e di nascosto come  un  cane  mentre  al  suo
    posto un ignoto riceve onori regali, e basta, ch non si finirebbe pi
    di esemplificare.
    Dualismo della Vita e della Forma o Costruzione; necessit per la Vita
    di  calarsi  in  una  Forma  ed  impossibilit di esaurirvisi: ecco il
    motivo fondamentale che sottost a tutta l'opera di Pirandello e le d
    una ferrea unit e organicit di visione.
    Ci basta da solo a far comprendere di quanta  freschissima  attualit
    sia l'opera di questo nostro scrittore.  Tutta la filosofia moderna da
    Kant in poi  sorge  sulla  base  di  questa  intuizione  profonda  del
    dualismo tra la Vita,  che  spontaneit assoluta, attivit creatrice,
    slancio perenne  di  libert,  creazione  continua  del  nuovo  e  del
    diverso,  e  le Forme o Costruzioni o schemi che tendono a rinserrarla
    in s,  schemi che la Vita,  di  volta  in  volta,  urtandovi  contro,
    infrange   dissolve  fluidica  per  passare  pi  lontano,   creatrice
    infaticata e perenne.  Tutta la storia della filosofia moderna  non  
    che  la storia dell'approfondirsi del conquistarsi del chiarificarsi a
    se medesima di  questa  intuizione  fondamentale.  Agli  occhi  di  un
    artista  che  di  questa intuizione viva -  il caso di Pirandello- la
    realt appare nella sua  stessa  radice  profondamente  drammatica,  e
    l'essenza del dramma  nella lotta fra la primigenia nudit della vita
    e  gli  abiti  o  maschere  di  cui  gli uomini pretendono,  e debbono
    necessariamente pretendere, di rivestirla.  "La vita nuda",  "Maschere
    nude". I titoli stessi delle opere sono altamente significativi."


    Corrado Alvaro.
    Quando  Pirandello  consegu nel 1934 il Premio Nobel,  Corrado Alvaro
    scrisse per "La nuova antologia", 16 novembre 1934,  un articolo - che
    riportiamo  quasi  per  intero - dal titolo "Pirandello,  Premio Nobel
    1934". E' un articolo che contribuisce ad avvicinarci alla personalit
    artistica e umana dello scrittore siciliano.

    "La sua lingua, al principio ripicchiata e di vocabolario, diviene nel
    meglio  della  sua  opera  un  modo  d'esprimersi  naturale,  come  si
    esprimono  gli  elementi  nella  luce;  le  sue manie a un certo punto
    investono l'uomo e divengono rimpianti  di  angeli  decaduti,  incubi,
    segni  del  destino.  Tanto  vero che non c' grande poeta senza idee
    fisse.
    Non    chiara  ancora   la   trasmutazione   dei   valori   nell'arte
    pirandelliana;  non    chiara  l'operazione per cui i suoi personaggi
    provinciali,  vestiti di nero,  divengono i rappresentanti d'un  mondo
    borghese  preso  dalla  vertigine  del  mutamento d'un'epoca.  E non 
    chiaro come la  grossa  farsa  paesana  torna  con  lui,  a  una  data
    temperatura, al modello d'una commedia classica. V' in lui una forza,
    pi  che  governata,  primordiale,  un risentimento atavico di destini
    umani;  soltanto un provinciale che serbi  i  sogni  e  gl'ideali  del
    fanciullo  di  provincia  verso  un  mondo pi alto e pi puro,  verso
    l'astrazione e i concetti,  poteva operare la trasmutazione  dell'arte
    pirandelliana  per la quale,  nelle esplicazioni maggiori,  non si pu
    parlare quasi d'altro che d'una forza di convinzione e  d'una  qualit
    di  fede.  Il suo segreto e la sua forza stanno in quello che credette
    fanciullo e uomo giovane,  nei suoi  stessi  pregiudizi:  nell'eredit
    insomma  del  suo ceppo borghese,  nel doloroso decoro dei borghesi di
    provincia, nel loro sacrificio oscuro,  nella loro facolt di ammirare
    e di credere,  perfino in una certa dose di malignit e di cattiveria,
    di emulazione,  di orgoglio e di culto  delle  apparenze,  d'ideali  e
    d'impulsi segreti pei quali alla fine, giunti alla scoperta del mondo,
    ne  rifuggono  inorriditi,  poich lo immaginano sempre pi alto e pi
    nobile.  La rivolta di Pirandello davanti ad alcuni fatti non  ha  pi
    che  queste ragioni e spinte.  Egli appartiene a una classe che ha una
    storia di ideali e di sacrifici. Sulle prime, la stessa societ di cui
    Pirandello ha fatto la storia   saltata  in  piedi  indignata,  quasi
    quanto sono indignati i suoi personaggi di scoprirsi sul palcoscenico.
    Essi credono alla purit e all'onest, hanno diviso il mondo in bene e
    in  male,  e  questi  limiti non li hanno mai aboliti;  credono in una
    verit assoluta e incontrovertibile,  ciascuno ha in s il suo odio  e
    il suo giudice; lottano contro la malignit umana che strappa loro gli
    ultimi schermi e le ultime povere e dignitose apparenze, si confessano
    a un certo punto con dolore;  vorrebbero essere ben alti,  ben grandi,
    ben puri; anche se non v' posto ad altezza e a grandezza.  Vorrebbero
    che  vi  si  credesse ancora.  Quando il Padre,  nei "Sei personaggi",
    comincia a narrare di s, lo fa quasi in sogno; in genere,  nell'opera
    pirandelliana,  quando l'uomo comincia a raccontare di s ad alta voce
    scopre quale  veramente egli stesso: la colpa, il peccato,  l'orrore,
    sentimenti ben forti nell'opera dello scrittore,  prendono consistenza
    come una lastra fotografica al reagente degli acidi:   il  definirsi,
    che  uccide  gli  uomini;  l'atto  della  parola  diviene una forma di
    confessione e di espiazione;  i drammi si compiono parlandone;  fino a
    quando  tutto  rimane  sepolto  nel  fondo  della coscienza,   ancora
    increato e ingiudicato, e l'uomo  tranquillo; parlando, l'uomo crea e
    foggia se stesso,  stabilisce il suo destino.  Per arrivare a  questo,
    occorreva  uno  scrittore penetrato di tanti elementi indefiniti della
    coscienza,  colpito dagli stessi pregiudizi  che  tessono  il  destino
    degli  eroi  dei  drammi antichi e che fanno il fondo della psicologia
    popolare,  della sua  giustizia  e  delle  sue  leggi  oscure.  L'uomo
    s'inventa e si scopre parlando...
    Pirandello  coglie  esattamente  questo  momento,   prima  ancora  che
    quindici  anni  di  critica  e  di  fatti  compiano  l'opera:  la  sua
    apparizione  sull'orizzonte  del teatro ha questo valore annunziatore.
    Davanti allo smarrimento di se stessi e al crepuscolarismo, la stracca
    commedia di salotto diventa in Pirandello ancora capace  di  reazioni:
    l'uomo  vi si rivolta come un disperato eroe,  la revisione dei valori
    convenzionali e la ricerca d'una  leva  morale  divengono  fin  troppo
    acute.  Alla fine, l'individuo in giacchetta potrebbe portare un peplo
    di tragedia: pu di  nuovo  uccidere,  cio  offendere,  affermare  il
    valore d'una verit fondamentale, d'un fatto morale e d'una coscienza.
    Nel  dramma  borghese tutto finiva fatalmente nel suicidio.  Il valore
    dell'apporto pirandelliano alla rappresentazione del costume  in  una
    specie d'intuizione della societ nuova;  i suoi personaggi si possono
    ridurre a una sola espressione e a un solo atteggiamento: la  reazione
    a  tutto  quello  che  nella societ  senza pi contenuto vitale,  un
    cammino a ritroso dagli appetiti agli  istinti.  Uccidere  diventa  in
    Pirandello  la sanzione dell'istinto,  la voce del sangue,  il ritorno
    dell'uomo a una fatalit umana e a una legge.
    Una delle vie per cui opera Pirandello   l'amletismo;  tutti  i  suoi
    personaggi hanno in s qualcosa di Amleto, e tra questi un discendente
    diretto  il suo "Enrico Quarto".  Come Amleto,  i suoi personaggi, in
    un mondo di tradizioni consunte, portano qualcosa di essenziale,  e il
    sapore  della  morte,  e  il  demone  del pensiero in confronto con la
    debolezza della volont.  Anche in Pirandello appare la  demenza  come
    una via per riguadagnare il senso della personalit umana,  e qualcosa
    di fatale che supera la stessa personalit e volont dell'uomo. Siamo,
    cio,  al ritorno d'una verit e d'un  valore  morale  di  sentimenti,
    ritorno tanto insopprimibile,  connaturato quasi all'essenza umana, da
    manifestarsi con la violenza con cui si manifest nel dramma greco.  A
    un certo punto le leggi morali acquistano la violenza dell'istinto,  e
    colpiscono ciecamente come colpiva il destino.
    Si apre cos il sipario sull'anima dell'et nuova, degli uomini nuovi.


    Massimo Bontempelli.
    Un  contributo  fondamentale  alla  comprensione  e  alla  definizione
    dell'arte  pirandelliana fu dato da Massimo Bontempelli.  Dal discorso
    commemorativo pronunciato il 17 gennaio 1937  e  raccolto  nel  volume
    "Introduzioni e discorsi",  Bompiani,  Milano 1945,  riportiamo alcuni
    brani significativi.

    Luigi  Pirandello  si  affacci  anima  candida  alla  vita   e   alla
    intelligenza delle cose,  in uno dei tempi meno candidi che si possano
    immaginare.  L'ultimo quarto dell'Ottocento    un  tempo  in  cui  la
    qualit  principale  l'abilit,  che anch'essa  lontana al possibile
    dal candore. Volendoci stringere nel campo dell'arte,  dei maggiori di
    quel  tempo  il  solo  Verga  era  un elementare.  Anche a scendere di
    qualche anno sarebbe confusione credere Pascoli un candido: Pascoli  
    un composito.
    Quel  tempo,  con  gli  anni che lo seguono fino alla guerra d'Europa,
    segna la fine del mondo romantico,  nato diciannove  secoli  prima.  E
    nell'opera  di  Pirandello  il  mondo  romantico  e  le  sue  postreme
    deduzioni si distruggono fino all'ultima cellula.
    Di qua dal mondo che Pirandello ha denudato  -  ecco  la  denuncia  la
    compagine  umana  non  pu  trovare  che  la distruzione totale,  o il
    ricominciamento.  Ricominciare,  dai primi elementi.  Ma  ricominciare
    carichi delle esperienze assorbite e dimenticate.
    [...]
    Ma  per  ricominciare  con  onest occorre vedere chiaro intorno a s,
    rendersi conto delle condizioni raggiunte dalla conoscenza umana; e, a
    costo di tutto (ecco lo spirito candido) a costo di tutto  "denunciare
    le conseguenze".
    Per   potere  far  questo,   l'arte  di  Pirandello  comincia  subito,
    d'istinto,  con un atto audace.  Egli non sceglie i  suoi  personaggi.
    Quasi  tutta  l'arte  narrativa e teatrale prima di lui s'era aggirata
    intorno alle  individualit  tipiche,  era  una  messa  in  valore  di
    persone,  dall'immancabile  protagonista  gi  per  una gerarchia bene
    stabilita di caratteri.  Questa scelta e  misurazione  e  giudicamento
    senza appello era il lavoro fondamentale dello scrittore.
    Pirandello non ha scelto.  Ha messo le mani in mezzo a un groviglio di
    gente e ha tirato su come con le reti, uomini e donne a grappoli.  Era
    quella  la piccola borghesia della fine dell'Ottocento,  margine d'una
    pi grossa borghesia in dissoluzione. Come non li ha scelti,  cos non
    li  ha  giudicati,  non  ha voluto valutarne le tendenze e le credenze
    individuali: un pi vasto giudizio aveva  egli  da  preparare.  Li  ha
    presi  come venivano e come stavano,  ha mostrato di accettare le loro
    leggi, convenzioni, mediocri costumi,  la loro abbandonata incapacit.
    L'umanit  del  mondo  pirandelliano   veramente - per servirmi d'una
    parola venuta in grande uso alcuni anni pi tardi,  cio con la guerra
    - "massa". Tuttavia massa non puoi chiamarla.
    Questa parola "massa"  carica di energia.  E spaventosa.  D un senso
    di forza cieca. La massa, piena di forza e tutta in s coesa,   priva
    di  volont  possibile,  di  ansia.  Occorre un volere che la superi a
    farle da motore,  che tutta unita la  scagli  a  un  fine,  ad  aprire
    varchi,   a  sommuovere;  lui  le  d  le  sue  leggi  nuove,  le  sue
    convenzioni.  La  guerra  ci  ha  insegnato  l'espressione  "massa  di
    manovra".
    Invece  l'umanit  in  cui  Pirandello  ha  affondato  le  mani fin da
    principio,  per farsene materia alla creazione d'un mondo suo proprio,
    non  era se non un groviglio che si sente vivere;  non massa,  e quasi
    neppure folla: non incapace di ansie, ma nuda di energie.  In ognuno -
    perch  quel  groviglio    pur  fatto di tanti "ognuno" - suppura una
    certa dose di piccola volont,  ma piuttosto che volont   voglia,  e
    manca di direzione;  nel tutto non c' quel tanto di coesione da farlo
    diventare peso di manovra in mano a un volere.
    [...]
    Se voi leggete specialmente i primi volumi dei racconti, quel mondo di
    stanzucce, scialletti, lettini di ferro, spalle strette,  finestre sul
    vicolo,  luci stentate,  anime chine,  piccole croci, vi pare un mondo
    gi pronto per l'ultimo respiro e che senza spostare niente  basti  un
    piccolo tocco per farne un cimitero.
    In  realt  tutte  quelle  persone non sono affatto pronte alla morte,
    penano perch non si sentono abbastanza vive.  Il dramma pirandelliano
       gi   dai   principii,   e   sar   sempre,   proprio  questo:  la
    rappresentazione del primo movimento in  cui  nasce  la  vita;  quella
    smania  per  cui  basta  che  tu  getti un po' d'acqua sopra un po' di
    terra,  e in breve ecco un brulicare di vite vegetali  e  animali  che
    stavano ansiose in un angolo dell'increato ad aspettare.
    Diego Fabbri.
    Al  "Congresso  internazionale  di  studi  pirandelliani",  tenutosi a
    Venezia nell'ottobre 1961,  Diego Fabbri presentava una  comunicazione
    su  "Pirandello  poeta  drammatico",  dalla  quale stralciamo un brano
    significativo.

    In fondo quel che Pirandello stima e rispetta e ama di pi nel  teatro
     il pubblico,  quel pubblico che vede, analizza osserva ogni sera, di
    cui studia e rispetta le reazioni, quel pubblico che non riesce mai ad
    offenderlo  anche  quando  lo  contrasta  e   gli   si   oppone.   Sul
    palcoscenico,  in  fondo,  Pirandello  potrebbe  fare  tutto  da solo:
    l'autore,  come lo fa,  ma anche  l'attore,  e  il  regista;  e  dello
    scenografo,  dopo  tutto,  che bisogno c' perch accada quel che lui,
    l'autore, vuol fare accadere?  Gli basta un palcoscenico nudo e un po'
    di luce...  Ma il pubblico no, quello non se lo pu creare, non lo pu
    in nessun modo sostituire,  e non lo pu - e non lo  vuole  -  nemmeno
    influenzare.  Io  e  il  pubblico  siamo  gi  il teatro,  sembra dire
    Pirandello.  Eppure pochi come lui hanno  "vissuto"  il  teatro  nella
    molteplicit dei suoi elementi e dei suoi motivi.  Pochi come lui sono
    stati - direi "organicamente", costituzionalmente - "teatro" fin dalle
    origini  della  sua  attivit  non  soltanto  letteraria,   ma  umana.
    Pirandello s' portato dietro,  s' cresciuto dentro il teatro fin dal
    primo racconto;  e prima,  prima ancora: fin  dal  giorno  in  cui  ha
    contemplato e sentito e poi giudicato i fatti della vita,  i drammi di
    "relazione" che lo circondavano  e  lo  stringevano  da  vicino  e  lo
    colpivano,  nella casa,  nelle persone care, nelle cose. E' con questo
    intenso carico umano di vicende vere gi raccolte e intrecciate in  un
    viluppo  alternamente drammatico,  che Pirandello passa naturalmente e
    inconsapevolmente   dal   "teatro   della   vita"   al   "teatro   del
    palcoscenico".  Ho  detto  inconsapevolmente: poich il vero e proprio
    palcoscenico  ch'era  l,   nella  sua  concretezza,   a   dargli   la
    consapevolezza  del  teatro  teatrale,     naturalmente  scansato  da
    Pirandello quasi a convincerlo, o a illuderlo, che, dopo tutto, quello
    che s'accingeva a fare non era teatro,  o per lo  meno  non  era  quel
    certo  teatro  fatto,  appunto,  di  un  palco con gli attori e di una
    platea con il pubblico - separati e  distinti  -  e  distanti,  entit
    diverse.  Quando Pirandello si decider, di malavoglia e a malincuore,
    a salire sul palco,  ne aveva gi ampiamente rimosso le strutture e le
    separazioni  con  la  vita  della  platea.  Non  potendo,  non volendo
    rimodellare la vita del  pubblico  -  ch'  sacra  perch    vera  -,
    Pirandello aveva gi sommosso la vita del palcoscenico.



    Luigi Ferrante.
    In  questo  scritto  su  "La  poetica  di  Pirandello",  presentato al
    "Congresso internazionale di  studi  pirandelliani"  del  1961,  Luigi
    Ferrante  analizza  acutamente  il  rapporto  tra Pirandello "poeta" e
    Pirandello "artista".

    Parlando dell'umorismo e muovendo dalla  sua  poetica,  Pirandello  ha
    introdotto  motivi  nuovi  nella  cultura  filosofica italiana: se non
    disegnano una  estetica,  recano  un  contributo  sovente  geniale  al
    dibattito  intellettuale.  Il  "momento  critico" posto,  intimamente,
    accanto al "momento creativo",  il rapporto interiore tra intuizione e
    riflessione,  passione e razionalit, memoria e coscienza, sono i temi
    delle poetiche europee del Novecento. Non  di poco conto il fatto che
    Pirandello prenda come esempio dell'umorismo  e  del  "sentimento  del
    contrario" un personaggio di Dostojevsy,  Marmeladoff, e un'opera come
    "Delitto e castigo" (In "L'umorismo", pagina 127).
    Nasce, con l'Umorismo,  la pirandelliana finzione consapevole: portata
    sulla  scena,  rivoluzioner la poetica della teatralit affermata sin
    dai tempi della riforma goldoniana,  il "naturale  e  verisimile",  un
    nuovo  linguaggio critico imporr all'attore di lasciare la maschera e
    di  porsi  al  centro,   tra  realt  e  finzione,   nell'inquietudine
    problematica.  Il confronto tra l'esistenza e l'arte sar questo: vera
    la scena quando la vita  mistificazione,  vero il personaggio  quando
    l'uomo finge d'essere come non .
    La  vena  ideale  pirandelliana  ha  diramazioni  antiche,  un modo di
    assumere gli argomenti e di svolgerli che ha fatto pensare ai sofisti.
    Sarebbe errore cercare,  nella filosofia,  in Gorgia poniamo  (come  
    stato   fatto)   o  anche  nel  momento  dell'idealismo  i  "concetti"
    pirandelliani. Cerchiamoli nella letteratura e nel teatro comico.  Non
    va  dimenticato,  infatti,  che  la  logica,  nella nostra letteratura
    comica,  ha carattere formale,  neosofistico  e  aristotelico,  spesso
    riproduce  la  forma  del  sillogismo,  rivela  l'obbiettivo  dei suoi
    "assalti",  l'educazione scolastica e retorica,  una concezione  della
    societ  fondata  su  concezioni  dette  morali che si volevano eterne
    anche nell'ingiustizia e nell'errore.  I  pi  antichi  strumenti,  la
    antilogica e la logica formale,  permangono nel loro valore agonistico
    lungo  un  arco  plurisecolare:  la  logica,  fondata  sulle  premesse
    categoriche che portano,  "per necessit",  a conclusioni determinate,
    abbandonato il campo della retorica scolastica, trova, nel comico,  un
    impiego democratico.
    Rifugio   estremo  della  piet  e  della  malinconia,   della  stessa
    intelligenza,  il comico  italiano,  rivela  tracce  d'una  condizione
    servile, d'una rivolta che ha larghi tratti popolari; ci offre squarci
    d'una  filosofia  violata,  ridotta,  quasi  ferocemente,  a strumento
    antilogico e agonistico,  per  dimostrare  l'esistenza  della  fame  e
    dell'oltraggio come si dimostrava l'esistenza dell'anima.
    Si  pensi alla rivolta degli uomini nel teatro di Pirandello: a Ciampa
    ne "Il berretto a sonagli", a Rosario Chiarchiaro ne "La patente",  ma
    anche ad altre figure,  intellettuali e ragionanti,  come Baldovino ne
    "Il piacere dell'onest", a Leone ne "Il gioco delle parti".
    Con Pirandello,  dicevamo,  si entra nel mondo dell'umorismo  e  della
    finzione  consapevole:  le  forme  dello  scetticismo  teorico  e  del
    soggettivismo  pratico   scorrono   in   una   vena   dialettica,   la
    contraddizione  tra  il  sentire  individuale e la convenzione sociale
    appare rivelata, diventa, talvolta,  il tema stesso del dramma,  nelle
    forme concrete del teatro, non in quelle astratte della speculazione.
    Il  pensiero,  il  teatro pirandelliano,  sono specchio di una societ
    divisa,  che non riesce a stabilire,  tra gli  individui,  un  dialogo
    morale:  di  qui  la  impossibilit di conoscersi,  di comunicare,  il
    bisogno della piet,  la rivolta contro le mistificazioni,  i  giudizi
    che ci "fissano", temi, tra gli altri, di commedie come "Cos  (se vi
    pare)", "Sei personaggi in cerca d'autore".
    La  crisi  del  verismo,  l'abbandono d'una indagine oggettiva,  non 
    rinuncia ad approfondire il rapporto  individuo-societ  gi  avviato.
    Mutano il metodo e il fine della ricerca.
    Pirandello  sent  il  peso della miseria che opprimeva le popolazioni
    contadine del Sud;  comprese il disagio morale che spegneva la piccola
    borghesia   urbana;   not   il   corrompersi  d'ogni  forma  di  vita
    tradizionale,  ma prefer cogliere,  di  questa  realt,  gli  aspetti
    ideali; l'impossibilit di stabilire un contatto etico profondo tra le
    coscienze  individuali;  il  disintegrarsi della vita quotidiana fuori
    della  storia;   la  degradazione  dei  sentimenti  nel   pregiudizio,
    dell'onest nella finzione legale e,  dunque, la necessit d'una nuova
    condizione etica.
    Egli sent la vita della societ nei suoi nodi intellettuali e  morali
    e, dunque, la storia dell'uomo avvinta a quei nodi.
    L'agnosticismo  del dramma "Cos  (se vi pare)" d luce al sentimento
    della piet,  della alienazione negli altri;  il relativismo dei  "Sei
    personaggi" mostra un tragico confronto tra esperienze individualmente
    sofferte  che,  vanamente,  cercano  un  fondamento  oggettivo per una
    storia da affidare agli altri;  il dissidio  tra  la  vita,  mobile  e
    irrazionale, e la storia, stabile e conseguente, coincide col "momento
    critico"  che  attraversa  il  dramma  passionale  e  lo riscatta.  Lo
    scrittore rompe,  cos,  i nodi che avvincono una societ vinta  dalla
    mistificazione.



    La nuova colonia.
    Mito. (1928).


    "a Marta Abba".


    PERSONAGGI.

    La Spera.
    Mita.
    La Dia.
    Marella.
    Sidora.
    Nela.
    Currao.
    Crocco.
    Tobba.
    Padron Nocio.
    Dor.
    Papa.
    Fillic.
    Burrania.
    Quanterba.
    Trentuno.
    Ciminud.
    Osso-di-Seppia.
    Il Riccio.
    Nuccio d'Alagna.
    Bacchi-Bacchi.
    Filaccione.
    Pallotta.

    Giovane contadino.
    Marinaj - Pescatori - Uomini della ciurma.
    Guardie di dogana.
    Due donne.


    PROLOGO.

    La  taverna  di  Nuccio  d'Alagna  nella  calata del porto d'una citt
    marinara del Mezzogiorno.
    La parete di fondo  divisa in due parti che formano in mezzo un breve
    angolo. Nella parte sinistra, che rientra in quest'angolo,   inserita
    un'alta  e  stinta  scaffalatura  con  polverose bottiglie di liquori,
    d'ogni colore, allineate sui palchetti. Davanti alla scaffalatura,  un
    banco di mscita,  di quelli all'antica,  con la buchetta in mezzo per
    le monete.  In questo  banco,  da  un  lato,  l'acquajo,  con  attorno
    bottiglie,  bicchieri,  bicchierini; dall'altro lato, un fornelletto a
    spirito, con una vecchia cccuma da caff, di rame e il manico d'osso;
    e, attorno rozze tazze di terraglia,  scheggiate.  L'altra parte della
    parete  di  fondo,  pi sporgente,   quasi tutta presa da una sudicia
    vetrata scompartita da bacchette di ferro,  la quale comincia  a  poco
    pi  d'un  metro  dal  suolo e va s fin quasi al soffitto.  Da questa
    vetrata si scorge appena la calata del  porto,  al  lume  d'un  fanale
    acceso l davanti.
    Nella  parete  di  destra    la comune,  con la soglia illuminata dal
    lampioncino che, appeso sotto l'insegna esteriormente, non si vede.
    Nella parete di sinistra, un usciolino all'angolo immette dal banco di
    mscita in cucina. Pi avanti,  nella sala,  e un altro usciolo chiuso
    da cui si scende nel riposto.
    Tavole  e  tavolini  con  panche  e sedie davanti e intorno,  lungo le
    pareti e nel mezzo.
    La taverna    illuminata  scarsamente  da  lampade  che  pendono  dal
    soffitto: filo e padella. Ed  sporca e lugubre.
    Fuori, il mare  agitato da un vento furioso.

    Al levarsi della tela,  il vecchio tavernajo Nuccio d'Alagna, storto e
    magro,  con la barba a collana,  s'aggira con uno strofinaccio  tra  i
    tavolini,  pulisce  e  rassetta  seggiole.  Porta  in  capo  un rigido
    berretto di panno turchino,  con larga  visiera  di  cuojo;  e,  sulle
    spalle,  un  vecchio  scialle  grigio  peloso,  con un resto di pneri
    pendenti lungo gli orli. Seduto al primo dei tavolini presso la parete
    di  sinistra,   sul  davanti,   il  vecchio   pescatore   Tobba,   sui
    sessant'anni, ha finito di cenare e ora fuma a pipa, sonnolento. Ha in
    capo  una lunga e piatta berretta marinaresca,  a forma di lingua,  di
    color rosso,  ma sporca e ingiallita,  volta all'indietro  e  pendente
    sulla  nuca;  gli  occhi  bolsi  e acquosi;  la barba corta ma folta e
    schiumosa;  appesa alle spalle,  la decrepita giacca senza pi colore,
    tutta toppe vecchie e toppe nuove,  vivaci;  invece del panciotto, una
    fascia rossa stinta rigirata attorno alla vita;  i calzoni bianchi  di
    tela,  un po' rimboccati sulle gambe cotte dal sole; e i piedi scalzi.
    Poco dopo, entra dalla comune,  senza scostarsene,  Padron Nocio,  con
    sdegnosa superbia.  E' un vecchio stangone dalle spalle alte, ferrigno
    e adunco,  accigliato,  con occhi adirati.  Veste da ricco padrone  di
    paranze un abito di velluto turchino,  dalla giacca a vita e i calzoni
    a campana;  una fascia  di  seta  celeste  (non  lucida),  invece  del
    panciotto,  gli  cinge  la  vita;  porta in capo un grosso berretto di
    pelo,  a barca;   senza baffi,  con le basette  allungate  fino  agli
    angoli della bocca.


    PADRON NOCIO (chiamando dalla soglia): Oh -

    un fischio, breve

    - cannuccia di pipa!
    NUCCIO  (voltandosi  al  fischio  e riparandosi con una mano gli occhi
    dalla luce): Chi ? - Ah, voi, Padron Nocio?

    Accorre premuroso.

    PADRON NOCIO (prima che Nuccio s'accosti): Sta' in l, che puzzi.

    Ma poi,  accostandosi lui,  guardandolo un po' e sbattendogli un  dito
    sullo punta del naso, leggermente, di qua e di l:

    Bel naso di civetta!
    NUCCIO  (tirando indietro il capo e riparandosi il naso con una mano):
    Lascitemelo stare, che mi serve.
    PADRON NOCIO: Se vuoi che sguiti a servirti - (consiglio sano val pi
    della mano) - bada che mio figlio Dor non si sporchi  pi  le  scarpe
    entrando in questa tua tana -
    NUCCIO (tentando d'interromperlo, per scusarsi): - ma io -
    PADRON NOCIO (seguitando, ma rivolto a Tobba): - di ladri e vagabondi!
    TOBBA (senza scomporsi): Dite a me, padron Nocio?
    PADRON NOCIO: Dico a chi m'intende.
    TOBBA: E allora non a me.
    NUCCIO (tentando di riprendere): E come potrei io -?
    PADRON NOCIO (scartandolo col braccio): - levati! -

    A Tobba.

    No: proprio a te, anzi, se vuoi saperlo!
    TOBBA: Oh bella! E che v'ho rubato io?
    PADRON NOCIO: Tu non devi guastare la testa a mio figlio -
    TOBBA: - io? -
    PADRON  NOCIO:  -  tu,  s,  parlandogli  della tua isola,  che Dio la
    sprofondi per sempre!
    TOBBA (come se s'aspettasse ad altro): Ah, l'isola. -

    Sorride.

    - Il paradiso degli uomini cattivi.
    PADRON NOCIO (a  Nuccio):  Ne  parla,  come  se  non  ci  fosse  stato
    vent'anni a domicilio coatto!
    TOBBA: Ladro e vagabondo. Gi. Ma per ladro -

    si toglie la giacca dalle spalle e la mostra

    - guardate: pi toppe qua, che piaghe sulle carni di Cristo -
    PADRON NOCIO: - va' l, che le toppe, voi poveri, le portate -
    TOBBA  (levandosi):  -  allegre,  s,  come fossero bandiere!  - E per
    vagabondo,  mi dispiace,  ma ho da ricordarmi ancora d'un giorno,  uno
    solo, mandato da Dio sulla terra, ch'io non abbia lavorato.
    PADRON NOCIO: Bel lavoro! Il contrabbando!
    TOBBA: Non ne ho mai profittato per me.
    PADRON NOCIO: Ma hai dato agli altri il mezzo di far male.
    TOBBA (tornando a sedere): Male,  bene: potete impacciarvene vojaltri,
    di codeste cose.
    PADRON NOCIO: Tu, no? Ma se sei tu, anzi,  pi in colpa di tutti!  Tu.
    Perch rubare vorrebbe ognuno, -

    voltandosi a Nuccio

    - eh, cannuccia di pipa? - con le mani degli altri.
    NUCCIO: Verit sacrosanta (se non la dite per me).
    TOBBA.  Lui,  infatti,  con le sue, non ha mai rubato. Positivo. - Per
    me,  padron Nocio,  lavoro comandato.  Questo o un altro.  Non ho  mai
    voluto saper altro.  - Caricare, scaricare. - Pagato un po' di pi per
    il rischio.
    PADRON NOCIO: Ah, lo senti il rischio? Dunque sai ch'e male quello che
    fai?
    TOBBA (correggendo,  triste): Che facevo,  se mai,  Ora sono vecchio e
    non  me  lo  lasciano  pi fare.  - Male per me,  padron Nocio,  se mi
    prendevano. E mi presero, difatti. Sei volte. Alla sesta, mi mandarono
    all'isola. Seguitai a lavorare anche l. Ma l almeno,  tutti bollati.
    Non come qua, met s e met no; e schifati da quelli che non hanno il
    bollo.
    PADRON NOCIO: E tu trnatene all'isola, allora, se per te e meglio l.
    TOBBA Magari potessi!  Non si pu, lo sapete. Sgomberata dopo l'ultimo
    terremoto, per ordine superiore.
    PADRON NOCIO: Gi. Dicono - (anche di recente i miei uomini me l'hanno
    detto) - che s'abbassa sempre pi.
    TOBBA: La sentenza  data  -  scomparir  dalle  acque,  un  giorno  o
    l'altro.  Quando  ci  portarono via,  noi pochi scampati - (sar stata
    immaginazione) - guardando mentre ci allontanavamo,  il monte,  ch'era
    alto,  ci sembr come schiacciato. Lo vedo ancora, com'era, nel cielo.
    Pareva che respirasse.  Le coste,  tutte felpate.  E nelle radure,  il
    duro ignudo della roccia,  a toccarlo, scottava ancora di sole, quando
    ci andavo dopo il lavoro,  gi quasi a bujo.  E quelle casette  s  in
    cima,  appena s'allargava la notte, erano le prime a lavarsi d'alba le
    facciate;  come noi,  con l'acqua,  la nostra maschera.  E  altro  che
    questo puzzo ardente qua d'acquaccia nera nella nostra cala!  Intorno,
    tutt'un tremolo d'acque cos turchine che il cielo pareva bianco.
    PADRON NOCIO (a Nuccio): Cos me l'incanta, capisci?
    TOBBA: Io non l'ho mai cercato, vostro figlio. Viene lui a cercarmi.
    PADRON NOCIO: E tu, quando viene, cccialo via, per ordine mio.
    TOBBA: Mi vuole bene perch voi non me ne volete.
    PADRON NOCIO: Io non ti voglio n bene n male.  Voglio che mio figlio
    non pratichi con te.
    TOBBA:  I  santi  -  ricordatevi,  padron  Nocio  -  si fanno di legno
    cattivo.
    PADRON NOCIO: Io t'ho avvisato.

    Fa per andare.

    NUCCIO: Non volete bere? Ho un vino che, solo a annusarlo, stordisce.
    PADRON NOCIO: Grazie,  caro.  Non ne bevo del tuo vino.  Ho mia figlia
    qua davanti la porta. -

    A Tobba:

    Hai  avuto  il coraggio di farmi dire da Dor di comperarmi quella tua
    carcassa che fa acqua da tutte le  parti  e  prenderti  con  me  sulle
    paranze.
    TOBBA: Fareste un'opera di carit.
    PADRON NOCIO: E che vorresti che ne facessi di quel colabrodo?
    TOBBA: Con poco potrebbe tenere il largo, se voi la riparaste.
    PADRON NOCIO: E te chi ti ripara?
    TOBBA: Sono vecchio, ma sono di buon osso.

    A questo punto,  dalla comune entra Mita, gridando, spaventata. Non ha
    ancora vent'anni. Florida, bionda come una spiga, con le trecce legate
    strette a crocchia sulla nuca. Ha una sottana nera di lana, lunga fino
    alla noce del piede,  molto ampia e tutta a  piegoline,  rigonfia  sui
    fianchi;  un giubbetto di velluto viola, squadrato sul petto sopra una
    stoffa gialla a brusche d'oro. Porta in capo una mantellina di panno
    nero,  che le scende rotonda sulle spalle fino alla  vita.  Da  sotto,
    quando  v  per  via,  ne  tiene  i due lembi con ambo le mani a pugno
    chiuso,  incrociando le braccia sul petto,  fin quasi a nascondere  il
    volto. Scoprendo il capo, terr la mantellina sulle spalle con la sola
    parte  superiore  abbassata e volta indietro come un cappuccetto,  che
    mostrer allora la fodera azzurra, di seta.
    MITA (con le braccia levate, come a riparo del volto): Ah pap! Ajuto!
    ajuto!
    PADRON NOCIO (subito, voltandosi): Ch' stato? Che t'hanno fatto?

    S'avventa fuori della comune.

    NUCCIO: Qualche malcreato?
    MITA: No, una donnaccia! una donnaccia!

    Rientra Padron Nocio,  trascinando a strattoni dentro  la  taverna  La
    Spera.  E'  costei  una  donnaccia  da  trivio  dagli  occhi  foschi e
    disperati che le lampeggiano da un volto cos imbellettato che  sembra
    una  maschera.  In  contrasto col volto cos imbellettato sono le gale
    vecchie e scolorite del suo abito  strappato,  largamente  aperto  sul
    seno  ancora  formosissimo.  Vecchio  e  strappato    anche il grosso
    manto scuro,  sotto al quale  per  via    solita  nascondersi,  per
    scoprirsi ogni tanto a qualche passante notturno, l per la calata del
    porto, e darsi a vedere per quella che .

    PADRON NOCIO: Che hai fatto a mia figlia, schifosa? Che le hai detto?
    NUCCIO: Ah,  La Spera!

    Da  dietro  il  banco  di  mscita,  non visto,  Dor alzer il capo a
    spiare.

    LA SPERA (a Padron Nocio che non lo lascia): Nulla, nulla! Lo pu dire
    lei stessa.
    PADRON NOCIO: Come nulla, se  corsa qua spaventata?
    MITA: E' vero: nulla: m'ha fatto paura come mi s' accostata.
    PADRON NOCIO: Accostata? Tu, a mia figlia?
    LA SPERA: No, lasciatemi!

    Si libera le mani con uno strappo violento, e lo guarda, fiera, mentre
    Padron Nocio fa l'atto di darle un pugno sul capo.

    PADRON NOCIO: Con un pugno ti fracasso!
    LA SPERA: Non m'ero accostata a lei. M'ero accostata, guardando cos

    si pone le mani attorno agli occhi
    alla vetrata l, per vedere -
    NUCCIO (interrompendola,  rivolto a Padron Nocio): Lasciatela perdere,
    Padron Nocio: so chi viene a cercare qua dentro.
    TOBBA: Il padre del suo bambino.
    PADRON NOCIO (a Mita): Andiamo via. Non avrei dovuto lasciarti fuori.

    Ed esce con Mita, borbottando:

    Maledetto chi mette il piede in certi posti!

    Via con Mita.

    NUCCIO (a la Spera): E via anche tu,  subito!  Sai che qua,  sola, non
    devi entrare.
    LA SPERA: Non sono mica entrata da me. M'hanno trascinata.
    NUCCIO (spingendola fuori): Se cerchi d'appioppargli il figlio che t'
    nato,  te lo puoi scordare!  - Via,  via!  Fuori di qui,  senza  tante
    storie.

    Salta  fuori  dal  banco  di  mscita  Dor.  Svelto  ragazzo di circa
    quattordici anni, precocemente cresciuto, porta gi i calzoni lunghi a
    campana dei marinaj e,  invece della giacca,  un maglione di lana  col
    collo  rimboccato,   turchino;   in  capo,  un  berretto  all'inglese,
    anch'esso turchino,  tagliato a barca,  con due fettuccine dietro,  di
    seta nera, pendenti.

    DORO': No! Vecchiaccio vigliacco, non la scacciare cos!
    NUCCIO  (voltandosi con gli altri,  maravigliato): Oh guarda!  Proprio
    lui!
    TOBBA: E di dove  entrato?
    NUCCIO: Dalla cucina! Ah, ma caccio via anche te, sai!

    E gli va incontro, minaccioso.

    DORO' (parandoglisi di fronte): Prvati!
    NUCCIO (afferrandolo per un braccio): Tu devi andartene!  E' stato qua
    tuo padre -
    DORO': - L'ho visto
    NUCCIO: - a proibirmi -
    DORO' - l'ho sentito -
    NUCCIO: - ah, eri nascosto l?
    DORO': - l: e non me ne vado.
    NUCCIO: Tu te n'andrai com'e vero Dio! E puoi pure andare a dire a tuo
    padre che t'ho cacciato io.
    DORO'  (battendo  una  mano sulla tasca del calzoni e facendo sonare i
    soldi): Pago mezzo litro a Tobba.
    TOBBA (subito): Ah, no, grazie, caro!
    DORO' (seguitando): E lei

    indica La Spera e subito si confonde

    ...lei  come se fosse con me.
    NUCCIO: Ma sentitelo! con lui! Puzza ancora di latte!
    DORO': Dico perch fuori non si bagni:  non  senti  che  s'e  messo  a
    piovere?
    LA  SPERA  (che    stata  sull'uscio  a  guardar fuori,  si volta con
    ineffabile tenerezza verso il giovinetto;  poi dice a Nuccio):  Me  ne
    vado.
    NUCCIO:  E  ti  ripeto  ch' inutile che torni a cercarlo qua,  il tuo
    galantuomo.

    A Tobba:

    Si fa portare in caicco,  capisci?  Io pago,  e loro se  ne  vanno  in
    barchetta  di  notte,  come  due sposini;  e per dare ascolto alle sue
    chiacchiere,  lui,  su tre colpi,  me  ne  fallisce  due.  Ah,  ma  mi
    ascolter stasera,  appena viene. Neanche un tozzo di pane gli dar da
    mangiare.
    LA SPERA (gli s'appressa; gli prende una mano): Guarda:

    fa l'atto di sputargli su quella mano

    - puh! - ci sputo per lui - sul tuo pane.
    NUCCIO: Ah, ci sputi?
    LA SPERA: S;  e su tutto quello che dici.  D'ora  in  poi,  chi  vuol
    parlare con me - fuori! - dove non sono mai stata.
    NUCCIO: Farnetichi? o sei ubriaca?
    LA SPERA (con occhi invagati,  come se si vedesse sul mare,  di notte,
    in barca): Dove le parole - tu non sai com' - le dici - le ascolti  -
    ti diventano nuove.

    Voltandosi a guardare Dor:

    Come in bocca a quel ragazzo l.

    Scoppia a ridere: scuote le mani davanti alla testa come a cacciar via
    quelle parole, e se ne va dicendo:

    Sono ubriaca! sono ubriaca!

    Via.

    NUCCIO: Va' a bagnarti, va': l'acqua tempera il vino.
    TOBBA: Avr i suoi diavoli anche lei.
    DORO': E io - piove - e non me ne vado.
    NUCCIO: Tu te n'andrai,  perch non voglio aver da dire con tuo padre,
    io: lo vuoi capire?
    DORO' (a Tobba,  come se non avesse inteso): Ma di' un po' - com' che
    l'isola, dicono, scomparir un giorno dalle acque?
    NUCCIO: E dlli con l'isola!
    DORO':  Non  m'hai  tu  detto che la terra ha soperchiato le acque per
    volont di Dio?
    TOBBA: Quando sarai per mare,  t'ho detto,  e  l'avrai  cattivo  com'
    cattivo  questa sera,  se sai che a petto della terra il mare  tanto,
    tanto pi grande che non gli costerebbe  nulla  soperchiarla  lui,  la
    terra, e farne un boccone: tu devi pensare che, se non lo fa, questa 
    la volont di Dio -
    DORO': - s - perch sulla terra -
    TOBBA: - c' il coraggio dell'uomo che  pi grande del mare.
    DORO': E se il mare adesso fa un boccone dell'isola?
    TOBBA: Eh,  devi pensare che non c' solo il coraggio.  Dio, con esso,
    ti concede di vincere il mare. Ma l'uomo  anche cattivo, caro mio.  E
    allora Dio,  se pure ti stai sulla cima della pi alta montagna, te la
    fa inghiottire dal mare come niente.

    Entrano dalla comune, a frotta, rumorosamente,  come se,  correndo per
    ripararsi dalla pioggia,  l'uno avesse sopraggiunto l'altro davanti la
    porta,  con le giacche levate a riparo  della  testa,  o  con  qualche
    ombrellaccio  verde o rosso,  Crocco,  Fillic,  Quanterba,  Trentuno,
    Papa, Filaccione, il Riccio, Bacchi-Bacchi, Burrania, Osso-di-Seppia,
    Ciminud: marinaj contrabbandieri che  spingono  dentro  di  nuovo  La
    Spera. Entreranno prima Fillic, Quanterba e Trentuno, e si butteranno
    a  occupare  un  tavolino;  poi Crocco e Papa che,  tirando dentro La
    Spera,  cercheranno di costringerla a  sedere  con  loro  a  un  altro
    tavolino;  poi Filaccione,  il Riccio e Bacchi-Bacchi, che occuperanno
    un terzo tavolino; poi Burrania e Osso-di-Seppia,  che si apparteranno
    in un quarto tavolino e traendo di tasca un vecchio e sudicio mazzo di
    carte  si  metteranno  a giocare;  infine Ciminud che s'appresser al
    tavolino di Tobba, restando in piedi.

    FILLICO': Mannaggia! Tutto bagnato!
    CROCCO (a La Spera): E vieni dentro! Ti bagni la crocchia!
    PAPIA: Ti si stinge la maschera.
    LA SPERA: Lasciatemi! Fatevi gli affari vostri!
    QUANTERBA (a Trentuno che ride forte): Che ridi? Siedi, bestione!
    PAPIA (a La Spera, tirandola per un braccio): No, qua con noi!
    LA SPERA (svincolandosi): Con voi non voglio aver da fare.

    Va al tavolino di Tobba e di Dor.

    CROCCO (a Papa): Lasciala perdere!
    FILACCIONE: Qua mezzo litro: pago fuori conto!
    IL RICCIO: Oh, biada alle bestie! Che ci hai preparato?
    BACCHI-BACCHI: E lo domandi? Il solito macco!
    DORO' (a La Spera): Tutta bagnata!
    LA SPERA: Non  niente.
    BURRANIA (a Nuccio): Mezzo anche qua, oh!
    OSSO-DI-SEPPIA: Rosso, fuori conto.

    Intanto Nuccio d'Alagna avr  portato  a  Quanterba,  a  Fillic  e  a
    Trentuno  le scodelle di minestra;  altre ne porter a Filaccione,  al
    Riccio, a Bacchi-Bacchi e a Papa.

    QUANTERBA.  Bella sbroscia!  O come non ti fai coscienza  di  darci  a
    ingollare questa robaccia qua?
    NUCCIO:  Robaccia?  Mangia,  che ti leccherai anche il piatto,  quando
    avrai finito.

    A Ciminud rimasto con l'ombrello verde aperto:

    E chiudi codesto ombrello!
    CIMINUDU' (a Tobba): No.  Mi sento un canonico sotto  il  baldacchino.
    Non mi date posto?

    Chiude l'ombrello.

    TOBBA: Siedi, siedi.
    CIMINUDU':  Eh,  caro  Tobba:  il rosario?  santo;  ma sgrnane pure i
    chicchi quanto vuoi, se poi non ti di ajuto da te!
    CROCCO (a Papa): Vedrai che Currao non ci star.
    PAPIA: L'ho visto alla spiaggia  dietro  a  certi  pescatori  che  con
    questo mare hanno avuto il coraggio di gettare il tartanone.
    FILACCIONE (a Nuccio): Oh! e il mio mezzo litro?
    NUCCIO: Pagare avanti, pagare avanti: se no, io mi distraggo.
    QUANTERBA (ridendo con gli altri e additandolo): Lui, si distrae!
    BURRANIA (a Nuccio): E prtalo anche qua: rosso: tu che ti distrai.

    Entrano dalla comune,  per ripararsi dalla pioggia, tre campagnoli: un
    uomo  e  due  donne:  l'uomo    giovane,  col  cappotto  d'albagio  a
    cappuccio,  il  berretto a calza di cotone nero,  due cerchietti d'oro
    agli orecchi,  gli scarponi imbullettati;  le  donne,  una  vecchia  e
    l'altra  giovane,  con  le  mantelline in capo.  Sono come sperduti.
    Seggono a un tavolino sul  davanti,  presso  a  quello  di  Tobba.  Si
    guardano  attorno  e  sorridono ingenuamente a chi si sporge o alza il
    capo a osservarli.

    CIMINUDU' (a Tobba e a La Spera): O oh, passeri nuovi! Guardate.
    TOBBA: Calati dalle montagne.
    OSSO-DI-SEPPIA (a Burrania): Oh,  che fai?  Quattro e cinque  nove,  e
    prendi col fante?
    LA  SPERA (a Dor,  indicando i contadini): Alzati e va' a dire che se
    ne vadano: questo non  posto per loro.
    CIMINUDU' (trattenendo Dor che s' alzato): Che fai? Siedi.  Lasciali
    stare.

    Intanto,  Nuccio  d'Alagna  si  sar  appressato al tavolino dei nuovi
    arrivati per domandar loro che cosa vogliono da mangiare. Anche Crocco
    si sar alzato per tentare qualche malestro.

    LA SPERA (a Dor): No,  va' va': guarda l  Crocco  che  se  ne  vuole
    profittare!
    NUCCIO (ai contadini): Cotto? Vino? Peperoni salati?
    IL GIOVANE: Che c' di cotto?
    NUCCIO: Minestra di fave.
    CROCCO: Buona, compare. Prendetela, che vi piacer.
    TOBBA: Ecco qua Currao.

    Entra  difatti  dalla  comune  Currao,  con uno scialle scuro violaceo
    sorretto a tettuccio sul capo con ambo le  mani  per  ripararsi  dalla
    pioggia.  Poco  dopo  entrato,  se  lo lascia cadere sulle spalle.  Ha
    trent'otto anni;  corpo gagliardo e agile;  aria torva  e  sprezzante.
    Veste di nero,  con berretto di pelo,  maglione da marinajo, calzoni a
    campana e fascia di seta alla vita. Entrando,  scorge La Spera che gli
    fa  cenno  di badare a Crocco,  e si ferma a guardarlo e a guardare il
    giovane contadino allocco e le due donne.

    NUCCIO (a Crocco): Che t'immischi tu?
    CROCCO: Volevo sapere se  sbarcato adesso, o se -
    CURRAO (strattandolo per un braccio): E non ti vergogni?
    CROCCO: Oh, tu? Chi t'ha chiamato?
    NUCCIO: Ohi, dico...
    IL GIOVANE (alzandosi): Per chi mi prendete?
    CURRAO: Per un latterino tra i granchi, compare!
    CROCCO. Granchio? Io lo voglio servire!
    PAPIA (accostandosi): Sbarca o s'imbarca? Pronta la barca!
    TRENTUNO  (come  sopra,   alla  giovane):  Ci  siamo  qua  anche  noi,
    comaruccia!
    CURRAO (al giovane): Andate, andate via!

    Agli altri:

    E voi levatevi d'attorno!
    NUCCIO (a Currao): O oh! Chi t'ha fatto padrone in casa mia?

    Ai contadini:

    Sedete, sedete.
    IL GIOVANE. No, vi ringrazio.

    Alle donne:

    Andiamo via!

    Ed esce con esse per la comune.

    NUCCIO: Ah, mi mandi via gli avventori?
    CROCCO: Si vuole far santo con Tobba, non l'hai capito?
    CURRAO  (a  Crocco): T'ho detto e ripetuto che il ladro di terra,  io,
    non l'ho fatto mai, e non voglio che lo faccia nessuno di quanti siamo
    qua segnati.
    CROCCO: O se no, che fai? Vai a far la denunzia per farci arrestare?
    CURRAO (attanagliandogli un braccio): Bada: tu rubi,  e altri qua  dei
    tuoi,  pi schifosi di te, hanno rubato; e sono stato messo dentro io,
    e Quanterba con me, e questo

    indica Ciminud

    e quel vecchio l

    indica Tobba

    noi, capisci? e tu no, mentre sguiti a rubare.  Dunque la spia,  qua,
    non la faccio io: la farai tu!
    CROCCO (svincolando il braccio): Io? Provamelo!
    CURRAO (subito): La prova  questa.
    CROCCO: Hanno messo dentro anche me, non so quante volte.
    PAPIA: Anche me! anche me!
    CURRAO: Meno per di tutti noi; e poi subito, rilasciati.
    QUANTERBA: E' vero!  vero!
    CIMINUDU': Qua dev'esserci una spia!
    TRENTUNO: Un traditore!
    FILLICO': Viene da mettersi a gridare come pazzi per le vie!
    OSSO-DI-SEPPIA: Non se ne pu pi!
    CURRAO:  Te ne stai a guardare due ragazzi che giocano sulla spiaggia;
    o seduto sulla banchina del molo, le barche: vengono, t'agguantano per
    il petto,  ti attanagliano i polsi: - Dentro! - E non ne sai nemmeno
    il perch.  - Un furto? una rissa? - Tu sei stato all'isola? e dunque,
    dentro! Tanto per cominciare e far vedere che fanno qualche cosa.

    A Crocco, andandogli davanti a petto, fremente, ma contenendosi:

    Tu mi provochi stasera, e io te lo dico.
    CROCCO: Ti provoco? Mi provochi tu!
    CURRAO: M'hai detto spia!
    CROCCO: Perch non vuoi pi starci!
    CURRAO: Ah, per questo? No, caro: tu devi aver saputo qualche cosa!
    CROCCO: Io? che cosa?
    CURRAO: Che m'hanno chiamato.  Messo alle strette,  a farmi confessare
    ci che non avevo fatto, a farmi dire ci che non sapevo -
    FILACCIONE: - hai fatto la spia? -
    CURRAO: - ho avuto una volta la debolezza -
    TOBBA (con stupore): - come, tu?
    PAPIA: - ah s? -
    CROCCO: - lo confessa!
    CURRAO: Che credete?  Dico la debolezza d'avvilirmi davanti a loro, di
    mettermi a piangere,  di rabbia,  per l'esasperazione  di  non  essere
    creduto -
    PAPIA: - e hai parlato? -
    CURRAO: - ho supplicato mi dssero ajuto,  mi procacciassero da vivere
    - onesto...

    Scoppiano tutti a ridere sguajatamente, meno Tobba, La Spera e Dor.

    FILACCIONE. T'hanno rimesso in libert -
    PAPIA: - proponendoti un guadagno facile e sicuro: Confidente.

    Altra risata.

    CURRAO: Ah, ne ridete?
    QUANTERBA: L'hanno proposto anche a me!
    TRENTUNO: E anche a me!
    FILLICO': Anche a me!
    CURRAO: Che l'abbiano proposto a voi, e che lui

    indica Crocco

    o un altro pi carogna di lui abbia accettato,  me l'immagino;  ma che
    abbiano potuto proporlo a me...
    CROCCO: Tu devi essere malato.

    Nuova sghignazzata generale, troncata subito, perch

    CURRAO  (con  scatto da belva agguanta per il petto Crocco): Oh,  bada
    che io mi t'attacco alla gola e te la mangio con un morso!

    Quanterba, Papa, Trentuno,  Filaccione e Nuccio d'Alagna s'affrettano
    a separarli.

    QUANTERBA: Eh via!
    PAPIA: Non fare il cane!
    TRENTUNO: Finitela!
    NUCCIO: Oh, fuori, fuori di qui!
    CROCCO (trattenuto, mentre lo trascinano fuori): Tu me la paghi!
    CURRAO: Quando vuoi! quando vuoi!
    PAPIA: O che  pi onorato fare il ladro di mare che quello di terra?
    QUANTERBA: A terra rubi sempre a qualcuno; a mare non rubi a nessuno.
    OSSO-DI-SEPPIA: Come, a nessuno?
    QUANTERBA: A chi rubi?  Merce comprata e venduta.  La dogana, rubi, se
    mai!
    NUCCIO: O insomma, finiamola, v'ho detto!

    A Currao:

    E tu,  se sei venuto per mangiare,  guarda,  caro: quella  la  porta.
    Va', va' a fare il galantuomo fuori di qui!
    FILACCIONE: Cos torneremo a ridere tutti!
    NUCCIO: Io non ti do nulla!
    CURRAO: Tu non mi di nulla,  perch io non voglio nulla,  stasera; se
    no,  ti farei vedere se mi di o non mi  di.  Tutta  la  roba  ch'hai
    laggi

    indica l'usciolo a sinistra

    nel riposto -
    TRENTUNO: - tanta che spancia da tutte le parti.
    CURRAO: - e nostra, non tua!
    NUCCIO: Ah, roba vostra?
    CURRAO: Nostra, s!
    QUANTERBA E ALTRI: Nostra! Nostra!
    CURRAO: Procacciata da noi, col rischio nostro!
    FILACCIONE: Per una manciata di soldi -
    OSSO-DI-SEPPIA: E un boccone di pane che ci fa veleno!
    NUCCIO: Ecco qua le chiavi: prendetevela, se  vostra: voglio vedervi!
    LA  SPERA  (a  Currao,  balzando  in piedi e cavando un pugno di soldi
    dalla tasca): No! Vieni qua! Non dargliela vinta, perdio!

    Posando risolutamente quel pugno di soldi sulla tavola:

    Qua: mangia!

    Dopo un momento di silenzio,  mentre tutti stanno sospesi  a  guardare
    ci che far e dir Currao,

    TRENTUNO (in tono basso): O oh!
    PAPIA: Ma guarda!
    CURRAO  (che si sar appressato intanto lentamente,  minaccioso,  a La
    Spera, alzando ora una mano per schiaffeggiarla): Del tuo danaro -
    LA SPERA (subito,  prendendogli il braccio levato): - che  ha  il  mio
    danaro?  Non  pi sporco n pi pulito di quello che passa per le tue
    mani!
    CURRAO: Me le insozzo io da me,  le  mie  mani,  senza  bisogno  della
    sporcizia tua!
    LA  SPERA:  E  non  mangi con quella che ti viene di qua?  Buttagli in
    faccia la mia, e mangia!

    Entrano a questo punto due Pescatori con una cesta di pesci.

    PRIMO PESCATORE: Dov' Currao?
    PAPIA: Oh, quelli del tartanone!
    OSSO-DI SEPPIA: L'avete scampata bella!
    FILLICO' (indicando, al primo Pescatore): Eccolo l, Currao.
    SECONDO PESCATORE (a Currao,  porgendogli la cesta): Ecco  a  voi  per
    l'ajuto che ci avete prestato.
    QUANTERBA: Oh guarda!
    FILACCIONE: Che aiuto?
    CURRAO: Grazie: non voglio nulla!
    OSSO-DI-SEPPIA: Che triglie oh, guardate!
    TRENTUNO: Non aveva da mangiare, e...
    CIMINUDU': Quando si dice la divina provvidenza!
    PRIMO  PESCATORE:  Ma    stato  lui  per noi la provvidenza: col mare
    grosso,  se lui non ci dava una mano,  questa sera il tartanone non lo
    tiravamo a terra davvero!
    CURRAO (seccato, per tagliar corto): Mi date anche la cesta?
    SECONDO PESCATORE: La cesta, no, scusate.
    CURRAO: E allora andate: non voglio nulla.
    TRENTUNO: Vorresti mangiarti la cesta?
    PRIMO PESCATORE: Sono pi di tre chili di triglie!
    CURRAO: Non le voglio! Se mi date la cesta, s.
    SECONDO PESCATORE: Ne farete una cartata...
    CURRAO: Voglio la cesta! Con questo bel manico... Guarda, Tobba: tu lo
    prendi di qua, io di qua; e ce n'andiamo a venderle per la calata: Le
    triglie fresche, pescate or or!

    Imiter  il  bando,   quasi  cantato,  dei  pescivendoli  meridionali.
    Quanterba, Ciminud, Trentuno, Filaccione, Osso-di-Seppia, il Riccio e
    Bacchi-Bacchi applaudono gridando Bene! Bravo! Benissimo!

    FILACCIONE (ai Pescatori): Regaltegliela! Tanto,  vecchia.
    PRIMO PESCATORE: E prendetevi anche la cesta!
    SECONDO PESCATORE: E con buona fortuna!
    CURRAO: S, Tobba!

    ai Pescatori:

    Oh, a quanto, per tenerci sul giusto?
    PRIMO PESCATORE: Triglie vive vive,  che saltano  ancora!  Le  abbiamo
    vendute all'ingrosso,  noi.  Voi, al minuto, potrete di pi. Vedete un
    po' voi...
    TOBBA (a Currao): Vai, vai - per quello che ci costano!
    SECONDO PESCATORE: Vi pare poco una buona azione?
    TOBBA: Diventerebbe cattiva, se la facessimo pagare cara agli altri.
    CURRAO: S, s, non dar retta!  Andiamo a fare i galantuomini.  Ridete
    tutti! E afferrando la cesta per il manico, comincia il bando:
    Le triglie fresche...
    TOBBA (terminando il bando): - pescate or or!

    Escono Tobba e Currao,  reggendo la cesta l'uno da una parte e l'altro
    dall'altra, tra le risate di tutti.

    CIMINUDU': E' poi da vedere se ci si guadagna di pi!
    LA SPERA: Per quanto ci ha guadagnato lui  a  non  farlo!  Non  ha  da
    mangiare...
    NUCCIO: E proprio tu lo dici? Se non stesse a ciondolarsi con te tutto
    il giorno -
    TRENTUNO: - s,  guadagnerebbe assai! Si vede da come siamo ricchi noi
    tutti! - Ehi, Quanterba, come dorme lui?

    Indica Nuccio.

    QUANTERBA: A pancia all'aria.
    TRENTUNO: Perch?
    QUANTERBA: Perch mangia troppo.
    TRENTUNO: Quanto mangio io?
    QUANTERBA: Eh, poco tu.
    TRENTUNO: E come dormo allora?
    QUANTERBA: Di taglio.
    TRENTUNO. Vedete la differenza?

    Viene dalla calata del porto un  voco  confuso,  che  presto  cresce,
    avvicinandosi.

    PAPIA (correndo a guardare dalla vetrata in fondo): Oh, gridano!
    FILACCIONE (accorrendo anche lui): Che sar accaduto?
    OSSO-DI-SEPPIA (come sopra): S'azzuffano! S'azzuffano!
    BURRANIA: Chi s'azzuffa?
    FILLICO': Corro a vedere!

    Via di corsa per la comune.

    PAPIA: La voce di Crocco!

    E corre fuori anche lui.

    FILACCIONE: Si vedono le guardie! L, l, guardate!

    Tutti  si  alzano  per guardare dalla vetrata;  qualche altro esce per
    andare a vedere che cosa  accaduto.  Intanto il clamore di  fuori  si
    sar appressato;  quasi davanti la porta della taverna.

    FILLICO' (rientrando in subbuglio): Hanno arrestato Currao!
    LA SPERA (con un grido,  lanciandosi verso la porta, seguta da Dor):
    No!
    FILLICO': Qua davanti! Eccoli! eccoli!

    Irrompono dalla porta Currao e Tobba, aggrovigliati con le guardie che
    li hanno arrestati;  rientrano insieme Crocco,  Papa e altri  marinaj
    del   porto,   vociando.   Tra   le  grida  dei  marinaj  Lasciateli!
    lasciateli! si sentiranno quelle di Tobba che cerca di  scusarsi,  ma
    senza  avvilimento:  Ma se vi dico che ce l'hanno regalate! e quelle
    pi forti di Currao che si divincola ferocemente: No! no! Lasciatemi,
    per la Madonna! Non le ho rubate!
    CROCCO: S, s: le ha rubate! lui, lui!

    indica Currao

    con tutta la cesta!
    LA SPERA: Ah, cane!
    CROCCO: L'ho visto io! Le ha rubate! Or ora, qua!
    LA SPERA: Non  vero! Testimonii tutti, qua!
    CURRAO (riuscendo a svincolarsi e afferrando Crocco per il petto):  Me
    le hai viste rubare, tu?
    TUTTI: Non  vero! non  vero!
    PRIMO PESCATORE: Ma che rubate! Gliele abbiamo regalate noi!
    SECONDO PESCATORE: Noi, s! Per l'ajuto che ci prest!
    PRIMO  PESCATORE:  Con  tutta  la cesta,  noi due.  Chi li accusa  un
    infame!
    TUTTI: Infame! infame!
    CURRAO: No!  Non  lui l'infame!  Lui  soltanto il vigliacco  che  se
    n'approfitta, per vendicarsi!

    A Tobba:

    Lo  capisci  che  tu  non  puoi pi onestamente metterti a vendere una
    cesta di pesci che t'hanno regalato?  Non puoi!  Ecco,  vedi?  Le  hai
    rubate.
    PRIMO PESCATORE: Ma se non  vero!
    CURRAO: E' vero!  Noi non possiamo fare pi altro! Patentati ladri, il
    nostro mestiere  rubare!

    A Tobba:

    Non hai rubato? Sei in contravvenzione! E dunque, dentro!

    Alle guardie:

    Portateci dentro!
    PRIMO PESCATORE (alle guardie): Scherza...
    SECONDO PESCATORE: Potete  rilasciarli,  sulla  nostra  parola!  Siamo
    pronti a dichiarare -
    PRIMO  PESCATORE: - ch' stato un regalo: ci ajut a tirare a terra il
    tartanone.
    SECONDO PESCATORE: Gliel'abbiamo portata noi stessi, qua, questa cesta
    di pesci: sono tutti testimonii!
    TUTTI: E' vero!  vero!
    PRIMO PESCATORE. Potete, potete andare. Se volete, veniamo con voi,  a
    testimoniare.

    Le guardie se ne vanno, seguite dai due Pescatori.

    QUANTERBA (agguantando Crocco per il petto): E tu, schifo -
    CURRAO (subito, strappandolo indietro): - no! lascialo stare!
    LA SPERA: Schifo,  s, schifo - voi della vostra, io della mia vita! -
    Sono tutta un fremito. Dio! - Non vi sentite torcere dentro le viscere
    come una fune?  - Che aspettate  pi?  Andiamocene,  andiamocene  via,
    andiamocene lontano!
    TRENTUNO: Lontano? Dove te ne vorresti andare?
    LA SPERA: Non lo so! Quest'isola c'?
    TRENTUNO: L'isola? Che isola?
    LA SPERA: Quella di cui parla Tobba come del paradiso.
    CIMINUDU': L'isola della Penitenza?
    LA SPERA. C' davvero?
    FILACCIONE. C'era una volta...
    FILLICO': Chi sa se c' pi adesso!
    BURRANIA: Vorresti andare all'isola?
    OSSO-DI-SEPPIA: Chi t'ha condannata?
    LA SPERA: Chi? Tutti, qua. Non vedete? Da non lasciarci pi respirare!
    CURRAO (soprappensiero): Tornare all'isola?
    LA SPERA. Sar la liberazione!
    FILACCIONE: S! quando ti sprofonder in mare!
    LA SPERA: E qua,  dove sei?  non sei sprofondato?  Pi a fondo di come
    sei qua,  non potrai  sprofondare!  Ma  sar  Dio  almeno  che  t'avr
    sprofondato!  non  gli uomini pi cattivi di te!  pi cattivi,  se non
    vogliono pi lasciarti tornar  a  galla  un  momento  a  respirare,  a
    respirare! Ah Dio, mi s' messa qua questa smania

    si preme con le due mani lo stomaco

    di tirare un respiro dal fondo dei polmoni!
    CURRAO (di nuovo, guardando tutti): Tornare all'isola...
    TRENTUNO: Ma come? condannandoci da noi?
    TOBBA: Non sar pi condanna, se ce la diamo da noi.
    QUANTERBA: Ma come ci andremmo? Oh, non diventiamo pazzi!
    LA SPERA: Tobba ha la barca!
    TRENTUNO: Quella? Ah si! Proprio la barca per portarci a quell'isola!
    LA SPERA: Perch?
    QUANTERBA: Perch ti coler a fondo anche prima dell'isola!
    LA SPERA: Si vedr! Sar la prova! A fondo, o resuscitati!
    OSSO-DI-SEPPIA: Grazie! Falla tu codesta prova!
    FILLICO': E poi,  ammesso che ci arrivi,  ti pare che ti ci lasceranno
    stare? Verranno con l'ordine di sgombrare e ti riporteranno via!
    TOBBA: Questo  possibile.
    LA SPERA: Ma glielo grideremo in faccia!
    CIMINUDU': Che gridi? Non vedi come t'ascoltano?
    CURRAO: La legge  sorda.
    LA SPERA: Che ci lascino stare a nostro  rischio  e  ventura!  Non  vi
    avevano  prima  condannato  a starci?  Ve ne portarono via,  perch ci
    potevate morire. Se ora accettate questo rischio,  perch lo preferite
    alla  vita a cui vi condannano qua?  se gridate loro in faccia che per
    voi  meglio quella morte che questa vita?
    TOBBA: Non vale, per gli altri, la condanna che ti di da te. Non pare
    pi  condanna,  perch  hai  negato  la  soddisfazione  che  ti  fosse
    inflitta. Ti mandano dove non vorresti andare; e allora si  condanna:
    ma se ci vai da te,  perch vuoi andarci, non  pi condanna,  il tuo
    piacere.
    LA SPERA: Va bene, s - e dirlo! dirlo forte! - s: il nostro piacere:
    non fare pi la vita che abbiamo fatto!  Perch ci dev'essere  negato?
    Se  nessuno qua vuole pi ajutarci,  darci modo di farne una migliore?
    Andiamo a cercarne noi il modo l, anche a costo di morire.  Perch ce
    lo  dovrebbero  negare?  C' terra da lavorare;  il mare;  Tobba ha le
    reti. Vi servir io tutti.
    PAPIA (con un ghigno, fregandosi le mani): Ah s? Benone, allora!
    LA SPERA: Come intendi, porco?  Basta del mio mestiere!  Lo faccio per
    questo!  Servirvi, farvi da mangiare, badare alle vostre robe, curarvi
    se siete ammalati,  e lavorare,  lavorare anch'io con voi: vita nuova,
    vita nuova, e nostra, fatta da noi!
    QUANTERBA: Io ci sto!
    TRENTUNO: Ci sto anch'io!
    CURRAO (a Tobba): Tu di la barca?
    TOBBA: Pronto!
    FILLICO': Ci stiamo tutti?
    OSSO-DI-SEPPIA: Tutti! tutti!
    CURRAO: Adagio: chi vuole lavorare!  chi s'impegna di starci!  Ognuno,
    come deve. Non per andare a cambiar aria!
    QUANTERBA: A lavorare! a lavorare!
    PAPIA: Dite sul serio? Lavorare? Con che? Con le mani?
    TOBBA: Con la voglia, se l'hai. Chi l'ha, non ha bisogno d'altro.
    TRENTUNO: Giusto! Trova e si serve di tutto!
    FILACCIONE: Ma qua c' Nuccio d'Alagna!  Anche quanto  ci  ha  l  nel
    banco  tutto nostro!
    NUCCIO: Anche il danaro?
    FILACCIONE:  Non  per rubartelo!  Per comperare zappe e vanghe,  reti,
    nasse!
    PAPIA: E l'aratro, te lo tireranno Burrania e Bacchi-Bacchi?
    FILLICO': Tu sei padrone di non venire!
    PAPIA: No! Che! Ci sto anch'io! Ho sete anch'io di vita nuova!
    BURRANIA (a Papa, minaccioso): Tu hai inteso dire bue, a me?
    CURRAO: Finiamola con le liti!
    TRENTUNO (a Burrania): Hai moglie? No. Dunque,  non t'ha detto bue per
    le corna.

    Rientra torvo,  dalla comune, Crocco. Subito Currao va a prenderlo per
    una mano e lo tira avanti.

    CURRAO: Ritorni in punto! Vieni, vieni avanti!

    Gli presenta una guancia:

    Eccoti qua: forza, di!

    E poich Crocco esita, stordito, prendendogli l'altra mano:

    No, no, di:

    si colpisce con la mano di Crocco

    cos! E ora qua!

    Gli presenta l'altra guancia,

    CROCCO: Ma perch?
    QUANTERBA: Si va tutti all'isola!
    FILLICO' e TRENTUNO: All'isola! all'isola!
    BURRANIA: Con la barca di Tobba!
    OSSO-DI-SEPPIA: O a fondo o resuscitati!
    BACCHI-BACCHI: Una pensata de La Spera!
    IL RICCIO (ironico): Tutti fratelli! - Di! di!
    LA SPERA (a Tobba,  a Dor e a Ciminud,  mentre gli altri sguitano a
    ragguagliare Crocco): Ora lasciatemi andare.
    TOBBA: Dove te ne scappi?
    LA SPERA: Vado a prendere il mio bambino.
    CIMINUDU': Ma no, che fai? Non l'hai a blia?
    LA SPERA: Vuoi che lo lasci qua? Lo porto via con me!

    Via di corsa per la comune.

    CURRAO (agguantando Nuccio per il petto): Tu, gufo, non farai la spia!
    NUCCIO: Io?  M'ammazzarono un figlio;  so chi  stato; non ho parlato.
    Mi buttarono una figlia alla  perdizione;  so  chi    stato;  non  ho
    parlato. - Volete andare davvero?
    CURRAO: S, domani notte!
    TRENTUNO: Tutti quanti!
    CURRAO: Chi fino a domani non se ne sar pentito!
    NUCCIO: Con la barca di Tobba!
    CURRAO: Con la barca di Tobba!
    NUCCIO: All'isola?
    TUTTI: All'isola! all'isola!
    NUCCIO: Vi dar io le provviste per i primi giorni,  e da comprarvi le
    zappe e le reti!

    Entra a questo punto il  delegato  Pallotta  seguto  da  due  guardie
    travestite.  I  bravo!  e gli evviva! a Nuccio d'Alagna per la sua
    offerta cessano d'un tratto e tutti ammutoliscono.

    PALLOTTA (a Nuccio): Ancora aperto a quest'ora?
    NUCCIO: Stavo per chiudere.
    PALLOTTA: Bada che questa  la seconda volta. Alla terza,  tu chiudi e
    non riapri pi. Via tutti subito! Via!
    TRENTUNO: Ma non siamo ancora in contravvenzione.
    PALLOTTA: Zitto tu, e fila! - Via, via tutti!

    A Tobba, mentre gli altri s'avviano per uscire:

    Tu vuoi proprio confonderti qua con questi altri!
    TOBBA: Dentato per quest'incastro, signor delegato...
    PALLOTTA: Dentato dice... Se non hai pi denti!
    TOBBA: E difatti non macino pi!

    Rientra  esultante,  come impazzita da una gioja sovrumana,  La Spera,
    col bambino al seno, gridando e ridendo, convulsa:

    LA SPERA: Oh Dio, che cosa... che cosa... oh Dio, oh Dio che cosa!
    TRE DEGLI ASTANTI: - Che ha? - Che dice? - Che t' avvenuto?
    CURRAO: Il bambino?
    LA SPERA: No! Io! io! - Posso allattarlo - Io! io!
    CURRAO: Tu, allattarlo? Che dici?
    LA SPERA: Miracolo! Miracolo!
    ALTRI DEGLI ASTANTI: - Com'? - E' impazzita?
    LA SPERA: No! Non so io stessa come sia! Non ci so credere io stessa!
    CURRAO: Ma che t' avvenuto? Parla!
    LA SPERA: Un miracolo,  un miracolo,  ti dico!  Posso allattare il mio
    bambino! io! io!

    E se lo stringe di pi al seno, quasi a ripararlo.

    CURRAO: Tu, da te? E come? Dopo cinque mesi?
    LA SPERA: Non lo so! Dissi a lui

    indica Tobba

    che andavo a prenderlo dalla blia;  lo dissi cos, come se mi movesse
    da dentro non so che cosa...  un calore,  un ardore che mi  dava  alla
    testa  e  mi calava al petto...  Corsi come una pazza,  un fuoco,  una
    fiamma...  e correndo - qua,  al vicolo accanto -  la  prima  porta  -
    salendo  la  scala,  caddi,  ruzzolai,  non  avvertii  nessun  dolore;
    toccandomi,  avevo il petto tutto bagnato: m' sgorgato il  latte,  da
    s, da s, all'improvviso, per la mia creatura! per la mia creatura!

    Fa l'atto di nuovo di ripararla e di ripararsi con lei.

    CIMINUDU' (quasi allibito): Questo  davvero miracolo!
    TUTTI  (prima  piano,  poi,  man mano crescendo): Miracolo!  miracolo!
    miracolo! miracolo!
    TOBBA (scoprendosi e in tono solenne d'ammonimento): Il segno di  Dio,
    per tutti noi: che ci guider Lui!  - Ora s,  si deve partire. Questa
    notte stessa. - Inginocchiamoci!

    Tutti si scoprono e s'inginocchiano.

    TELA.









    ATTO PRIMO.

    La scena rappresenta l'interno d'una casa diroccata,  a terreno.  Solo
    il  muro  di destra  rimasto in piedi intero,  con una finestra senza
    vetri.  Quello  di  fondo    crollato  e  lascia  scorgere  un  lembo
    verdissimo  dell'isola,  col  mare  lontano,  sfolgorante  di  sole al
    tramonto.  Il muro di sinistra  danneggiato solo in  alto,  verso  il
    fondo,  e  il  guasto  riparato provvisoriamente con un pezzo di vela
    dipinta.  Un uscio in questa parete immette in un'altra  stanza,  dove
    abita La Spera col bambino. Sono ancora per terra, in fondo, le pietre
    crollate. E ammonticchiati lungo le pareti, e qua e l sparsi, oggetti
    e  mobili  vecchi,  tratti dalla rovina delle case dell'isola: qualche
    armadio con lo specchio rotto;  qualche divano  di  bella  stoffa  ora
    scolorita  e  strappata,  con  la borra dell'imbottitura che strabuzza
    dagli strappi;  seggiole d'ogni foggia;  qualche panca;  stoviglie  di
    cucina; tavolini eccetera eccetera.

    Al  levarsi  della  tela  s'udr  un coro lontano dei nuovi coloni che
    ritornano dal lavoro.

    Sono in iscena Ciminud, Crocco e Papa.

    Ciminud,  messo a sedere su un paglione  per  terra,  con  le  spalle
    appoggiate  alla parete destra,  ha sulle gambe e tirata fin sul petto
    una rozza coperta d'albagio e in capo un  vecchio  scialle  grigio  di
    lana.  Creo, patito, come uno scampato a una malattia mortale. Crocco
    sta seduto in fondo su una pietra a guardar fuori.  Papa    sdrajato
    bocconi  per  terra in mezzo alla scena,  poggiato sui gomiti e con la
    testa tra le mani.

    PAPIA (cessato il coro): Anche il coraggio di cantare...
    CROCCO: Quando t' entrata in testa la pazzia...

    Pausa.

    PAPIA (tra s): Non mi par vero, non mi par vero che siamo qua.  Me lo
    sto sognando.
    CROCCO. Case diroccate, terre abbandonate e mare.

    Pausa.

    PAPIA:  E  questo spavento: di non potermi pi svegliare e far udire a
    me stesso, vivo, la mia voce.
    CROCCO (dopo un'altra pausa): Ah s, un bel verso, se sguita.

    Pausa. Poi, voltandosi iroso, di scatto:

    E finiscila!
    PAPIA (restando): Io? Che faccio?
    CROCCO: Che stai a grattare?
    PAPIA: Io? Non gratto nulla, io.
    CROCCO. Ah, sar qualche grillo, qua, tra l'erba.

    pausa.

    PAPIA: Tutte le cose...  uno stupore...  e pare che il  tempo  si  sia
    fermato.
    CROCCO: Vedi se  vita, questa, da potersi reggere!

    Altra pausa. Si mostrano nel fondo Quanterba e Trentuno.

    QUANTERBA: Come va il malato?
    CROCCO  (indicando Ciminud): Eccolo l: con lo scialle in capo,  come
    le beghine quando esce la benedizione.
    TRENTUNO: Ehi, Ciminud?
    PAPIA: Toccalo e senti se  vero...
    TRENTUNO (stordito): Chi?
    PAPIA: Lui. Se  vero che  l...
    TRENTUNO: Sei impazzito? -

    Poi, voltandosi a Ciminud:

    Come stai, Ciminud?

    CIMINUDU': N meglio, n peggio.
    QUANTERBA: E allora, allegramente!  Quando non c' di peggio il male 
    poco. - La Spera?
    CIMINUDU'  (indicando  con  una mossa del capo l'uscio dirimpetto): Di
    l, col suo bambino.
    TRENTUNO: Di' un po': quando viene a  medicarti,  a  sentirne  accosto
    accosto  il  calore...  Se  fossi malato io,  guarirei subito,  parola
    d'onore!

    Scoppia a ridere sguajatamente. Si sente lontana,  dall'alto,  la voce
    di Dor che canta uno stornello marinaresco.

    CROCCO  (alzandosi  urtato,  bofonchia  quasi  tra  s): Quando questo
    ragazzo canta e gli guardo la  gola,  una  tentazione  mi  viene,  una
    tentazione di sgozzarlo come un pecoro!
    TRENTUNO: Cos non farebbe pi il cane di guardia a La Spera.
    QUANTERBA:  Siamo  tutti  i  cani  di guardia de La Spera,  e dovremmo
    allora sgozzarci l'un l'altro, tutti quanti.
    PAPIA: S, ma quando gli altri non ci sono, parte alla pesca e parte a
    zappare, lui  sempre qua accanto a lei.
    CROCCO: Se non ci fosse,  sarebbe lo stesso.  Hai  potuto  pensare  di
    prenderla per forza di nascosto?
    PAPIA: Tu no, forse?
    CROCCO: E va' allora:  l! Pigliatela, se hai coraggio!
    TRENTUNO: Ecco, s: di, di l'esempio!
    PAPIA: Me lo dite per ridere...
    TRENTUNO: No: ti teniamo mano: va'!
    QUANTERBA: E' pure stata di tutti!
    CROCCO: Per quattro soldi; e nessuno prima la voleva; ora -
    QUANTERBA: -  diventata per tutti la regina!
    TRENTUNO: La regina e la santa!
    PAPIA: Col suo bambino -
    CROCCO: - e il suo re!
    TRENTUNO: Vorresti essere tu, il re, di' la verit?
    QUANTERBA: Questo gli cuoce!
    CROCCO:  Re perch ha lei;  e perch noi tutti,  carogne,  siamo qua a
    dipenderne come tanti cani spasimanti,  che ci faccia la grazia  anche
    di farsi vedere -
    QUANTERBA: - bella come s' fatta, cos tutta naturale -
    CROCCO:  - e con l'aria di non essere niente e di servirci tutti.  Ah,
    questa storia deve finire, deve finire!
    PAPIA (con rabbia): O lei per tutti, o ciascuno qua deve avere la sua.
    TRENTUNO: S, fischia che vengono! Lei  qua perch c' voluta venire.
    Vai a persuadere le altre ad adattarsi a vivere  come  stiamo  vivendo
    noi!
    PAPIA:  Vuol  dire  che  non    possibile neanche per noi seguitare a
    vivere cos!
    QUANTERBA: Ah,  come voi due,  no di certo!  Non so proprio che  siate
    venuti a farci cos, con l'anima spenta!
    CROCCO: Io, spenta? Voi che vi siete acconciati...
    QUANTERBA: Dico, per quest'impresa!
    TRENTUNO: Quando sta a noi, lavorando, mutare le condizioni!
    PAPIA: Questo lo dice Currao!
    CROCCO:  Eh,  lui  per s l'ha gi bell'e mutate!  Pare invasato.  Non
    tocca terra.
    PAPIA: E quell'altro, Fillic, l'avete veduto?  Ci crede sul serio oh,
    che  del Consiglio. Tronfio come un tacchino.
    TRENTUNO:  Mi fa ridere Tobba,  intanto: Non so come ci possano stare
    in citt con quel po' di cielo che si vede nello stretto  dei  vicoli,
    mentre  qua  -  dice  -  te  lo  puoi  bevere tutto fino a inebriarti,
    abbandonato tra l'erba al silenzio - Gli basta il cielo,  a lui,  per
    parlare con Dio.

    Entra Dor con una cartata di more in mano.

    DORO': Uh, radunanza qua?
    CROCCO: Hai colto le more per la regina?
    DORO': Ci hai da ridire?
    CROCCO: Tu entri come fossi il padrone.
    DORO': Dovrei chiederne il permesso a te?
    CROCCO: A me, s!

    Con una manata da sotto in s gli butta all'aria la cartata di more.

    E impara a rispondere!
    DORO'  (senza  scomporsi,  guardando  prima  in aria e poi in terra le
    more): Oh tanto, sai, erano cattive.
    QUANTERBA: Non lo trattare cos,  se sei davvero tanto pentito d'esser
    venuto:  la  liberazione  ci  verr  da lui,  quando suo padre verr a
    prenderselo con le paranze -
    DORO': - non verr -
    QUANTERBA: - portandosi  appresso  le  guardie  di  dogana  per  farci
    sgomberare.
    DORO': Gi lo sa mio padre, che sono qua.
    QUANTERBA: Ah lo sa?
    DORO': E mi ci lascia,  ha detto,  per punizione.  L'ha detto a Tobba,
    quand' andato a terra a parlare col delegato.

    Contento, battendo le mani:

    Si resta qua! si resta qua!
    QUANTERBA: Il delegato ha detto a Tobba...?
    DORO: S! s! che ci lasciano stare qua!
    QUANTERBA: Non  possibile!
    TRENTUNO: Tobba ce l'avrebbe detto.
    DORO': Lo dir forse stasera, alla seduta del primo tribunale.

    A Crocco:

    Capisci?  il permesso d'entrare non l'ho chiesto a te,  perch  non  
    ancora deciso se dovevo chiederlo a te o a lui

    indica Papa.

    Lo decider stasera il tribunale.
    CROCCO  (indicando  i mobili e gli oggetti ammonticchiati a sinistra):
    Questa, intanto,  roba mia!
    PAPIA (indicando, a sua volta, a destra): E questa  mia!
    CROCCO (minaccioso): Tu stasera la sgomberi, sai!
    PAPIA: Si vedr: o tu la tua, o io la mia.
    DORO': Bella testimonianza,  da una parte e dall'altra,  della  vostra
    vita  nuova!  Appena  sbarcati,  come  tante  jene  a frugare tra le
    macerie delle case diroccate!
    PAPIA: Noi soli? Tutti.
    DORO': Eh, lo so: un bel principio!
    PAPIA: Non  avevamo  nulla  per  ripararci,  neppure  per  buttarci  a
    dormire: ci siamo dati attorno.
    DORO?: Ognuno col suo posto in mente da occupare -
    PAPIA: - appunto: io, questo: e corsi subito a occuparlo per il primo.
    CROCCO: Ci avevo pensato prima io!
    PAPIA: Prvalo!
    CROCCO:  Tant'  vero  che,   appena  ti  vidi,   ti  strappai  fuori,
    gridandoti: Vttene, qua  mio!
    TRENTUNO: Sar un bel fatto provare chi ci aveva pensato prima!
    CROCCO: Chi aveva pi ragioni di pensarci!
    PAPIA: Sta bene: tu dirai le tue; io le mie.
    QUANTERBA: E non sarebbe meglio che vi metteste insieme,  come abbiamo
    fatto io e Trentuno?
    CROCCO:  Insieme  con  lui?  Non  lo  vorrei  nemmeno  per compagno di
    processione!
    PAPIA: E figrati io!
    TRENTUNO: E' avvenuto anche a noi due lo stesso caso:  d'aver  pensato
    allo  stesso  posto  da occupare.  Invece di litigare,  ci siamo messi
    insieme, d'accordo.
    QUANTERBA: E abbiamo gi finito d'accomodare la casa,  e ci diamo  tra
    noi ajuto e compagnia.
    CROCCO: Io ero stato qua all'isola prima di lui!
    PAPIA: Che conta l'anzianit?
    CROCCO: Conta che ho conosciuto questo posto prima di te!
    PAPIA:  Ma  non e diritto!  Anche ammesso che tu avessi pi ragioni di
    me, di pensarci; se poi non ci hai pensato e sono corso io,  prima,  a
    mettere qua il piede e a dire:  mio?
    CROCCO:  Ah,  bello il piede!  E allora il primo sbarcato,  posando il
    piede, poteva dire che tutta l'isola era sua; e gli altri,  a mare?  -
    Ti dico che tu sgombrerai stasera;  con la ragione,  se vale; o se no,
    con la forza.
    DORO': Lo dissi io che, venendo tu, sarebbe entrato il diavolo!
    CROCCO: Eh, caro, che vuoi? Zavorra.  Ho fatto da contrappeso.  Tu eri
    l'angelo!
    DORO':  Dovresti fare come Burrania,  tu,  che se n'e scappato fin dal
    primo giorno a viver solo. Non puoi stare con nessuno!
    TRENTUNO: Gi, Burrania; chi l'ha pi visto?
    DORO': Io. Sono andato a vederlo da lontano, senza farmi scorgere.  E'
    sulla spiaggia, dall'altra parte. Pareva un pazzo! Parla col mare.
    QUANTERBA: Parla col mare?
    CROCCO: Meglio che parlare con voi!
    CIMINUDU': Un po' di carit,  santo Dio! A ogni parola che dite un po'
    forte, mi sento spaccare la testa.
    CROCCO: L'ho avuta, mi pare, la carit, e sguito ad averla, tenendoti
    qua perch sei malato.
    PAPIA: Ah, tu ce lo tieni?
    CROCCO: Io, s. E lasciando di l La Spera perch ha il bambino.
    QUANTERBA: Oh guarda! Perch ha il bambino.
    TRENTUNO: Se non l'avesse, non ce la terresti?
    CROCCO: Faremo anche questo discorso, non dubitate.

    Entra  a  questo  punto  dall'uscio  a  sinistra  La  Spera.  E'  come
    trasfigurata.

    PAPIA (a La Spera): Sntilo, sentilo che ora parla di carit: lui!
    TRENTUNO: Che vi tiene qua per carit, dice -
    QUANTERBA: - lui

    indica Ciminud

    perch  malato -
    TRENTUNO: - e te, perch hai di la il bambino!
    LA  SPERA  (con la pi dolce e umile semplicit): Se crede davvero che
    qua sia suo...
    CROCCO (subito, aggressivo): E' - non credo - E' mio!
    LA SPERA (come sopra): Tanto meglio. Dunque, vera carit.
    PAPIA: Parli come se non lo conoscessi!
    LA SPERA: Tutti, d'ora in poi, dovremmo parlarci cos...
    PAPIA (stupito e derisorio): Come se non ci conoscessimo?
    LA SPERA: Eh, se fosse vero che, venendo qua e cambiando vita, a uno a
    uno dovevamo diventare altri da quelli che eravamo...
    PAPIA: Ma non vedi che  lui?  che vuol  darsi  lui  a  conoscere  per
    quello ch' sempre stato?
    CROCCO: Un prepotente,  vero?
    PAPIA: S; e un falso.
    CROCCO: Anche falso?
    PAPIA:  Falso,  falso,  s:  perch  mentre  stai  facendo  a  me  una
    soperchieria -
    CROCCO: - io? -
    PAPIA: - tu, tu, s - vuoi dare a intendere che fai la carit - a lei,
    e a quello l.  E anche il motivo di questa tua falsit ho indovinato,
    sai:  dici  che    tua carit per non riconoscere che sono stato io a
    proporre che loro due stessero qua fino a tanto che non si sar deciso
    se dev'essere tua o mia questa casa e la terra.
    CROCCO: Tu? Tu l'hai proposto per paura che, senza di loro due, ma sai
    i salti che t'avrei fatto fare a quest'ora!

    Quanterba, Trentuno e Dor ridono.

    PAPIA: Sar.  E infatti,  io non mi sto vantando di fare la  carit  a
    nessuno.
    CROCCO  (a  La  Spera,  con altro tono,  come per sentirne il parere):
    Parla tu,  parla tu!  A ogni parola che mi dicono gli altri,  mi sento
    drizzare qua dentro

    si picchia il petto

    una vipera! Parla!
    LA SPERA (dolente): E che vuoi che dica io?
    CROCCO: Che faresti, se fossi al mio posto?
    LA SPERA: Metterei a lui,  cos, una mano sul petto e gli direi: Vuoi
    stare qua? Stacci!
    CROCCO: Bella, s! Per dargliela vinta!
    LA SPERA: Cos parrebbe di vincere a me.
    CROCCO: Eh gi! Perch a te non costa nulla.
    LA SPERA: Dicevo per te (lo so che a  me  non  costa  nulla):  che  mi
    parrebbe di vincere cos, se fossi in te.
    CROCCO: Rinunziando al mio diritto?
    LA  SPERA: S.  E proprio se credi che il tuo diritto di stare qua sia
    pi forte del suo.
    PAPIA: Non  vero! Non lo crede!
    CROCCO: Lo credo!
    PAPIA: Tu vuoi fare una prepotenza: l'hai detto!
    CROCCO: Cane! Me l'hai fatto dire tu!

    Rivolgendosi a La Spera:

    Quando ho visto che gli altri si mettevano di mezzo tra me  e  lui,  e
    lui si rimetteva subito agli altri per farmi restar solo, capisci? -

    A Papa:

    Perch ti sei rimesso agli altri tu?
    PAPIA: Oh bella! Perch sono sicuro che mi daranno ragione.
    CROCCO: No! Per ingraziarteli, e averli dalla tua! Se ne fossi sicuro,
    come  ne sono sicuro io,  non avresti bisogno che te lo riconoscessero
    gli altri, il tuo diritto.
    LA SPERA: Gi. Ma se tu glielo neghi,  come lui lo nega a te?  Bisogna
    pure  rimettersi  agli  altri  che vedano e decidano chi di voi due ha
    ragione.
    PAPIA E GLI ALTRI: Ecco, ecco - benissimo! - E' cos chiaro!
    CROCCO: E chi lo d agli altri codesto diritto di decidere?
    LA SPERA: La tua stessa ragione, se  giusta.
    CROCCO: Grazie.  Lo so da me che  giusta.  Non ho bisogno che  me  lo
    dicano gli altri.
    LA SPERA: No. Tu puoi sapere che  la tua ragione, e basta.
    QUANTERBA: Se sia giusta lo potranno vedere solamente gli altri.
    TRENTUNO: Ecco, s - dopo averla pesata con quella di lui.
    PAPIA: Parte in causa come me: non puoi giudicare.
    CROCCO: E gli altri s, possono? pesando? e come pesano? Il peso della
    mia ragione  quello che le do io, e per me  tutto.
    LA SPERA: Gi. Ma anche per lui, tutto. E allora?
    CROCCO:  E  allora,  gli altri,  o leveranno peso alla mia ragione per
    darlo a quella di lui,  o a quella di lui per darlo alla mia.  Ecco la
    giustizia che faranno!
    LA  SPERA: Perch tu dici che la tua ragione  tutto.  Non pu essere.
    Se ci fossi tu solo! Tu, tutto; lui,  tutto.  Ti pare che possa stare?
    Nessuno  di noi pu esser tutto,  se poi ci sono gli altri.  Vedi?  ho
    capito questo io.  E ho capito anche,  allora,  che c' un  modo,  s,
    d'esser tutto per tutti; e sai qual ? quello di non essere pi niente
    per  noi.  Ecco perch ti dicevo: mttigli una mano sul petto e digli:
    Tu vuoi stare qua? e stacci! - Stringi le mani per prendere,  prendi
    poco, sempre; se le apri per dare e accogli tutti in te, prendi tutto,
    e la vita di tutti diventa la tua.

    Nella stanza s' fatta un'ombra strana,  violacea,  mentre fuori,  nel
    paesaggio in fondo,  incombe una cupa vampa di crepuscolo,  sotto alla
    quale  risalta  pi  che mai,  come smaltato,  il verde fresco e nuovo
    dell'isola.  Tra il rosso  di  quella  vampa,  entro  al  violaceo  di
    quest'ombra  vengono  a  diffondere  un  giallo  riverbero  due  rozze
    lanterne di  pescatori  sorrette  da  Filaccione  e  dal  Riccio,  che
    precedono  Currao,  Tobba  e  Fillic.  Vengono dietro Bacchi-Bacchi e
    Osso-di-Seppia.

    FILACCIONE: Passo al primo Tribunale!
    IL RICCIO: E al Consiglio dei Nuovi Coloni!
    TOBBA: Ma no: senza stare in parata, cos alla buona...
    CURRAO (imperioso): No: in parata, anzi, in parata! Ora tu qua non sei
    pi tu come tu: devi essere il Giudice!
    TRENTUNO: E mettetegli allora il tocco e la toga!
    CURRAO: L'avr, se sapremo diventare ci che dobbiamo essere!
    QUANTERBA (a Tobba): Oh!   vero che sei andato a parlamentare a terra
    perch ci lascino qua?
    CURRAO: E' vero!  vero! E sentirete ora a quali condizioni!
    QUANTERBA: Siamo gi sotto la dipendenza?
    CROCCO (con scherno): La colonia dei liberi coatti!
    TRENTUNO: Chi s' assunta la responsabilit?
    CURRAO: Silenzio! V'ho detto che sentirete le condizioni! Per ora deve
    sedere il Tribunale!
    OSSO-DI-SEPPIA: Subito subito, tre sedie e un tavolino!

    E   si   volta   con  Bacchi-Bacchi  per  prenderli  dalle  masserizie
    ammonticchiate a sinistra.

    CROCCO (fosco, prevenendoli): Alto l!  Nessuno s'attenti a toccare la
    mia roba!
    PAPIA: Non importa! Lasciate, lasciate! Prendete di l!

    indica a destra

    Do io le sedie e il tavolino!
    CROCCO (a La Spera): Ecco, vedi com'? Tu che dici la Giustizia...
    FILLICO': Temi che gliela daremo vinta perch ci avr dato da sedere?
    CROCCO: No.

    A La Spera:

    Perch impari a tener conto anche della sorte.

    A Osso-di-Seppia e Bacchi-Bacchi:

    Potevate voltarvi a prendere le sedie dalla parte di lui

    indica Papa;

    avrei gridato io allora: Prendetele qua da me,  e dato io da sedere,
    e non lui. - Ma non c' bisogno che segga il Tribunale. Ecco.

    A La Spera:

    Far com'hai detto.

    A Papa:

    Vieni qua.
    PAPIA (incerto, appressandoglisi): Che vuoi?
    CROCCO: Vieni qua!

    Passandogli le mani sul petto.

    Vuoi stare qua? Stacci. Ti lascio tutto, e me ne vado.
    CURRAO: Dove te ne vai?
    CROCCO: Dove volete.
    PAPIA: Mi lasci la terra e la casa?
    CROCCO: E anche la roba l. Tutto.
    FILLICO': Non vuoi pi niente?
    CROCCO: Niente.
    PAPIA: Ah, dunque t'arrendi?
    LA SPERA: Ma no! Non hai inteso?  T'ha domandato se volevi stare qua e
    t'ha detto di starci. Lui se ne va. Non vuol niente.
    CROCCO: Sono di chi mi vuole.

    A  tanta  inopinata  remissivit  restano  tutti  incerti  e sospesi a
    guardarlo e a guardarsi tra loro.
    Crocco ha un lieve e amaro sorriso di sdegno e si rivolge a La Spera.

    Vedi? Non mi vuole nessuno.
    TOBBA: Perch nessuno crede che tu dia veramente per non aver nulla.
    CROCCO: Nulla. Come ve lo devo dire?  Stabilite dove volete che vada e
    ci andr;  che cosa volete che faccia e la far.  Pronto a tutto, come
    sapr,  il  meglio  possibile.  Chi  vuole  ajuto,   glielo  prester.
    Riparare, accomodare.

    A Papa:

    Ecco: tirar s quel muro per te. O se mi volete alla terra, a zappare:
    o se mi volete alla pesca. Dovunque.
    CURRAO (avanzandosi e guardandolo fisso): Per arrivare a che cosa?
    CROCCO (sostenendo con viso fermo lo sguardo): Se me lo domandi,  vuol
    dire che lo sai.
    CURRAO (pronto): Lo so.

    Poi, con altro tono:

    Ti pare facile?
    CROCCO: No.  Facile  per te,  mantenerti al tuo posto.  Che ti costa?
    Hai lei

    indica La Spera.

    Sei il capo, e comandi.
    CURRAO: Io comando?
    CROCCO: Siamo qua tutti i tuoi servi.
    CURRAO:  Chi di voi lo pu dire?  Sono stato io,  finora,  il servo di
    tutti. Il primo a dare, l'ultimo a ricevere.
    TRENTUNO: Quest'e vero!
    ALTRI: E' vero!  vero!
    CURRAO: Siamo venuti qua per farci una vita nostra.
    CROCCO: S: ognuno la sua, senza sottostare a nessuno.
    CURRAO: E a chi sottostai tu?
    CROCCO: O non volevate far qua,  or ora,  il tribunale?  Io ero venuto
    per non stare pi sotto la legge -
    CURRAO (subito,  pronto): - degli altri: s.  Perch tu e quanti siamo
    qua ce n'eravamo messi fuori,  di quella legge;  e sentivamo che ce ne
    veniva da fuori il comando, come un sopruso. Ma ora qua non c'e pi la
    legge degli altri. C'e la tua.
    CROCCO: La mia?
    CURRAO: Quella che ti devi fare tu stesso.
    CROCCO: Io non me ne voglio fare nessuna.
    CURRAO: Te la devi fare per forza.  Chiamala come vuoi, se non la vuoi
    chiamar legge -
    TOBBA (con forza): - ma  legge! -
    CURRAO: - che valga per te e per tutti allo stesso modo: legge  tua  e
    nostra, che ce la comandiamo noi stessi, perch l'abbiamo riconosciuta
    giusta;  come  la necessit ce l'ha insegnata: del lavoro che dobbiamo
    fare, tutti, ciascuno il suo, per darci ajuto a vicenda: tu questo, io
    quello,  secondo le forze e la capacit.  Non te l'impone nessuno.  Tu
    stesso. Perch possa ricevere, in cambio di quello che di.
    CROCCO: Non voglio pi nulla io: ve l'ho detto.
    TOBBA:  E  allora  vttene,  come se n' andato Burrania,  a vivere da
    solo!
    FILLICO': Se vuoi stare con noi, devi volere d'accordo con noi.
    CURRAO: Credi di poter bastare a te stesso?
    CROCCO: Ma mi sai dire che sei tu da pi di me?
    CURRAO: Niente, se tu riesci a fare quello che faccio io.
    CROCCO: Io sono pi forte di te.
    CURRAO. Questo  ancora da vedere. Ma, ammesso,  vorresti vincermi con
    la forza?  Se hai torto, e io sono qua con tutti, e tutti sono con me,
    che ti vale essere pi forte? Tutti uniti, ti vinciamo.
    CROCCO: Io dico da solo a solo.
    CURRAO: M'abbatti?  Dovrai sempre temere la mia vendetta.  Per  essere
    sicuro, uccidermi.
    FILLICO': E allora ti vendicheremmo noi, uccidendo lui.
    TOBBA: Perch non possiamo ammettere che la nostra vita sia alla merc
    di uno che ce la voglia togliere.
    LA SPERA: Tutto questo  giusto, non lo riconosci?
    CROCCO: No. Perch cos  sempre la forza di tutti contro uno solo.
    CURRAO (a La Spera): Lascia che parli io. Io lo so cos'. E' che io ho
    te. E' tutto qui.

    A Crocco:

    La vorresti tu,  vero? Come? Con la forza?
    CROCCO: Non dico questo.
    CURRAO:  E  che dici allora?  Non hai parlato d'altra ragione fuori di
    questa, che sei il pi forte.
    CROCCO: Io ho detto che per te  facile.
    CURRAO: S: perch ho lei,  vero? Ma io che l'ho,  guarda che faccio:
    e dimmi se  facile.  Lascio che badi a tutti,  anche a te;  tenga per
    tutti acceso il fuoco, anche per te; e curi l quel malato; so che non
    ripara, poverina,  a servir tutti;  le voglio bene;  potrei pretendere
    che badasse a me solo.
    CROCCO: E che ne sai tu, se non farei anch'io lo stesso, se fosse mia?
    CURRAO: Tu? La daresti? Se intanto la vuoi togliere a me? Tu vuoi dare
    per avere. Tu vuoi il premio: lei. - E dice che non vuol nulla!

    Tutti, tranne La Spera, ridono di Crocco.

    OSSO-DI-SEPPIA (dileggiando): Pigliatela, se sei buono!
    IL RICCIO: Eccola l!
    FILACCIONE: Allunga la mano!
    TRENTUNO. Ci vuole cos poco!
    LA  SPERA  (con altero sdegno): Finitela!  Non posso sopportare che lo
    disprezziate!
    CURRAO: Tu lo difendi?
    LA SPERA: Difendo me,  perch mi sento disprezzata anch'io,  se tu  lo
    vuoi  persuadere  cos:  che io sia un premio da dare al pi forte o a
    chi d per avermi. Come se io per me stessa non potessi provar piacere
    a esser qua per tutti, come sono!
    CROCCO: E come se lui - devi dire - non desse anche per avere  qualche
    cosa.

    A Currao:

    S!  Tu  lasci  che  lei  badi qua a tutti per avere da noi rispetto e
    considerazione!
    LA SPERA (a Currao): D'un altro modo tu devi persuaderlo: che io posso
    essere di tutti, soltanto come sono ora, perch sono tua - di uno - di
    chi voglio io.  Mentre com'ero prima di tutti,  non  ero  di  nessuno,
    neanche mia!

    A  questo  punto Bacchi-Bacchi che guarda dal fondo verso l'isola,  si
    mette a gridare:

    BACCHI-BACCHI: O oh! Guardate! guardate! Chi corre laggi? Guardate!
    OSSO-DI-SEPPIA: Burrania! Burrania che ritorna! Burrania!
    TRENTUNO: S s, e lui!  lui!
    QUANTERBA: Corre come un dannato!
    FILLICO' (a Crocco): Lo vedi?  Se n'era andato perch la pensava  come
    te; eccolo che ritorna dopo nove giorni.
    PAPIA: Eccolo! eccolo!
    FILACCIONE: Pare impazzito!
    DORO' (agitando le braccia): Annaspa con le mani! Cos! cos!
    QUANTERBA, TRENTUNO, OSSO-DI-SEPPIA: Burrania! Burrania! Burrania!

    Si  precipita dal fondo Burrania,  sconvolto,  sbiancato in viso,  con
    occhi da pazzo

    BURRANIA: Cala! l'isola! l'isola cala, cala nel mare.
    ALCUNI: Che? - Ma no! - Come?  - Che dici?  - Cala?  - L'isola?  - Nel
    mare?
    BURRANIA: L'ho vista io! L'ho vista io! S. Cala! Cala!
    ALTRI: Ma no! - Che hai visto? - Sei pazzo?
    BURRANIA: L'ho vista calare, vi dico! Ho sentito, sentito, che cala! E
    un  fragore,  un  fragore  grande  ho  sentito,  come se tutto il mare
    friggesse! S! S!
    CURRAO: Ma dove? ma quando? Nessuno ha udito nulla!
    BURRANIA: S! Di l!  E ho visto nero!  E tremare,  tremare tutto!  Ma
    questa luce, guardate!

    indica fuori

    Questa luce!
    TOBBA: E' il fuoco del tramonto!
    BURRANIA:  No,  no!  Venite  a  vedere:  affondiamo  nel mare!  Si sta
    ingojando l'isola il mare! Alla spiaggia! Alla spiaggia!

    Tutti - tranne La Spera e Crocco - presi dal panico,  pur gridando:  -
    Noo!  Nooo!  - escono all'aperto e s'allontanano verso la spiaggia tra
    rumori e voci confuse.

    CIMINUDU' (levandosi,  atterrito,  e cercando di  correre  dietro  gli
    altri): Non mi lasciate solo, ah Dio, non mi lasciate qua solo!

    Fugge anche lui.

    LA SPERA: Il mio bambino! il mio bambino!
    CROCCO: Ecco, te lo prendo io!
    LA SPERA: No, lascia! Vado io!
    CROCCO  (trattenendola):  Ma  non senti che non si muove nulla?  E' il
    delirio di  quel  pazzo  affamato!  Vieni,  vieni,  s,  prendiamo  il
    bambino!

    E fa per introdursi con La Spera nella stanza accanto.

    LA SPERA (subito trattenendosi): No: che vuoi tu?
    CROCCO (afferrandola): Te, voglio, te! S -
    LA SPERA (divincolandosi): - lsciami! -
    CROCCO: - devi essere mia! -
    LA SPERA: - lsciami, ti dico! -
    CROCCO: - no! mia! mia!
    LA SPERA: - piuttosto morta, che tua! Bada che mi metto a gridare! -
    CROCCO:  -  Non mi scappi,  no!  A qualunque costo!  Vieni!  vieni qua
    dentro!
    LA SPERA: Non voglio! No! Lsciami! Non voglio!
    CROCCO: Ma perch no? Se t'ho avuta! t'ho avuta!
    LA SPERA: Lsciami, sai! Lsciami! Grido!

    Compare dal fondo Dor che,  dopo la prima  sorpresa,  si  scaglia  in
    difesa de La Spera.

    DORO': Ah, infame! Lasciala! lasciala!
    CROCCO  (lasciando  La  Spera  e rivoltandosi contro Dor): Tu,  cane!
    sempre tu! Ma ti levo io di mezzo!

    Lo afferra alla gola.

    LA SPERA (lanciandosi per trattenerlo): No!  Non lo  toccare!  Non  lo
    toccare!

    Viene,  prossima,  da fuori una grande risata tra grida scomposte,  di
    beffa.  Crocco lascia Dor,  freddato da queste grida nel suo  furore;
    resta  un  attimo  perplesso;  poi  guarda  Dor  e  La  Spera e grida
    minaccioso:
    CROCCO: Aspettatemi! Aspettatemi! Mi rivedrete!

    Scompare dal fondo.

    LA SPERA (a Dor, materna): Che t'ha fatto? che t'ha fatto?
    DORO': Nulla, nulla! Voglio vedere dove se ne scappa!
    LA SPERA (trattenendolo): No, sta' qua; e non dir nulla, bada!

    Si ricompone.

    DORO': Pezzo da galera! Con la violenza! Quando si nasce cattivi!
    LA SPERA: Non si nasce cattivi,  Dor!  E' che non trova - si sforza e
    non  trova pi il modo d'esser buono con nessuno!  E nessuno l'ajuta a
    farglielo trovare!

    Piange.

    DORO': Ma anche con te... non hai visto? -

    Sorpreso:

    Tu piangi?
    LA SPERA (asciugandosi gli  occhi  con  le  mani):  Non  hanno  saputo
    parlargli...

    Rientrano, ancora ridendo e beffeggiando Burrania, Filaccione, Bacchi-
    Bacchi,  Osso-di-Seppia, Quanterba, Currao, Tobba, Fillic e il Riccio
    che sostiene Ciminud: tutti, insomma, tranne Trentuno.

    FILACCIONE: E' la fame!  la fame!
    BACCHI-BACCHI: Tutta pazzia che gli era entrata nel capo!
    OSSO-DI-SEPPIA (sghignazzando): La vedeva calare! la vedeva calare!
    QUANTERBA: E di', di': anche la Luna calava?
    CURRAO (a La Spera): Dgli, dgli un po' da mangiare!
    FILLICO': E stai qua con noi, che ti passer tutto!
    TOBBA: L'isola non affonder, finch ci staremo senza peccare.
    PAPIA: Qua,  allora,   stabilito oh: questa casa e la terra restano a
    me?
    CURRAO (guardandosi attorno): E dov' Crocco?
    FILLICO': Era qua! Fuori, con noi, non  venuto.
    LA SPERA: Se n' andato.
    QUANTERBA: S, l'ho visto io, che correva verso la spiaggia.
    LA SPERA: Non l'avete voluto; se n' andato. Potevate approfittare del
    suo primo atto di remissione.
    CURRAO: Ma non hai capito perch lo faceva?
    FILLICO': L'abbiamo capito tutti cos bene!
    LA SPERA: Per me, lo faceva.

    A Currao:

    Avresti dovuto dirgli -
    CURRAO (subito, seccato): - s, va bene, quel che gli dicesti tu!
    LA SPERA: Lo lasciasti dire a me;  e allora gli parve - com'era vero -
    ch'io lo dicessi,  non pi per lui,  ma contro di te;  e appena  siete
    andati via tutti -
    CURRAO: - che ha fatto? -
    DORO': - niente! sono accorso io, a tempo! -
    CURRAO: - t'ha aggredito? Ah, perdio, dov'?
    LA SPERA: Lascia! E' scappato.
    CURRAO. Tu sguiti a difenderlo?
    LA SPERA: No: a difendermi, se sei tu cos. Anche da te - come mi sono
    difesa da lui. Non temere.
    QUANTERBA: Torna uno e se ne scappa un altro! Oh quest' bella!
    FILACCIONE: Torner anche lui, state sicuri. Soli non si pu stare.
    CURRAO:  E  ancora  qua  c' tanto da fare!  Siamo al primo principio;
    tutto dipende da noi;  pensate,  pensate quant' bello questo: che  la
    nostra vita qua ce la facciamo noi, con niente, con quello che c'; la
    facciamo  sorgere  noi,  di  pianta;  e  sar,  come  saremo capaci di
    farcela. La terra  gi tutta verde!
    BACCHI-BACCHI (con ironia non maligna): S, s, e l'aria  buona...
    PAPIA: Senza vino. -
    OSSO-DI-SEPPIA: - senza femmine -
    QUANTERBA: - alzarsi per  tempo  e  andare  a  dormire  all'ora  delle
    galline -
    FILACCIONE: - quanto a salute, ne avremo da vendere!
    TOBBA: Ma non pensate a nulla! Cercate di fare! Date ascolto a me, che
    non ho pensato mai.  - C' la terra da zappare?  zappate; da seminare?
    seminate; gettare, tirare la rete? gettate, tirate! Fare,  fare.  Fare
    per fare,  senza vedere neppure quello che fate,  perch lo fate. E la
    giornata  passata

    posando le mani sul petto a Quanterba

    e non te ne sei accorto nemmeno. Stanco, ti butti a dormire; guardi le
    stelle e ti pare che dal cielo ti ridano, come se fossi un bambino.
    OSSO-DI-SEPPIA (con  un  rammarico  che  faccia  ridere):  S,  ma  un
    bicchiere di vino, per Cristo!
    BACCHI-BACCHI (come sopra): E quando una donna ti guarda...
    CURRAO:  Ripianteremo  le viti,  appena si potr!  E sta a noi che qua
    ognuno possa anche avere la sua donna.

    Ciminud,  che sta un po' dietro,  a questo punto,  si sente  mancare;
    sbiancato  in  viso come un cadavere,  si piega sui ginocchi;  sta per
    cadere;  sorretto.

    BURRANIA (sorreggendolo): Ciminud! Ciminud!
    IL RICCIO (sorreggendolo anche lui): Oh Dio, casca!
    ALCUNI (voltandosi): - Che ? che e? - Ciminud? - Si sente male?
    LA SPERA (accorrendo): Subito adagiamolo - sostentelo!  - adagiamolo,
    adagiamolo qua!
    DORO': Dio, come  pallido!
    ALTRI (sgomenti, a bassa. voce): E' morto! E' morto!
    LA SPERA: No, no - il polso gli batte ancora -
    QUANTERBA (toccandogli la fronte): -  gi freddo! -
    LA SPERA: Doro, l

    indica la sua stanza

    pezze - pezze calde - di lana - sul cuore - corri - il mio scialletto,
    il mio scialletto;  sul bambino.

    Dor via di corsa.
    E intanto da fuori la voce di Trentuno.

    LA VOCE DI TRENTUNO: Oh oh! Ajuto! Ajuto! Correte! correte!
    ALCUNI: - Che cos'? - Un'altra, adesso! - Trentuno? - Grida ajuto!
    LA SPERA: Zitti! Zitti!
    LA  VOCE  DI  TRENTUNO  (pi vicina,  affannata): La barca!  La barca!
    Correte! Ajuto! ajuto!
    ALTRI: - La barca? - Ma che grida? -

    Agitazione in tutti.

    LA SPERA: Zitti! Questo poverino muore!
    TRENTUNO (sopravvenendo,  sconvolto): Crocco ha staccato la barca!  Ce
    l'ha rubata! Se n' fuggito! Siamo perduti!
    CURRAO (accorrendo verso il fondo con altri): La barca?
    ALCUNI: Ah ladro infame!  - Assassino! - E come si fa, ora? - Tagliati
    fuori!
    TRENTUNO: Eccolo l, guardate! Si vede l! dove batte la Luna!
    ALTRI: S, s! - Eccolo l! - Issa la vela! - La vela nuova!
    PAPIA: S' vendicato!
    QUANTERBA: Non potremo pi andare a terra!
    FILLICO': Non si doveva portarlo con noi! Tante volte l'ho detto!
    ALCUNI: Come si fa? - Come si fa? - Tagliati fuori!
    OSSO-DI-SEPPIA: Ora  il bello! Ora  il bello!
    CURRAO (ritornando con Trentuno verso Tobba che sta presso Ciminud  e
    non s' mosso): La barca, senti, Tobba? la tua barca!
    TRENTUNO  (vedendo ora Ciminud per terra,  e restando): Ma che cos'?
    Oh! E' morto?
    LA SPERA (china sul moribondo): No, no...

    A Dor che sopravviene con lo scialletto involto:

    Da' qua, da' qua, subito, ecco, cos, sul cuore... Scostatevi un poco,
    per carit...
    TRENTUNO (scostandosi con gli altri): Pare morto...  Cos,  tutt'a  un
    tratto... Ma com' stato?
    QUANTERBA: Era corso fuori anche lui;  ritornato, stava a sentire; gli
    si sono piegate le ginocchia.
    FILLICO': Quell'infame l!

    Indica fuori, alludendo a Crocco.

    TOBBA: Lasciatelo perdere!
    CURRAO: Ma come faremo senza pi barca?
    TOBBA: Come? Ne faremo senza.
    FILLICO': Per te  tutto facile!  Non si potr pi  andare  nemmeno  a
    pescare!
    TOBBA: Si potr, si potr.
    QUANTERBA: S, e come?
    TOBBA (accennando al moribondo, perch tutti parlino piano): C' funi,
    legname: faremo zattere.
    FILLICO': Ma per le provviste? Qua non s'accostano navi!
    TOBBA: Provviste ancora ce n'. Il pane non mancher.
    CURRAO: Ma s: forse meglio cos: l'ajuto - solo dalle nostre braccia.
    TOBBA: E da Dio.
    LA SPERA (dopo un silenzio,  alzando il capo a guardarli, dir piano):
    E' morto.

    Tutti si chineranno a guardare, scoprendosi; qualcuno s'inginocchier.

    TELA.


















    ATTO SECONDO.

    Una prominenza rocciosa dell'isola.  V' tracciata una  via  che,  sul
    davanti,  sale da destra a sinistra; e da qui poi, girando, ridiscende
    in  pi  ripido  pendio  alla  spiaggia  sottostante.  Mare  e  cielo,
    sconfinati, di l dalla roccia.
    Sul davanti,  a sinistra,  gli avanzi d'una casa addossata alla roccia
    dove la prominenza  pi alta.  Il tetto  squarciato e riparato  alla
    meglio;  la  porta verde aperta,  staccata da uno dei cardini,  appare
    ancora scontorta dal disastro.

    Al levarsi della tela si ode da destra un frastuono di  voci  confuse,
    concitate.  Subito  dopo  salgono  gesticolanti per la via e corrono a
    guardare dall'alto verso il mare: Currao, Tobba,  Fillic,  Quanterba,
    Trentuno  e  Papa,  seguti  da La Spera col bambino avvolto sotto lo
    scialle.

    CURRAO: Paranze della nostra cala,  s,  gurdale: quattro: di qua  si
    vedono bene!
    QUANTERBA: Ma forse sbandate... Col vento di stanotte!
    PAPIA: No, no: quest' lui, Crocco: la sua vendetta!
    FILLICO': Vendetta? Lascialo sbarcare!
    TRENTUNO: Non sbarcheranno, com'e vero Dio!
    CURRAO (a Trentuno): Va', va', chiama tutti a raccolta! Di qua, con le
    pietre; e gi dalla spiaggia con pertiche, travi; corri, corri!

    Trentuno, via di corsa per la destra.

    TOBBA: Quattro ciurme, ragazzi! Non sar facile.
    CURRAO: Loro sono sul mare, e noi qua da terra!
    TOBBA: E se sono armati?
    CURRAO. Le pietre!

    A Quanterba e Fillic:

    Le pietre!
    PAPIA (correndo gi a prenderne con gli altri due, davanti alla casa):
    S, s, le pietre! le pietre!
    CURRAO: Prendete le pi grosse!
    PAPIA (sollevandone una con ambo le mani): Ecco, di queste!
    CURRAO: Bravo, s! prendete!
    FILLICO': Li fracasseremo!
    CURRAO: Porttene s quante pi potete! Ma ce n' anche qua!

    Ai tre che risalgono:

    Le scaglierete da quass con tutta la forza!
    TOBBA  (guardando nel mare verso destra): Sono qua,  sono qua!  Quanta
    gente a bordo!
    CURRAO: Ci difenderemo sino all'ultimo sangue!
    PAPIA: Non la deve aver vinta, perdio!
    FILLICO': Ma i nostri, i nostri? Se tardano ancora,  non arriveranno a
    tempo!
    QUANTERBA (guardando verso destra): Eccoli, eccoli, vengono!

    Gridando e facendo cenni con le mani:

    Qua,  qua!  Correte,  correte!  Ciascuno  si  provveda  alla meglio di
    qualche cosa.

    CURRAO (scorgendo La Spera): Che vuoi? Che sei venuta a fare,  tu qua,
    col bambino? Via! Via!
    LA SPERA: Lasciami stare con te.
    CURRAO: Non voglio! Possono essere armati, non hai sentito?
    QUANTERBA  (a Papa,  guardando verso il mare): Si vede - guarda - del
    rosso! Come se volessero issare bandiere!
    TOBBA (a La Spera): Col bambino non  prudente: va', va'!
    PAPIA (a Quanterba): Ma no, che bandiere! Io vedo anche del giallo, l
    sulla seconda paranza.
    LA SPERA: Che volete fare, se sono in tanti?
    CURRAO: Ora lo vedrai!
    LA SPERA: Come impedirete?
    CURRAO: Lo vedrai! Lo vedrai!
    LA SPERA: Se non potranno qua, andranno a sbarcare altrove.
    CURRAO: Per adesso sono qua!
    QUANTERBA: Lo sa bene Crocco ch' questo il miglior posto di sbarco!
    LA SPERA: Con qual diritto poi?
    CURRAO (adirandosi): Chi, loro o noi?
    LA SPERA: Non siamo mica noi i padroni dell'isola!
    CURRAO: Noi, s, siamo noi ora!
    TOBBA: Da s, non ci sarebbero mai venuti!
    CURRAO: Il coraggio di venire l'hanno preso dal  rischio  che  abbiamo
    affrontato noi, e che l'ha fatta nostra, l'isola, ora!
    FILLICO': Non ce la lasceremo strappare!

    Sopravviene da destra giubilante Dor.

    DORO': Gi, gi quelle pietre!
    LA SPERA: Ah! Sono le paranze di tuo padre?
    DORO': S, s, l'ho riconosciute! Forse viene a prendermi!
    FILLICO': Con quattro paranze viene a prenderti!
    QUANTERBA: Come un figlio di re!
    DORO': Forse recher doni...

    Sopravviene da destra Trentuno armato d'una robusta pertica.

    TRENTUNO.  Che doni vai dicendo!  Crocco  nella prima;  l'ho visto io
    con questi occhi!

    Sopravviene, armato anche lui di pertica, Filaccione.

    FILACCIONE: S,  s,  che istiga tutti  e  insegna  dov'e  pi  facile
    l'approdo!

    Sopravvengono,  anch'essi armati,  il Riccio,  Bacchi-Bacchi, Osso-di-
    Seppia e Burrania.

    PAPIA: Bisogna scannarlo! Miserabile!
    CURRAO: Gi, gi, vojaltri con le pertiche! Ma non tutti!

    A Burrania:

    Da' questa a me

    gli leva la pertica

    e tu resta qua a scagliar pietre con gli altri -

    A Papa:

    Se arrivano a sbarcare -
    PAPIA: - mano ai coltelli, non dubitare!
    CURRAO: A terra, o loro o noi! - Andiamo, andiamo gi!

    Scende con Trentuno,  Filaccione,  Osso-di-Seppia,  Bacchi-Bacchi e il
    Riccio gi per il declivio della spiaggia.

    TOBBA: Ecco la prima!
    PAPIA (levando la sua): Pronte le pietre!

    Si  vede  comparire  dal basso la punta triangolare della vela dipinta
    d'un bel rosso arancione  della  prima  paranza.  E  subito  si  odono
    confuse  le grida dei nuovi arrivati sulle paranze e quelle dei coloni
    che vogliono ostacolarne l'approdo.

    Voce di CURRAO: Via! Via! Qua non sbarca nessuno!
    Voce di TRENTUNO: Forza! A loro! Di qua! Forza! Forza!
    Voce di FILACCIONE: Indietro! indietro! Ti sfondo la pancia!
    Voce di OSSO-DI-SEPPIA: Tutti a mare,  canaglia,  e ce la vedremo  tra
    noi!
    Voce DI BACCHI-BACCHI: Non sbarcate! Non sbarcate! Via! Via!
    Voce del RICCIO: Gi le pietre! Gi le pietre!

    E simultaneamente dalle paranze:

    Voci della CIURMA: Siamo amici - Siamo amici!  - Non veniamo per male!
    - Lasciateci sbarcare!

    Si vede comparire la punta di un'altra vela.

    Voce di PADRON NOCIO: Pace! Pace! Vengo per mio figlio!
    VOCE DI MITA: Dor! Dor! Siamo noi!
    Voce di CROCCO: Qua c' Mita! Ci sono le donne! Le donne!
    Voci dei COLONI (da sotto,  cessando d'ostacolare l'approdo):  Ih,  le
    donne! le donne!
    PAPIA,  QUANTERBA,  BURRANIA (buttando via le pietre e avviandosi alla
    spiaggia, di corsa, esultanti): Le donne! Le donne! Le donne!
    FILLICO' (a Tobba): Vai a tenerli pi! Hanno portato le donne!
    TOBBA: E' finita la pace!
    VOCI DALLA SPIAGGIA: In trionfo, in trionfo le donne!
    TRENTUNO: Viva Marella!
    QUANTERBA: Viva La Dia!
    ALTRI A CORO: In trionfo! In trionfo!
    IL RICCIO: Qua, Nela, ti porto io!
    OSSO-DI-SEPPIA: In trionfo, Sidora!
    CORO: S, viva, viva! in trionfo! in trionfo!
    CROCCO: Anche Mita in trionfo!

    E vengono s dalla spiaggia gridando con le  donne  in  braccio  dalle
    vesti sgargianti tra risa e tremiti di finto sgomento e di gioja, come
    in un festoso ratto rituale.

    TRENTUNO (con Marella in braccio,  contesa da Bacchi-Bacchi): Questa 
    mia! Questa  mia! Lvati! Non la prendi pi!
    BACCHI-BACCHI: No, no, mia! mia! Lsciala! Lsciala!
    MARELLA: Lasciatemi tutti e due, matti! Mettetemi a terra!
    Voci della CIURMA: Viva Marella!
    BACCHI-BACCHI: L'avevo presa prima io in braccio! Lsciala!
    TRENTUNO: No! Tu non l'hai saputa reggere! Lvati, ti dico!

    Voci della CIURMA: Viva! Viva!

    E il primo gruppo dei due uomini e della donna,  attorniato da marinaj
    della ciurma,  cos rissando,  ridendo e applaudendo, dopo aver salito
    ridescende e scompare da destra.  E dalla spiaggia viene s  un  altro
    gruppo.

    IL RICCIO (con in braccio Nela): No!  Eccola qua la vera regina!  Nela
    regina! Regina incoronata!
    NELA: No, no, basta, pazzo! Mi fai cadere! Mi fai cadere!
    IL RICCIO: Non cadi, no! Non aver paura che in braccio a me non cadi!
    Voci della CIURMA: Viva! Viva! In trionfo! Pi alta" Pi alta!

    E via,  da destra,  mentre dalla spiaggia viene s  Quanterba  con  in
    braccio La Dia.

    QUANTERBA: Dia di nome, Dia di fatto! Viva La Dia! Viva La Dia! Dia di
    tutti, ma tutta mia!
    LA DIA: Lsciami! Lsciami! Mi gira il capo! Mettimi gi!

    E via, da destra. Viene s dalla spiaggia Mita, inseguita da Crocco.

    MITA (chiamando dall'interno): Dor! Dor! Dove sei?
    CROCCO  (cercando d'afferrarla): Eh s,  lasciatevi portare in trionfo
    anche voi!
    MITA (sfuggendogli): No, no! Io, no! io, no!
    DORO': (che se ne sta gi con La  Spera  davanti  la  casa  diroccata,
    balza  come un dino su la roccia in difesa della sorella): Lascia mia
    sorella! Non arrischiarti a toccarla, schifoso!
    MITA (abbracciando il fratello): Dor! Dor! Siamo venuti, vedi?
    CROCCO: A liberarti,  sciocco!  Siamo venuti a farti reuccio!  Ma  tua
    sorella me la prendo io!

    Cerca di ghermirla.

    MITA (scostandolo): No! No! Finiscila, ti dico!
    DORO': Fatti in l, o perdio...

    E fa per avventarsi.  Sopravviene dalla spiaggia Padron Nocio, seguto
    da Burrania,  Filaccione,  Osso-di-Seppia,  Papa e qualche uomo della
    ciurma.

    PADRON NOCIO: Che cos'? Gi le mani!

    A Crocco:

    Tu t'attenti a toccar mia figlia?
    CROCCO: Si fa per chiasso, Padron Nocio!
    PADRON NOCIO: Non voglio di questi chiassi, io, con mia figlia!

    A Dor:

    E con te, mal'erba, ora faremo i conti, sai!
    CROCCO  (indicando gi,  davanti la casa,  La Spera,  avvilita col suo
    bambino sotto lo scialle, tra Tobba e Fillic): Guardate, guardate l!
    Se n' stato sempre tra le gonnelle di quella sudiciona l!

    Sghignazza oscenamente

    Oh, la santa, guardate! La santa!
    FILACCIONE (sghignazzando anche lui,  con gli altri): Uh gi,  guarda!
    La regina! La regina!
    OSSO-DI-SEPPIA:  E  dire  che  abbiamo  spasimato  per quella toppa l
    scassinata!
    PAPIA: E' finito il tuo regno!
    BURRANIA: Puoi spegnere il moccolo che tenevi  acceso  per  tutti,  tu
    sola!
    CROCCO: Schifosa! Sgualdrina! Sgualdrina!
    DORO': Oh vigliacchi!
    TOBBA: E' stata qua una sorella per tutti!

    A Padron Nocio:

    E per vostro figlio, una madre!
    FILLICO': Vigliacchi!
    CROCCO (a Tobba): Spssati ora tu con lei, vecchio bavoso!
    OSSO-DI-SEPPIA: Ne abbiamo tante ora di donne!
    PAPIA: E tu ridiventi quella di prima!
    CROCCO: Sgualdrina! Sudiciona!
    OSSO-DI-SEPPIA (sputando): Ph! Lvati la faccia!
    FILACCIONE. Ph!
    FILLICO': Pi l'hanno desiderata, e pi ora la disprezzano!
    TOBBA: Dio vi punir!
    LA SPERA: Lasciateli dire!  M'offendevano quando mi desideravano;  ora
    che mi disprezzano, non m'offendono pi.

    Ai denigratori:

    E non ve lo dico per superbia, no;  anzi perch me ne sento castigata,
    e che mi castiga Dio per vostro mezzo!  Per me  meglio cos;  s, s;
    meglio cos, sputata, disprezzata, avvilita.

    Viene intanto dalla spiaggia un tumulto di voci.

    Voci della CIURMA: - Addosso, addosso a lui!
    - Agguntalo! Non te lo fare scappare!
    - Sgzzalo! Sgzzalo!
    - Dgli, dgli col suo stesso coltello!
    - Legtelo! Legtelo!
    - Buttiamolo a mare!
    - S, s, a mare! a mare, legato!
    - A mare! A mare!
    - Gi, gi, forza! Atterrtelo, prima!

    E simultaneamente, pi alta, disperata,

    La voce di CURRAO: No, non m'avrete vivo! - Non importa, disarmato!  -
    Vigliacchi,  in  tanti  contro  uno!  - No,  non mi legherete!  Non mi
    legherete!

    Mita, Padron Nocio e Dor corrono a guardare dall'alto:

    MITA: Chi grida cos?
    DORO': La voce di Currao!
    LA SPERA: Oh Dio, no! Che gli fanno? Che gli fanno?
    MITA: Lo vogliono legare! No! No! Si difende! Ah no, gi il coltello!
    LA SPERA: Slvalo, Dor! Slvalo! Slvalo!
    CROCCO: Il tuo re!

    Gridando gi:

    Sgozztelo! Sgozztelo:
    OSSO-DI-SEPPIA: Te lo legano e te lo buttano a mare!
    LA SPERA: No, no! Va', corri, Doro! Slvalo tu, per carit!
    DORO': Lascialo! Lasciatelo, assassini!

    Al padre:

    Ma grida!  Ordina tu di qua che lo lascino!  Lo legano per buttarlo  a
    mare! Non vedi?

    E si precipita gi.

    PADRON  NOCIO  (con  gran  voce):  O  oh!  Lasciatelo!  Vi  ordino  di
    lasciarlo! Non siamo venuti qua per far male a nessuno!  Venite quass
    con me,  tutti,  e vediamo di mettere ordine prima che si faccia sera!
    Venite, venite s!
    TOBBA (a La Spera e a Fillic): Andiamo, andiamo noi laggi, ad unirci
    a lui.

    A La Spera:

    Non aver paura!
    Tobba,  La Spera e Fillic  salgono  su  la  prominenza  rocciosa  per
    discendere  alla  spiaggia.  Passando tra il crocchio dei denigratori,
    questi riprendono a dileggiarla tra sghignazzate e goffi inchini.

    FILACCIONE: Maest decaduta!
    BURRANIA: Santa senza moccoli!
    PAPIA: A quanto ti rivendi, bellezzina?
    FILLICO': Come non vi vergognate? Ha il bambino in braccio!
    CROCCO: Oh, tu! Tacchino spennacchiato! Hai finito, sai,  di sparar la
    coda!
    TOBBA: Vieni, vieni, Fillic, non dar retta!

    Intanto  dalla  spiaggia,  mentre  i tre vi discendono,  vengono s al
    richiamo di Padron Nocio gli uomini della ciurma, sei o sette, e Dor.

    PADRON NOCIO: Andiamo,  e chi vorr stare in pace  con  noi,  verr  a
    trovarci. Dove sono gli altri?

    A Dor:

    Tu facci strada.

    Via per la destra con Mita, Dor e gli uomini della ciurma. Restano in
    iscena Crocco, Burrania, Osso-di-Seppia, Filaccione e Papa.

    CROCCO: Eh? Che ve ne pare?
    BURRANIA: Scorpione!
    CROCCO: L'ho pensata bella, s o no?
    FILACCIONE: Ma troppa gente! Troppa!
    OSSO-DI-SEPPIA: No, meglio, anzi!
    FILACCIONE: Non ci sono pi abituato, e...
    OSSO-DI-SEPPIA: Ti confondi?
    PAPIA: Nessuno, oh, mi lever il mio!
    OSSO-DI-SEPPIA: E poi, dico, non resteranno qua tutti...
    BURRANIA: E se qualcuno di noi se ne vorr andare, ci sono ora quattro
    paranze...
    OSSO-DI-SEPPIA: Ma c' terra per tutti, lasciali stare!
    BURRANIA: Piacer restare, ora che la compagnia  cresciuta.
    CROCCO:  Mi  sono  figurato che qua,  a un altro poco,  morivate tutti
    d'inedia...
    BURRANIA: Ma come hai fatto a persuaderlo?
    PAPIA: Col figlio qua, bella forza!
    CROCCO: Il figlio! Non  stato mica il figlio soltanto. Certo,  s,  
    stato il gancio pi forte.
    PAPIA:  Se  voleva  riaverlo,  doveva  pur  venire  o  mandare altri a
    riprenderlo.
    CROCCO: Ma poteva anche ricorrere alla polizia; anzi, senza il rischio
    di vedersi combattuto da voi, com' stato.
    OSSO DI SEPPIA: L'hai indovinata, furbacchione, a portarci le donne!
    BURRANIA: Appena le abbiamo viste sulle paranze!
    CROCCO: Eh, lo sapevo!  - Ma persuaderli - padri e fratelli e mariti -
    a portarle

    rivolgendosi a Papa

    non   stato mica facile,  sai?  E' che ho dipinto a tutti quest'isola
    come il paradiso terrestre.
    OSSO-DI-SEPPIA: - s, dopo il peccato originale! -
    CROCCO: - mare pescoso; terra che, appena la gratti,  ti d quello che
    vuoi;  questa  luce  giovanile,  che  so!  e  la vita come ti piace di
    fartela, con la tua bella libert -
    PAPIA: - ma se non ne hai  i  mezzi?  -  la  libert!  -  come  fai  a
    valertene?
    CROCCO: Appunto!  Lui i mezzi ce l'ha.  E noi ce ne varremo.  Ora  in
    mano nostra,  e sta a noi farne quello che  vorremo:  se  siamo  tutti
    d'accordo!  State a sentire. Bestia, non sa neppur lui com'abbia fatto
    i denari con le barche che gli lasci il padre. Ma  ambizioso;  e ora
    questa   per  lui  vuol  essere  la  sua  impresa:  figuratevi  com'io
    gliel'abbia glorificata! - Sar il capo, di nome.  Se vorr comandare,
    avr  bisogno  che gli diamo spalla noi contro quelli che,  venuti qua
    prima,  hanno preso il governo dell'isola.  E allora  ho  pensato  una
    cosa,  state  a  sentire.  Guardie  del corpo.  Noi cinque.  E sei col
    Riccio, se vorr starci.
    PAPIA: Che vuol dire guardie del corpo?
    FILACCIONE: Guardie di lui?
    CROCCO: Per la sua difesa, a difesa del nuovo governo.
    OSSO-DI-SEPPIA: Sbirri,  ho capito!  Oh questa poi!  Si,  s,  sbirri,
    sbirri; io ci sto! Eh, non mi parr vero di poterlo fare!
    FILACCIONE: Anche a me! Anche a me!
    CROCCO: Ma non dite sbirri, per carit: guardie del corpo, suona bene.
    Gli  far  capire  che n'avr bisogno;  e cos ce la godremo senza far
    nulla, fingendo di presidiarlo,  il pasci!  Bisogna per tirar subito
    dalla nostra il vecchio Tobba.
    PAPIA: S, e come? Sai bene com'!
    CROCCO:  Lasciandogli  intendere  che    per la pace: baster!  Tobba
    dev'essere con noi a ogni costo: ha lui l'intesa con la polizia,  l a
    terra.
    FILACCIONE: Lo faremo generale! Nostro generale!
    OSSO-DI-SEPPIA: Magnifico,  s! Brache rosse e sciabola di legno; e il
    kep col pennacchio! Ci penso io al pennacchio"
    CROCCO: Non scherzate,  non scherzate,  perch un  complotto,  presto,
    bisogner metterlo s per davvero -
    FILACCIONE: - un complotto? -
    OSSO-DI-SEPPIA: - perch? -
    FILACCIONE: - del re spodestato? -
    CROCCO: - no,  no,  nostro,  un complotto nostro,  vero; ma facendo in
    modo che appaja di loro -
    PAPIA: - ah gi,  s!  per  dare  a  Padron  Nocio  una  prova  che  
    necessaria la nostra sorveglianza -
    CROCCO: - no, non per questo! Non intendo una finzione, io!
    PAPIA: E che intendi allora?
    CROCCO:  Venire  a un fatto positivo - e grave - che renda impossibile
    ogni intesa con quelli.
    FILACCIONE: Un fatto? Che fatto?
    CROCCO: Uno - ora vi dir - a  cui  bisogner  dare  il  colore  d'una
    vendetta loro,  degli spodestati contro l'usurpatore, mi spiego? Ma lo
    compiremo noi per vantaggio nostro: per  levar  subito  di  mezzo  chi
    rappresenta per noi in questo momento il pericolo pi grave,  cio che
    si mettano d'accordo, a danno di noi tutti, i due capi. Padron Nocio e
    Currao. Non capite chi? Eh, perdio, Dor.
    BURRANIA: Ah, gi! Dor!
    CROCCO: Dor tiene per Currao e La Spera, contro di noi. Tenter tutti
    i mezzi per farli entrare nelle  grazie  del  padre;  allora  per  noi
    sarebbe finita.
    PAPIA: Ma, levarlo di mezzo, come?
    CROCCO:  Come!  Bisogner  concertare il modo;  e subito,  questa sera
    stessa: lasciate fare a me!
    OSSO-DI-SEPPIA (voltandosi a guardare verso destra): Zitti!  - Oh,  mi
    sembra proprio lui!
    FILACCIONE (piano): Dor?
    BURRANIA: S,  lui. Con la sorella.
    CROCCO:  Mita?  - Ah,  vedete?  vedete?  Viene proprio per parlare con
    quelli gi alla spiaggia. E porta con s la sorella?
    PAPIA: Si ferma: ci ha visti.
    LA VOCE DI DORO': Crocco!
    PAPIA: Ti chiama.
    CROCCO (rispondendo): Ohi, Dor!
    LA VOCE DI DORO': Vieni, mio padre ti cerca!
    CROCCO: Vengo subito!

    Ai suoi:

    Andiamo. Mi cerca, buon segno!

    Via tutti per la destra.  La scena resta vuota per un momento.  Giunge
    dalla spiaggia un canto marinaresco dei pochi uomini rimasti a guardia
    delle  paranze.  Durante  questo breve canto vengono s dalla spiaggia
    Currao, Tobba, Fillic e La Spera.  Scendono dalla prominenza rocciosa
    in silenzio e restano presso la casa.

    TOBBA:  Io  dico questo: che se noi abbiamo cercato d'impedire il loro
    sbarco  stato perch abbiamo supposto ci che in fondo era vero:  che
    venivano, condotti da quell'infame, per buttar via noi e mettersi loro
    al nostro posto -
    FILLICO' (incalzando): - e sopraffarci!
    CURRAO (brusco): Sta bene. Abbiamo saputo impedirlo? - No. -
    FILLICO': - ma perch i nostri, appena hanno visto le donne... -
    CURRAO  (come  sopra):  -  hanno smesso subito di combattere,  e siamo
    stati sopraffatti.  -  Che  vuoi  pi  farci?  Ringraziarlo  perch  
    riuscito  lui,  invece,  a  impedire ch'io fossi sgozzato,  o legato e
    buttato a mare?
    TOBBA: Non voglio dir questo. Se non mi lasci parlare!
    CURRAO: Che vuoi pi parlare! Vinti, traditi: basta!
    TOBBA: Ah no,  perch cos vieni ora ad affermare ci  che  prima  hai
    negato: Che ha diritto la forza. - No!
    FILLICO':  Il diritto  nostro!  La licenza d'occupare l'isola  stata
    data a noi, l'ha lui, Tobba; non l'hanno mica loro!
    TOBBA: Lascia star la licenza!  Noi abbiamo stabilito un  ordine  qua,
    messe le nostre leggi; divise le terre, diviso il lavoro -
    CURRAO:  E  ora  vengono  loro  e buttano all'aria tutto.  Glielo puoi
    impedire? No. E dunque basta!
    TOBBA: Ma si pu venire a un'intesa -
    CURRAO: - con loro?
    TOBBA: - ottenere che ci sia rispettato -
    CURRAO: - da loro? -
    TOBBA: - ci che spetta di diritto anche  a  noi  che  siamo  i  primi
    occupanti!
    CURRAO: E vai dunque a intenderti con loro, tu che lo credi possibile;
    vai pur l con gli altri!

    A Fillic:

    E vai anche tu! Io resto qua.
    TOBBA: No: tu devi venire il primo!
    CURRAO: Io resto qua.
    TOBBA: Ma io sto dicendo tutto questo per te! Che vuoi che importi pi
    a me dei miei diritti sulla terra? io guardo il cielo, lo sai.
    FILLICO': Devi venire con noi a difendere e far valere ci che abbiamo
    fatto -
    CURRAO: - s,  per quelli a cui  bastato portare in trionfo una donna
    per cedere tutto! - Andate, andate: io non mi muovo di qua.
    TOBBA: Vado io per te.

    A Fillic:

    Andiamo.

    E s'avvia con lui.

    CURRAO:  No:  bada,  te  lo  proibisco!  Parlate  per  voi!   Guaj  se
    v'arrischiate a parlare per me!

    Tobba e Fillic via per la destra.

    LA  SPERA  (dopo una lunga pausa): Tu non hai pi una donna da portare
    in trionfo.
    CURRAO: Brava, mttiti a rammaricarti anche tu, adesso.
    LA SPERA: No, Currao, non mi rammarico per me.
    CURRAO: E per chi, allora? Per me anche tu? tutti per me? Ma badate un
    po' a vojaltri, se vi riesce, e lasciatemi stare!
    LA SPERA: Volevo dirti appunto questo. Se vuoi che ciascuno badi a s,
    io a me ormai so come badare.
    CURRAO: Che intendi dire?
    LA SPERA: Ho il mio bambino: mi basta.
    CURRAO. L'avevi anche prima il bambino; non ti bastava?
    LA SPERA: S,  ma prima avevo da badare anche agli altri.  Ora che gli
    altri non sanno pi che farsi di me e mi disprezzano -
    CURRAO: - ti rincresce? -
    LA SPERA: - ma no, che vuoi che mi rincresca? Vorrei che tu... -

    Esita a dire.

    CURRAO: - che io?... -
    LA SPERA: - non sentissi come un avvilimento per te questo disprezzo.
    CURRAO:  Lo dici perch mi stai vedendo cos?  Come vorresti che fossi
    dopo quanto e accaduto?
    LA SPERA: Hai ragione,  s.  M'era parso che fossi cos per causa mia.
    Non voglio. - Ho visto che non sei voluto andare con Tobba...
    CURRAO: Hai creduto per causa tua?
    LA SPERA: Per quello che  stato fatto a me... Ma non importa!
    CURRAO: Che  stato fatto a te?
    LA  SPERA:  Niente;  se  non  stai  cos per questo...  A me basta per
    consolarmi di tutto,  guardare gli occhi del mio  bambino,  quando  li
    apre  per  guardare  e  non sanno nulla!  Li guardo,  e in questa loro
    innocenza mi scordo di tutto.  E tutto quello che so io della vita  mi
    pare  allora  lontano lontano,  un sogno cattivo che la luce di questi
    occhi fa subito sparire.
    CURRAO (si alza, va vicino a La Spera): Dorme?
    LA SPERA: S,  dorme.  Come se non fosse stato nulla.  L'ho visto  ora
    sorridere nel sonno.
    CURRAO: Ma sapr... Domani sapr, sapr...
    LA SPERA: Star a me insegnargli ci che deve sapere.
    CURRAO: Se non ci fossero gli altri!

    Prende con cautela in braccio il bambino.

    Tutti ora qua... Io che volevo mi crescesse lontano, fuori...
    LA  SPERA:  Non temere,  vedrai...  Prima che gli altri lo mordano col
    loro veleno -
    CURRAO: - ma tutti ora, subito! -
    LA SPERA: - avr io il tempo e il modo, non temere,  di mettere in lui
    tanta bont e tanto giudizio, che se anche tutti mi grideranno peste e
    vituperii,  sputandomi in faccia e sghignazzando,  non li sentir, non
    li sentir, come non li ha sentiti poc'anzi, standomi in braccio,  qua
    sotto lo scialle.
    CURRAO: Hanno fatto questo?
    LA SPERA: S, ma non te ne curare...
    CURRAO: Col mio bambino in braccio?
    LA SPERA: Lo riparavo io il bambino.
    CURRAO:  Hanno avuto il coraggio di sputare su te,  col mio bambino in
    braccio? Quando  stato? Chi  stato?
    LA SPERA: Mentr'eri laggi a dibatterti...
    CURRAO: Vigliacchi! Vigliacchi! Col mio bambino in braccio! Sono stati
    i nostri?  Voglio sapere chi  stato!  Chi    stato?  Quelli  che  si
    portavano in trionfo le donne?
    LA  SPERA:  Ma   naturale: puoi immaginartelo: arrivate le altre,  io
    sono ridiventata per loro, al confronto -
    CURRAO: - quella di prima?
    LA SPERA: Me l'hanno gridato...
    CURRAO: E hanno tutto dimenticato,  schifosi?  Ci che sei  stata  per
    loro, ci che hai fatto per tutti?
    LA SPERA: Cerchi la gratitudine? Hanno dimenticato quello che ho fatto
    per me, devi dire! Questo

    e posa una mano sul bambino ancora in braccio al padre

    questo  che  ho  fatto  per me,  hanno dimenticato!  E che vuoi che mi
    importi allora dei loro sputi e dei loro vituperii! - Dmmelo!
    CURRAO: No! Come vuoi che lo lasci pi a te, ora?
    LA SPERA: Temi che non lo sappia difendere?
    CURRAO: Ma non  per la difesa!
    LA SPERA: Per il disprezzo?
    CURRAO: Com'hai potuto sopportarlo? Dico,  per lui!  per lui!  Perdio,
    com'hanno  potuto non pensare che non  soltanto tuo figlio?  ma anche
    mio,  mio figlio,  e che  come  mio  figlio  debbono,  debbono  perdio
    rispettarlo!
    LA SPERA: Tu stai parlando, come se anche per te...
    CURRAO:  Dici  che  non  te n'importa!  Ma come?  Non t'importa che in
    braccio a te mio figlio sia stato sputato? - Mi credevano morto? - Ah,
    ma ce la vedremo! ce la vedremo! - Tieni!

    Le rid il bambino.

    LA SPERA: Che vuoi fare?
    CURRAO: Levati!
    LA SPERA: Per carit, Currao! Io ho parlato...
    CURRAO: Vigliacchi! Vigliacchi!
    LA SPERA: - per darti la prova, anzi...
    CURRAO: Hanno cangiato faccia perch son venute le  altre!  Era  vero,
    dunque? Era vero -
    LA SPERA: - che cosa? - (oh Dio, non posso vederti cos!) -
    CURRAO:  -  che  credevano  ch'io comandassi soltanto perch avevo te,
    ch'eri allora la sola! Venute le altre,  gi a terra anch'io?  buttato
    in un canto e sputacchiato con te?  io e mio figlio? - Ah, no, perdio,
    no! Lo vedranno! lo vedranno!
    LA SPERA! Ah, ecco: cos voglio, cos: che tu ti rialzi!
    CURRAO: Mi piglier una tale vendetta!
    LA SPERA. Ma non per vendicarti!
    CURRAO: Per vendicarmi, s! per vendicarmi!
    LA SPERA: Si sono subito voltati verso il  bene  che  arrivava,  tanto
    desiderato!
    CURRAO: Buttando me a terra, e il mio bambino, con te?
    LA SPERA: Perch hanno creduto che questo bene,  tu,  lo avessi in me:
    tu solo.
    CURRAO: Per uno straccio di femmina, puzzolenti!  Per quattro mocciose
    l,  che  non  potranno  mai  avere,  se pure in prima si son lasciate
    abbracciare!  Hanno dimenticato tutto,  perduto la vista degli  occhi!
    Schifo!  schifo! schifo! E perch sono cos loro, hanno potuto credere
    che io qua comandassi soltanto perch avevo te!
    LA SPERA: Ora potrai dimostrare che non era vero.
    CURRAO: S,  come?  se per te,  miserabili,  mi han voltato  tutti  le
    spalle!
    LA  SPERA:  Ti  volevo  dir questo,  vedi?  Che tu non devi,  non devi
    rimanere sotto il disprezzo  con  cui  ora    naturale  che  vogliano
    pestarmi.
    CURRAO:  Ah,  ti par naturale?  Dunque vuoi proprio che mio figlio non
    rimanga con te?
    LA SPERA: No, come! che dici?
    CURRAO: Se tu ti vuoi far santa, accmodati! Ma mio figlio no, perdio!
    Per mio figlio non posso tollerarlo!
    LA SPERA: Non ti dico di tollerarlo. Fai conoscere a tutti,  di nuovo,
    il cuore che hai avuto,  venendo qua.  Li richiamerai tutti a te,  non
    dubitare! E non badare, non badare pi a me... - Ah, guarda, viene qua
    Dor con la sorella.

    Si trae da parte. Entrano da destra Dor e Mita.  Come se questa,  per
    ritegno o per vergogna,  fosse un po' riluttante,  Dor la tira per la
    mano.

    DORO': Eh via,  non ti vergognare!  Eccolo qua Currao;  e quella   La
    Spera, col suo bambino. Ecco mia sorella Mita.
    LA SPERA: S, ricordo d'averla veduta...
    DORO': Ah gi,  s, una sera, nella taverna di Nuccio d'Alagna; s s,
     vero!
    MITA: Ma no... io non ricordo...
    DORO': Eh, perch ora la vedi cos; non puoi pi riconoscerla, sfido!
    MITA (a Currao): Non vi han fatto male?
    CURRAO: No: i vostri, nessun male.
    DORO': Sono stati quei vigliacchi, aizzati da Crocco -
    CURRAO: - s, i nostri! -
    DORO': - come tanti cani si son voltati addosso a lei!
    MITA: Ma ora mio padre vuole riconciliare tutti! e sta cercando di l,
    appunto insieme coi vostri, di rimettere la pace.
    CURRAO: La pace? Ci sar tra quelli pi d'uno che far di tutto perch
    non sia rimessa, la pace.
    MITA: Ma no, tutti m' parso che s'adoperassero... -
    CURRAO (troncando, brusco): - s: perch io sono qua.
    LA SPERA: Inducetelo,  persuadetelo voi,  tutt'e due,  ad andare anche
    lui di l! Fa', fa', Dor, che lo persuada lei, tua sorella...
    MITA: Ma s; venite, venite!
    DORO': Mio padre t'ha cercato!
    MITA: S,   vero!  Ho sentito anch'io che ha domandato di voi!  Ha di
    voi tanta stima!
    CURRAO: Stima di me? e s' poi lasciato persuadere da Crocco a venire?
    DORO': Ah, ma glielo dir io ora, che non dovr pi fidarsi di quello!
    E baster per Crocco,  e per quelli che hanno fatto  subito  lega  con
    lui, vederti ricomparire tra me e mia sorella!
    MITA:  Ne ho diffidato anch'io sempre;  e se Dor non fosse stato qua,
    avrei fatto di tutto, credete, per sconsigliare a mio padre di venire.
    Ora nessuno meglio di voi potr guardare mio padre da Crocco.
    DORO' (voltandosi a guardare verso destra): Ah, ma viene lui,  guarda,
    a cercar te, con Tobba e Fillic. Miglior prova di questa?
    MITA: Eccolo qua, vedete? viene lui.

    Vengono da destra Padron Nocio,  Tobba e Fillic. La Spera si discosta
    ancora di pi e poi andr a sedere su un sasso davanti alla casa.
    Incombe gi l'ombra della sera.

    PADRON NOCIO: Vengo a cercarti io, Currao, e a porgerti io la mano per
    dimostrarti che questa nostra impresa non   stata,  n  vuol  essere,
    come  a  te    sembrata,  contro  te e i tuoi amici.  E vengo anche a
    invitarti  a  festeggiare  con  noi  il  nostro  arrivo  e  il  felice
    ritrovamento  di  mio  figlio  che  s'era avventurato con te;  e debbo
    ringraziarti del modo con cui me l'hai trattato.
    TOBBA: Eh, ma non lui soltanto; anche La Spera! Dov'?

    E la cerca con gli occhi.

    PADRON NOCIO (subito):  Meglio  restare  a  parlare  tra  noi  uomini,
    adesso.  - Finito il primo scontro (subito per fortuna,  e senza danno
    n per l'una parte n per l'altra) m'aspettavo in  verit  di  vederti
    venire da me coi tuoi amici.
    CURRAO:  Non  sono venuto,  Padron Nocio,  per la semplice ragione che
    questa pace che voi vi figurate di poter rimettere  tra  noi,  io  non
    posso volerla.
    PADRON NOCIO: Ah no?
    CURRAO: No; se dev'essere a patto che qua non sia pi come prima.
    PADRON NOCIO: E perch non dovrebbe, se - com'era prima - era bene?
    CURRAO: Perch il bene,  Padron Nocio,   difficile a farsi;   troppo
    facile il male. Dico questo per i miei,  che si sono subito arresi.  -
    Il bene di cui noi avevamo bisogno qua, non pu essere il vostro.
    PADRON NOCIO: Perch non pu essere il mio?
    CURRAO: Ma perch di questo bene voi,  per vostra fortuna, non avevate
    bisogno. Ricco; dentro la vostra legge l, che vi tutelava.  Che siete
    venuto a fare, qua tra noi?
    PADRON NOCIO: Estro che mi s' acceso... La cosa nuova...
    CURRAO: Ecco, lusso!
    PADRON NOCIO: No,  tentazione.  E poi,  c'era qua il mio ragazzo... Mi
    son buttato, l e addio! Possiamo stabilire ora tra noi un accordo che
    migliori anche le vostre condizioni.
    CURRAO: E come? Ve lo sto dicendo. Se siete qua senza bisogno,  per un
    di  pi  che  un  intrigante,  con lo scopo di vendicarsi di me,  v'ha
    lusingato,   che  avreste  potuto  acquistare?   Dite   che   potremmo
    avvantaggiarcene anche noi?  Non  vero.  Questo vostro di pi, a noi,
    non bisognava. E guaster tutto, per forza.
    PADRON NOCIO: Guaster tutto? Ma no!
    FILLICO': Facciamo in modo che non guasti!
    PADRON NOCIO: Star a noi!
    CURRAO: Guaster tutto! Far diventare facile il bene. Ecco.  Sentite?
    Ora  di  l tripudiano,  suonano,  cantano,  ballano...  Avete portato
    l'ozio,  lo spasso;  e nascer l'invidia,  per forza,  e  la  gelosia;
    nascer  l'ambizione e l'intrigo per forza.  Tutti i vizii della citt
    avete portato,  e le donne,  il danaro.  La citt,  la  citt  da  cui
    eravamo fuggiti, come dalla pste.
    PADRON  NOCIO: Fanno un po' d'allegria!  Eh via,  che c' di male?  Si
    dev'essere pure un po' allegri a questo  mondo!  A  proposito.  Me  ne
    scordavo.

    A Dor:

    Va,' va' a chiamare qualcuno della ciurma.

    Dor via per la destra.

    Ho portato un po' di vino...
    CURRAO: Anche il vino!
    PADRON  NOCIO:  Oh,  ma  non di quello di Nuccio d'Alagna!  Un vino...
    sentirete!

    E s'avvia per salire sulla prominenza rocciosa.

    Vogliamo bere! E' stata pure una bella impresa oh! venire fin qua.

    Gridando dall'alto agli uomini rimasti a guardia delle paranze.

    Ohi, dell'Angiolina! tirate s i barili e le provviste da scaricare!
    E voi della Costanza, le torce, le torce a vento che sono a pruavia!
    Facciamo un po' di luminaria! Accendtele!

    Ridiscende.

    FILLICO': Volete far proprio un festino?
    PADRON NOCIO: Ma s!  Senza tutto questo  male  che  ci  vuole  vedere
    Currao. Proprio per festeggiare l'arrivo come v'ho detto.
    TOBBA:  Jer sera,  Padron Nocio,  qua,  a quest'ora,  finite le opere,
    mangiavamo al lume delle nostre  lanterne  da  pescatori  la  minestra
    cucinata da La Spera - (o dov'?  - ah,  te ne stai li?) - scambiavamo
    tra noi qualche parola; Filaccione, pi l, cantava sotto le stelle; e
    ciascuno alla fine se n'andava a dormire in santa pace.
    CURRAO: Pensateci bene.  Siete cascato  in  mano  d'un  impostore  che
    cercher  in  tutti i modi d'approfittarsi di voi e della roba vostra,
    facendosi complici tutti. Mi dite a chi potrete ricorrere voi, domani?
    Venendo qua, vi siete messo fuori della legge vostra,  e avete intanto
    distrutta la nostra. Vi rendete conto adesso di ci che avete fatto?
    PADRON  NOCIO:  Ma  se  mi  metto ora nelle vostre mani?  Sono qua per
    questo!

    Ritorna Dor con Trentuno, il Riccio, Filaccione, Osso-di-Seppia e tre
    della ciurma.

    TRENTUNO: Eccoci qua!
    Il RICCIO: Ai comandi, Padron Nocio.
    FILACCIONE: Che c' da fare?
    PADRON NOCIO: Andare gi a  scaricare  dalle  paranze  il  vino  e  le
    provviste.
    TRENTUNO: Viva Padron Nocio!
    IL RICCIO: Il vino! Il vino!
    FILACCIONE: Donne e vino! Donne e vino!
    OSSO-DI-SEPPIA: Facciamo festino! Facciamo festino!

    E, cos gridando e saltando di gioja, si precipitano alla spiaggia.

    CURRAO (fra serio e ironico): Tobba, tu che sei profeta; ricordaglielo
    tu che l'isola non  sicura.  Se tutti vi si mettono a ballare, c'e il
    rischio - diglielo - che sprofondi sotto il mare.  PADRON  NOCIO  (con
    arguta malizia): Anche se ti metti tu a ballare con mia figlia Mita?

    Via con Mita,  Currao, Tobba, Dor e Fillic, senza neppur volgere uno
    sguardo a La Spera che resta sola nell'ombra col suo bambino.

    Risalgono dalla spiaggia tripudianti  con  le  torce  a  vento  accese
    Trentuno,  il  Riccio,  Filaccione,  Osso-di-Seppia e gli uomini della
    ciurma carichi delle provviste e dei barili di vino, gridando a

    CORO: - Corri, corri!
    - Luce, luce!
    - Donne e vino!
    - Donne e vino!
    - Facciamo festino!
    - Facciamo festino!

    Via per la destra, sempre gridando e saltando,  a suono di fisarmonica
    e di cembali. Poi i rumori si perdono in lontananza. Pausa. Nella sera
    sopravvenuta  si  vedranno  issare  agli  alberi  delle  paranze i due
    fanalini.

    LA SPERA (nell'ombra e nel silenzio,  parlando al suo bambino):  Solo?
    No,  solo.  No, solo, Nico; no: t'hanno lasciato con la mamma tua, con
    la mamma tua! E neanch'io, no: sola no, Nico,  se m'hanno lasciata con
    te, con te, amore mio, con te, gioja mia, Nico mio; Nico mio...

    TELA.











    ATTO TERZO.

    La  stessa  scena dell'atto precedente;  ma rallegrata dai preparativi
    d'una grande festa.  Sulla prominenza rocciosa,  la via  che  discende
    alla spiaggia  tutta parata di pali e festoni e lampioncini colorati.
    A destra,  sul davanti,  stata rizzata una specie di baracca; un gran
    telalo quadrato di tela gialla di vela,  col sole nascente dipinto  in
    mezzo, sospeso a baldacchino su una tavola coperta da un rozzo tappeto
    violaceo,  d'albagio.  Sulla  tavola,  i doni per le spose: scialli di
    casimirra con lunghe frange e  sciarpe  di  velo  e  lustrini;  grandi
    fazzoletti  di seta dai vivaci colori,  collane di corallo e cerchioni
    d'oro.
    Nuda, e pi squallida che mai,  rannicchiata sotto la roccia,  la casa
    mezzo diroccata de La Spera, con la porta verde accostata.

    Al levarsi della tela,  la scena  vuota; ma si sentono dalla spiaggia
    sottostante salire gridi e risate di donne inseguite per chiasso: sono
    Nela e La Dia, Marella e Sidora;  e i giovani che fanno il chiasso con
    loro,  Papa e il Riccio,  Osso-di-Seppia,  Burrania e Filaccione.  La
    porta verde della casa de La Spera,  poco dopo,   aperta dall'interno
    con cautela e ne esce Dor. La Spera rimane a parlargli dalla soglia.

    LA SPERA: No, vai, vai, Dor; e dammi ascolto, non venire pi qua.
    DORO': Dici per mio padre?
    LA SPERA: Dico per tutti; anche per tuo padre.
    DORO': Senti, senti come gridano? Pajono impazzite tutte quante!
    LA SPERA (con intenzione; ma dolente): Anche Mita?
    DORO' (subito): No, Mita no.

    Poi, infoscandosi:

    Anche lei pero bisogna che si levi dalla testa...
    LA SPERA (con ansia): Dor, sai qualche cosa?
    DORO' (subito): No, niente.
    LA SPERA. E perch dici allora...?
    DORO': Che cosa? No...
    LA SPERA (dopo una breve pausa,  lentamente, guardandolo negli occhi):
    Una cosa che tu pensi, e che io mi aspetto.
    DORO' (turbato, e volendo nascondere il turbamento): No,  no...  E che
    adesso qua,  non senti?  Ti pajono grida,  risate giuste?  Nessuno pi
    bada a nulla,  nessuno pi lavora...  E certe cose che  prima  non  si
    sarebbero nemmeno affacciate alla mente,  ora qua pajono lecite. Tutto
    par lecito!
    LA SPERA: Dici questo anche per tua sorella?
    DORO': Per mia sorella ci sono io e c' mio padre.
    LA SPERA: Tuo padre non pu pi riparare, Dor.  Gli hanno preso tutti
    la  mano.  - Me soltanto non ha voluto guardare in faccia,  nemmeno di
    sfuggita... E anche lei, tua sorella...
    DORO': Ma, sai? certi pregiudizii...
    LA SPERA: So, so.  - Non importa.  - Va',  Dor.  E bene che non ti si
    veda qua da me. Va'.
    DORO': Per male che possa venirne a me, o a te?
    LA SPERA: A te,  a te,  Dor. Che male vuoi che possa pi venire a me,
    ormai; e poi da te?
    DORO': E a me, che male?
    LA SPERA.  Sono come la pecora rognosa,  a cui  pi  nessuno  si  deve
    accostare.  Ma all'occorrenza sapr difendermi.  Tutto per tutto.  Non
    temere. - Va', senti? vengono s...
    DORO' (avviandosi): Vado; ma sii sicura sempre di me...

    Via per la destra.  La Spera rientra in casa  e  riaccosta  la  porta.
    Vengono s dalla spiaggia inseguendosi,  gridando e ridendo,  La Dia e
    Osso-di-Seppia, Marella fra Papa e il Riccio, Sidora e Burrania, Nela
    e   Filaccione.   (Le   battute   dei   varii   gruppi   vanno   dette
    simultaneamente,  di modo che, anche se le parole andranno perdute - e
    non sar un grave danno,  perch dalle mosse e dai gesti  si  potranno
    facilmente indovinare, - ne risulti un effetto vivacissimo.)

    LA DIA: No, no, ora basta, finiamola!
    OSSO-DI-SEPPIA: Che basta! Ora viene il bello!
    LA DIA: Basta, ti dico! Gi le mani!

    E fa per scappar di nuovo.

    OSSO-DI-SEPPIA (acchiappandola per la veste): No,  non mi scappi!  non
    mi scappi!
    LA DIA: Lasciami, mi strappi la veste!
    OSSO-DI-SEPPIA: E tu dammi un bacio!
    LA DIA: No!
    OSSO-DI-SEPPIA (afferrandola): Me lo piglio!
    LA DIA (divincolandosi): Chiamo Quanterba, bada, chiamo Quanterba!
    OSSO-DI-SEPPIA: Ora lo chiami? Prima vieni a stuzzicarmi!
    LA DIA: Io?
    OSSO-DI-SEPPIA: Tu, tu, s, con le tue amiche!
    LA DIA: S' scherzato! Ora basta!

    Osso-di-Seppia la bacia.

    Ah! Brutto! Puh! Puzzi di pipa!

    Lo spinge indietro

    Vttene!
    OSSO-DI-SEPPIA: Un altro! un altro!
    LA DIA (respingendolo): Vttene, o grido! Vttene, vttene!  Lo chiamo
    davvero, sai!
    PAPIA: No, come l'hai dato a lui, devi darlo a me!
    MARELLA: S, corna! Me l'ha dato lui, non gliel'ho dato mica io!
    PAPIA: E allor aspetta che te lo do anch'io!
    IL RICCIO (respingendo Papa con una mano sul petto): No,  stai in l,
    se lei non vuole!
    PAPIA: Oh, tu! Dici sul serio?
    IL RICCIO: Dico sul serio! Lvati!
    MARELLA (mettendosi di mezzo): Non litigate, via! Facciamo cos! Uno a
    te!

    Bacia Papa su una guancia

    Uno a te!

    Bacia il Riccio.

    IL RICCIO. Benissimo! A me, due!
    PAPIA: E allora io voglio l'altro! voglio l'altro!
    MARELLA: Eccotelo!

    Lo ribacia.

    Oh! - Sembrate affamati!
    IL RICCIO: Siamo, siamo affamati!
    MARELLA: Non s' mai vista una cosa simile!

    Notando la baracca:

    Uh, guardate!
    PAPIA: Si fara qui la festa!
    MARELLA (accorrendo alla tavola): E qua ci sono i doni per le spose!
    SIDORA (con un virgulto in mano): Non   vero!  Eravamo  scese  tutt'e
    quattro -
    BURRANIA: - per noi! per noi! -
    SIDORA: - ma che per voi! -
    BURRANIA: - s, s, perch sapevate che alla spiaggia c'eravamo noi!
    SIDORA: Ma se non c'eravamo neppure accorte prima, che c'eravate voi?
    BURRANIA: Bugiarda!
    SIDORA: Dormivate! stesi sulla rena come bestie morte!
    BURRANIA: E voi con la punta del piede siete venute a risuscitarci!
    SIDORA: Che piede? Io con questo!

    E gli batte in faccia il virgulto.

    BURRANIA: Assassina!

    Fa per prenderla e Sidora scappa.

    SIDORA: Non mi pigli! Non mi pigli!
    BURRANIA: M'hai fatto male davvero!
    SIDORA: Te lo meriti!
    BURRANIA: Eh s, perch non ho saputo farti nulla!
    SIDORA: Gi le mani! Oh guarda, i regali, i regali!

    E viene a finire anche lei attorno alla tavola.

    NELA: No, oh Dio... ajuto!

    Sta per cadere.

    FILACCIONE (sorreggendola): Ch' stato?
    NELA: Un altro po' cado!
    FILACCIONE: Non sei mai caduta?
    NELA: Imbecille!
    FILACCIONE: Eh via, con Trentuno!
    NELA: Oh s, proprio con lui! E perch allora mi sposerebbe?
    FILACCIONE: Appunto! Oh bella! E tu, perch, allora?
    NELA: Ma va', muso di cane!

    E  gli allunga una manata sul petto,  e poi si volta per scappare,  ma
    non pu.

    Oh Dio, ho preso una storta!
    FILACCIONE: Vieni, ti reggo io.
    NELA: No, grazie; vado da me.
    FILACCIONE: Zoppa alle nozze, che scandalo!
    NELA: A ogni modo, stai pur certo, che non sarebbe mai stato con te!
    FILACCIONE: Chi disprezza compera!
    NELA: Oh, te neanche per un soldo rognoso!
    MARELLA: Guarda che scialli!

    Ne prende uno dalla tavola, e se lo mette sulle spalle.

    SIDORA: E guarda che collane!

    Ne prende una, e se la mette al collo.

    FILACCIONE (a Nela): Sapessi come sarei buono io!
    NELA: S, come la lampreda che di primavera passa nell'acqua dolce!
    LA DIA (accorrendo a levar lo scialle dalle spalle di Marella): O  oh!
    Lvatelo che non  tuo! E ripsalo l!
    MARELLA (levandosi lo scialle): O che son tutti tuoi?
    LA DIA: Tuoi non sono di certo!
    MARELLA  (andando  a  posar  lo scialle): Puh,  volevo provare come mi
    stava...
    NELA (indicando Sidora): E guarda quella l con la collana!
    SIDORA: Questa  mia! Questa  mia, e non me la leva nessuno!
    LA DIA: Proprio codesta? Come lo sai?
    SIDORA: So che una di certo sar mia!
    BURRANIA: Gliela regalo io!
    SIDORA: S, lui! Vagabondo! non hai da far le spese a un grillo tu!

    Sopravvengono da destra Padron Nocio,  Fillic e  tre  vecchi  marinaj
    della ciurma.

    FILLICO' (indicando a Padron Nocio le ragazze e i giovinastri): Eccoli
    l! Vedete? Vedete?
    UNO  DEI  MARINAJ (a Nela): Vai subito via!  Via,  svergognata,  o per
    Cristo...

    Le si fa sopra minaccioso.

    UN ALTRO (contemporaneamente a Sidora): A casa! Corri subito a casa, o
    t'accoppo!
    UN TERZO (contemporaneamente,  a Marella,  cercando di cacciarla via a
    calci):  Via,  faccia  senza  rossore!  Via!  E  ringrazia Dio che non
    t'ammazzo come una cagnaccia di strada!
    PAPIA (trattenendolo): Eh, via, vecchio stolido!
    IL  RICCIO  (contemporaneamente,  trattenendolo  anche  lui):  Si  sta
    scherzando!
    FILACCIONE  (nello  stesso  tempo,  trattenendo  il  primo): Andate al
    diavolo! Qua siamo fuori del mondo!
    BURRANIA (al secondo,  a un tempo con gli altri):  Bum!  Accoppo!  Chi
    accoppate?
    FILLICO' (a Padron Nocio): Vi pare che si possa andare avanti cos?
    IL PRIMO DEI MARINAJ: Non c' pi rispetto, n obbedienza!

    Le ragazze, ridendo e strillando, scappano via per la destra.

    PADRON NOCIO: Basta! Basta! Vi ordino di finirla!
    OSSO-DI-SEPPIA: Ma che finirla,  Padron Nocio,  scusate! Non si faceva
    nulla di male!
    IL RICCIO: E proprio oggi, poi, che  festa grande!
    PAPIA: Noi siamo qua per l'ordine,  sotto il vostro  comando;  voi  lo
    sapete!
    IL PRIMO DEI MARINAJ: S, per l'ordine, dice!
    IL SECONDO: Quest' bordello!
    IL TERZO: Le nostre figliuole...
    PADRON NOCIO: Basta! Zitti! Ordino a tutti di tacere! -

    Ai cinque

    Voi fatevi in l!

    Papa,  Burrania, il Riccio, Osso-di-Seppia e Filaccione si ritraggono
    e si mettono a sedere sulla prominenza rocciosa.

    FILLICO': C'e bisogno assoluto d'un riparo! Assoluto, assoluto, Padron
    Nocio!
    IL PRIMO DEI MARINAJ: Ah,  io per  me  l'ho  gi  bell'e  trovato,  il
    riparo. A costo di rimetterci il posto!
    IL SECONDO: Eh s, anch'io! anch'io!
    IL  TERZO:  Ce  n'andiamo  via  tutti!  Ce  ne torniamo a terra subito
    subito!
    IL PRIMO: Non possiamo lasciare  le  nostre  figliuole  compromettersi
    cos!
    IL SECONDO: Qua non c' pi ne Dio, n legge!
    IL TERZO: Si sono tutte scatenate!
    PADRON  NOCIO:  Ma  si  sta  gi pensando a portar riparo,  si sta gi
    pensando!
    IL TERZO: S, e come?
    IL PRIMO: Che  veste  avete  voi  per  celebrare  qua  stasera  questi
    matrimonii?
    PADRON NOCIO: Ma no, che matrimonii! Si far per finta!
    IL TERZO: Per finta?
    IL SECONDO: Come, per finta?
    IL  PRIMO:  E chi le terr pi,  quando si vedranno,  davanti a tutti,
    maritate?  Voi scherzate!  PADRON NOCIO: Ma nessuno ha mai parlato  di
    veri e proprii matrimonii!
    FILLICO': Bisogner aprir loro gli occhi, e bene, su questo punto!
    PADRON  NOCIO: D'una semplice scritta s' sempre parlato!  Una scritta
    davanti a me, e basta! Tanto per dar loro, cos, uno sfogo, e basta! E
    con la promessa di tutti che,  domani,  finita la festa,  si ritorner
    tranquilli e assennati al lavoro.
    IL PRIMO: S,  al lavoro!  Assennati! Nessuno ritorner pi al lavoro,
    qua, non vi fidate!
    IL SECONDO: Dicono che qua s' fuori d'ogni regola e d'ogni legge!
    IL PRIMO: Fuori del mondo, dicono!  E cos  davvero!  Mi par d'essere
    all'inferno!
    FILLICO': L'unica ve l'ho detto quale sarebbe, Padron Nocio, se volete
    rimetter l'ordine davvero!
    IL PRIMO (piano perch non sentano i cinque appollajati lass): Ridare
    il comando a chi solo  capace di tenerlo!
    IL SECONDO: Currao! Currao!
    IL TERZO: Parla piano!
    PADRON NOCIO (accennando verso destra): Andiamo di l!
    FILLICO': L'autorit,  egli dovrebbe averla da voi,  capite? Comandare
    qua legittimamente a  nome  vostro,  di  voi  che  siete  il  padrone,
    diventando...

    E cos parlando tra loro, escono per la destra.

    PAPIA: Ma che dicevano?
    IL RICCIO: E' - lui! quel cane di Fillic, che trama...

    Dalla  spiaggia,  a  questo  punto,  sale Crocco;  vede i cinque lass
    intenti a seguire con gli occhi quelli che s'allontanano, ed esclama:

    CROCCO: Ah! Siete qua? Finalmente! Vi sto cercando da un'ora. - Ma che
    avete?
    PAPIA: Guarda, guarda l!
    CROCCO: Che cosa?
    FILACCIONE: Quei vecchi imbecilli!
    BURRANIA: Se ne sono andati confabulando tra loro...
    CROCCO: Bisogna finirla, non ve l'ho detto? finirla!
    IL RICCIO: Noi siamo pronti.
    CROCCO: Pronti, s! Dove siete stati? Vi trovo appollajati qua...
    FILACCIONE: Stiamo aspettando...
    OSSO-DI-SEPPIA: C' ancora tempo alla festa!  Non  hai  detto,  quando
    s'accenderanno i lampioncini?
    CROCCO (scendendo con gli altri dalla prominenza): Eh gi! Come se non
    ci fosse prima da concertare -
    BURRANIA: - hai detto che ci avresti pensato tu! -
    CROCCO: Ma dobbiamo pur metterci d'accordo!
    FILACCIONE: Non siamo gi d'accordo?
    CROCCO: Dico, sul come far nascere la lite!
    PAPIA: Ma l per l, che vuoi concertare!
    CROCCO: Sciocco!  Ti par facile?  Il pretesto bisogna che figuri preso
    da loro e non da noi -
    FILACCIONE: - il pretesto d attaccar lite? -
    CROCCO: - appunto!  - come per un'intesa loro,  capisci?  e a fine  di
    sopprimere il vecchio.  Poi (che ,  che non ) scampando il padre per
    la difesa nostra,  ci andr di mezzo  il  figlio.  Io  dovr  trovarmi
    accanto al vecchio;  non posso farne a meno.  Chi s'incarica allora di
    far la festa a Dor?
    OSSO-DI-SEPPIA (interrompendo,  con cenni furtivi,  alla  casa  de  La
    Spera): Sss! Bada, c' l...
    CROCCO: Ah, gi, La Spera!

    Resta un momento perplesso; poi, di scatto:

    Perdio, se ha inteso, la sgozzo!

    E s'avvia per aprir la porta.

    PAPIA (cercando di trattenerlo): No, che fai?
    CROCCO (risoluto): Lasciatemi fare!

    Apre la porta.

    Ohi, gentildonna! Vieni fuori!

    La Spera si presenta sulla soglia.

    LA SPERA: Tu? Che vuoi ancora da me?
    CROCCO:  Legittima  curiosit.  Sapere  qua  con gli amici;  se tra le
    coppie che questa sera verranno a fare la  scritta  davanti  a  Padron
    Nocio  sotto  quel  baldacchino,  non  figurer  anche  quella di te e
    Currao.
    FILACCIONE: Eh, ne sarebbe tempo, mi pare!

    Gli altri ridono.

    LA SPERA (lo guarda come una che abbia gi preso il suo  partito):  Ti
    pare?  -  Io,  la  scritta?  - Scusate: non mi avete fatto ridiventare
    quella di prima? - E allora...
    PAPIA: Allora che?
    LA SPERA: Eh! Una come me non si sposa. Le si sputa in faccia;  voi lo
    sapete.
    CROCCO: Noi, s, in faccia; possiamo averne il diritto, ora: ma lui...
    LA SPERA: Lui,  no?  - E perch voi s, e lui no? - Oh bella! Avr pur
    la bocca anche lui per sputarmi!  E la scritta sotto quel baldacchino,
    allora, - pi furbo di voi tutti - verr a farla con un'altra, se mai,
    e non con me.
    CROCCO: Ah, ti sei dunque accorta...?
    LA SPERA: Di che?
    CROCCO: Che fa la ruota attorno a Mita?
    LA SPERA (pi che mai impronta, apposta): S, per toglierla a te.
    CROCCO (che non s'aspetta n quell'aria n quella risposta): A me?
    LA SPERA: E darti cos la risposta.
    CROCCO: Che risposta?
    LA SPERA: E come? non ricordi che tu, prima, volevi togliermi a lui?
    CROCCO: Ah per questo?
    LA SPERA: Non  forse vero?
    CROCCO: No, cara, perch lui, ora, sguita ad averti -
    LA SPERA (sfidando tutto per tutto): - puh!  come pu avermi chiunque,
    oramai...
    PAPIA: Ah s?
    OSSO-DI-SEPPIA: Chiunque?
    IL RICCIO: Hai ripreso...?
    FILACCIONE. Ti si pu venire a trovare?
    LA SPERA: Piano!  Piano!  Che meraviglia?  Non  avete  voluto  proprio
    questo, gettandomi a terra?
    CROCCO: S,  ridurti al prezzo che vali: quattro soldi. Era ben questa
    la nostra rabbia prima: che tu non dovessi servire a tutti,  ma a  lui
    solo; e ch'egli se ne facesse forte per comandare su noi.
    LA SPERA: Gi.  Ma ora,  vedi?  con me, non si comanda pi. Si comanda
    con Mita, ora. E dunque: tu m'hai disprezzata?  per non dartela vinta,
    ecco che s' messo a disprezzarmi anche lui; che vuoi farci?

    Lo guarda e scoppia a ridergli in faccia, da pazza o da sgualdrina.

    PAPIA: Ma tu lo scusi o l'accusi?
    LA SPERA: Io? N lo scuso n l'accuso. Dico quello che fa.
    CROCCO: Ah dunque s' messo a disprezzarti perch t'ho disprezzata io?
    LA  SPERA: Puoi negare che hai voluto abbatterlo col disprezzo gettato
    su me?
    CROCCO: Ma lui  vile se ti disprezza,  ora che non gli servi  pi;  e
    tanto pi vile se lo fa, come tu dici, per non farsi abbattere da me.
    LA  SPERA (torna a guardarlo,  si fa avanti quasi con l'aria di quella
    di prima,  poi gli dice lentamente,  pigiando  su  tutte  le  parole):
    Dovresti  ricordarti  che  quando  questi,  che ora ti sono amici,  si
    misero a dileggiare te,  gridandoti in faccia e sghignazzando con  gli
    altri: Eccola l!  Prndila!  Non ci vuol nulla!  Allunga la mano!  -
    (ricordi?) - io sola, allora, io sola ti difesi contro tutti.
    CROCCO: Ebbene?  Vorresti difendere lui adesso con ci che ho fatto io
    appena  sbarcato?  Ti  pare che sia stato un vile anch'io a dileggiare
    te? No, cara!  Perch anche tu allora devi ricordare che,  dopo avermi
    difeso, rimasti soli, mi respingesti!
    LA SPERA: Ero di lui: dovevo respingerti.

    Lo  fissa  stranamente;  poi,  come soffocando un livore che la divora
    dentro, ripiglia:

    - Vedi, il male,  il vero male  questo,  ora,  per te - (per te e per
    me) - che Mita non  tua.
    CROCCO: Che intendi dire?
    LA SPERA: Che intendo dire? Che lui se la pu prendere.
    PAPIA: E come? abbandonando te e il figlio?
    LA   SPERA   (guardandoli   a   sfida):   Gliel'ho   detto  io  stessa
    d'abbandonarmi.
    TUTTI (stupiti): Tu?
    LA SPERA: Per vedere che cosa avrebbe fatto.
    FILACCIONE: E che ha fatto?
    OSSO-DI-SEPPIA: Al figlio tiene! Ci ha sempre tenuto!
    LA SPERA: Ma  tiene  di  pi  a  comandare.  E  vedrete  che,  pur  di
    raggiungere lo scopo, abbandoner anche il figlio!
    BURRANIA: Vuol rifarsi, s! s! E' cos chiaro!
    LA SPERA: A qualunque costo! Non vuol altro.
    CROCCO: Ma dunque...? Tu sei con noi?
    LA SPERA: Con voi? Sono qua, sfuggita da tutti...
    CROCCO: Se hai capito questo, devi essere con noi!
    LA SPERA: Con voi si, se mi dite che volete fare...
    CROCCO (guardandola fisso): Tu non lo sai?
    LA SPERA: Io no. Che cosa?
    CROCCO (come sopra): Non hai udito nulla?
    LA SPERA: Nulla. Di che?
    CROCCO (voltandola, furbescamente): Di quello... s, diciamo, che vuol
    far lui...?
    LA SPERA: Currao?
    CROCCO: Non sai proprio nulla?
    LA SPERA: Nulla, no! Che vuol fare?
    FILACCIONE  (che  ha  capito la voltata di Crocco): Ah gi,  s.  Bene
    bene. Eh, lei deve certo saperne qualche cosa!
    LA SPERA: Ma no, proprio nulla, v'assicuro.
    PAPIA: Del complotto...
    LA SPERA: Complotto? Chi? Lui?
    PAPIA: Lui, lui. Coi pochi che sono rimasti dalla sua.
    LA SPERA: Complotto? e perch? contro chi?
    OSSO-DI-SEPPIA.  Oh bella,  per arrivare dove  vuole!  Non  vuol  Mita
    soltanto, lui! Vuol altro!
    FILACCIONE: Per fortuna, ci siamo qua noi...
    CROCCO  (entrando  in  sospetto): Basta,  basta.  Non sa nulla,  avete
    inteso?  E non sappiamo nulla neanche  noi.  Ma  comunque,  puoi  star
    sicura che non la spunter - te lo dice Crocco! -
    BURRANIA: No! anzi...
    CROCCO: Basta!
    BURRANIA: Ma se  con noi...
    CROCCO: Basta,  perdio! Volevamo soltanto sapere se fosse a conoscenza
    di qualche cosa;  non sa nulla;  basta.  Anche noi,  del resto...  s,
    avevamo  cos  in  aria  sentito  dire...  Ma  non  ci  voglio credere
    neanch'io! Sarebbe troppo sciocco...
    LA SPERA: Ecco - e non !  E poi,  complotto,  con chi?  Tobba  non  
    capace di complottare; e Fillic nemmeno... E ormai son cos certi che
    Padron  Nocio  vorr  fidarsi  soltanto  di  loro!   Tobba  n'  tanto
    contento...
    CROCCO: Te l'ha detto?
    LA SPERA: S, perch non capisce lui, nel dirmelo,  il male che mi fa!
    Non pu, non vuol credere, lui -
    CROCCO: - che Currao t'abbandoner?
    LA  SPERA: Non sa quello ch'io so.  Non c' mica bisogno che si dicano
    certe cose.
    CROCCO: Ti senti gi abbandonata?
    LA SPERA: S.
    CROCCO: Vuol dire che egli si sente gi sicuro d'averla vinta!
    LA SPERA: Dio non vorr! Dio non vorr!
    CROCCO: Non lo vogliamo noi, e non deve volerlo nessuno!

    Poi,   volgendosi  ai  compagni,   come  per  un'idea  che  gli  sorga
    all'improvviso:

    Aspettate! -

    Si rivolge a La Spera:

    Di', non potresti farla tu la denunzia?
    LA SPERA: Io, denunzia? A chi?
    CROCCO: A Padron Nocio.
    LA SPERA: E che denunzia?
    CROCCO: Di questo complotto.  E' certo,  sai!  T'ho detto prima di no,
    perch per un momento ho diffidato di te. Egli vuol Mita,  s,  ma per
    arrivare  a  impadronirsi  di  tutto,  capisci?  -  Sa per che c' un
    ostacolo. Ostacolo forte: prima per Mita, e poi per diventare lui solo
    padrone di tutto: Dor.
    LA SPERA: Dor?
    PAPIA: S, Dor che ti vuol bene e che certo s'opporr per te alle sue
    nozze con la sorella. Capisci?
    BURRANIA: Lo vogliono levar di mezzo!
    LA SPERA: Dor? Chi vuol levarlo di mezzo? - No!
    BURRANIA: Loro, questa sera stessa, durante la festa.
    CROCCO: Fingeranno una lite e, nel parapiglia, uno  incaricato...
    LA SPERA: No! No!
    BURRANIA (come colpito da un'idea): Ma se  fa  lei  la  denunzia...  -
    aspettate...
    FILACCIONE: Ma gi, s - aspettate! - a lei conviene invece che questo
    accada!
    LA  SPERA:  No!  Che  dici!  Levar di mezzo Dor?  Mai!  Mai!  Bisogna
    salvarlo, salvarlo! A ogni costo, salvarlo!
    CROCCO: Ma s, appunto, con la tua denunzia!
    BURRANIA: Non giover a nulla!  Non sar creduta!  Parr una  denunzia
    interessata...
    CROCCO: Sciocco,  e che importa che non sia in prima creduta? Lasciami
    dire!  Ci che a noi importa sopra tutto  che la denunzia intanto  ci
    sia,  e  da parte di una che  in grado di sapere del complotto meglio
    di noi. Lasciate che non la credano! Quando poi il fatto accadr...
    LA SPERA: Ma no, il fatto no, non deve, non deve accadere!
    CROCCO: Se non ti vorranno credere, accadr per forza!
    LA SPERA: No! Deve stare a voi non farlo accadere!
    CROCCO: Noi faremo di tutto...  Ma lo lascer  accader  lui,  se  mai,
    Padron Nocio, non credendoti. E poi riconoscer che tu...
    LA SPERA: No, no, quel povero ragazzo, no! Perch volete che la pianga
    un innocente?
    CROCCO: Noi? Non lo vogliamo mica noi!
    LA SPERA: No, no... non  possibile... non  possibile...
    CROCCO: Tu avrai tentato comunque di salvarlo,  se fai la denunzia.  E
    lo salverai, lo salverai, se sarai creduta.  E salverai anche te e tuo
    figlio,  sciocca, impedendo ch'egli si prenda Mita e t'abbandoni. Sar
    messo al bando dall'isola, e tu potrai seguirlo.
    PAPIA: Ecco: sta a te!
    BURRANIA: Benissimo!
    Il RICCIO: Noi t'abbiamo avvisata!
    BURRANIA (agli amici): Cos  tutto a posto.
    CROCCO: Una denunzia solenne, nel pieno della festa, davanti a tutti!
    PAPIA: E noi, a una voce, saremo con te, a confermare!
    OSSO-DI-SEPPIA: S, s, magnifico! magnifico!

    Quattro marinaj,  a questo punto,  entrano da destra e s'avviano sulla
    prominenza rocciosa, incaricati d'accendere i lampioncini colorati per
    la festa imminente.

    CROCCO (a La Spera): Cos, siamo intesi?

    La Spera, assorta e sgomenta, non risponde.

    Rispondi!
    LA SPERA: S, s... bisogna salvare... bisogna salvare Dor... E anche
    il mio bambino, il mio bambino...
    CROCCO: E allora, noi andiamo. A tra poco. Ferma, eh? Dipende da te.
    PAPIA (avviandosi con gli altri): Oh guarda, cominciano ad accendere i
    lampioncini!
    IL RICCIO (a uno dei marinaj): Il corteo verr s dalla spiaggia?
    PRIMO MARINAJO: S, da questa parte.

    Crocco, Burrania, Filaccione e Osso-di-Seppia saranno usciti prima per
    la  destra.  Ora  Papa  e  il Riccio li seguono.  La Spera resta come
    impietrita su un sasso.

    SECONDO MARINAJO: Sono gi tutti alla spiaggia.
    TERZO MARINAJO: Vedessi come si son parate le spose!
    QUARTO MARINAJO: Come se dovessero sposare per davvero! Sar una bella
    carnevalata fuor di stagione!

    Entra Tobba dalla destra,  costernato.  Vede  i  quattro  marinaj  che
    accendono  i lampioncini anche attorno alla tavola col baldacchino,  e
    si ferma un po',  contrariato.  Guarda La Spera l immobile;  e  viene
    avanti per mettersi a sedere su un altro sasso.

    PRIMO MARINAJO: Buona sera, Tobba. Tu sederai qua sotto il baldacchino
    accanto a Padron Nocio, no?
    SECONDO  MARINAJO:  Eh,  vorrei  vedere!  Padron Nocio,  in nome della
    legge; e lui, della chiesa. Tutto in regola e con tutti i sagramenti!
    TERZO MARINAJO: Non si fa mica per ischerzo qua!
    QUARTO MARINAJO: Scherzo?  Vedrai come crescer subito  nell'isola  la
    popolazione dei nati in libert!
    PRIMO MARINAJO: Ma,  dopo tutto,  e naturale! Qua la legge e la chiesa
    basta che ci siano cos per burla. Non  vero, Tobba?
    LA SPERA (levandosi): Ci fosse almeno Dio solo per davvero!  - Ma c'!
    c'!  -  E lo vedrete che c' - Siete venuti voi a farle diventare una
    burla la legge e la fede! Eh, ma non voi soltanto veramente...

    E guarda Tobba.

    PRIMO MARINAJO: Che dici?
    SECONDO MARINAJO: Che hai?
    TERZO MARINAJO: Con chi te la pigli?
    QUARTO MARINAJO: Ancora non ti passa?
    TOBBA: Io no, sai! n lui! Se tu ci ajuti...
    LA SPERA: Io?
    TOBBA: S, tu. Sta a te soltanto.
    LA SPERA:  Ah!  Anche  tu,  sta  a  te  soltanto?  Da  una  parte  e
    dall'altra, sta a me. Ma che cosa?
    TOBBA: Salvare tutto, s. Ora ti dir.

    Fa cenno alla presenza dei marinaj.

    LA SPERA: Io,  salvare?  E che posso io?  Ah dunque,   gi deciso? La
    sposer?
    TOBBA: Ora, ora ti dir; aspetta...
    LA SPERA: Ma s!  Ma s!  Io glielo lascio!  -  Io?  M'ha  gi  bell'e
    lasciata  lui!  -  Ma  ho  compreso  tutto,  fin dal primo momento;  e
    gliel'ho detto io stessa. - Tu che dicevi di no...  - Se  cos che si
    deve salvar tutto, vai, vai pure a dirglielo! Salvi, salvi tutto cos!
    TOBBA: Non  questo, Spera.
    LA SPERA. Non  questo? E che altro, allora?
    TOBBA: Altro, se Dio te ne dar la forza. Ora ti dir.
    LA SPERA: Non basta questo?
    TOBBA: Non basta.
    LA SPERA. Andarmene, dici? Mi vogliono mandar via?
    PRIMO MARINAJO: Ecco fatta la luminaria!
    SECONDO MARINAJO: Bella, eh? E ci saranno anche le torce a vento!
    TERZO MARINAJO: S, s, andiamo incontro al corteo!
    QUARTO MARINAJO: A momenti, come s'alza la luna, si avvier.

    I  quattro  marinaj  risalgono  la  prominenza  e  scendono di l alla
    spiaggia.

    TOBBA (alzandosi, risoluto): Vuoi bene a tuo figlio?
    LA SPERA. Mio figlio? Che dici?
    TOBBA: Ho domandato male.  Lo so che gli vuoi bene.  Volevo  dire,  se
    vuoi il suo bene, pi del tuo.
    LA SPERA: Certo. pi del mio.
    TOBBA: A qualunque costo?
    LA SPERA: A qualunque costo, certo...
    TOBBA: Anche a costo dello stesso bene che tu gli vuoi?
    LA SPERA: Che discorso mi fai?  Come c'entra mio figlio,  il mio bene,
    il suo bene...?

    Balenandole il sospetto che vogliano levarle il figlio:

    O che forse lui...?

    TOBBA: No no, lui no!
    LA SPERA: Mi vuol levare il figlio?
    TOBBA: No, se tu non vuoi...
    LA SPERA: Voglio? Che dici! Posso volere...?
    TOBBA: Salveresti tutto!
    LA SPERA: Sei pazzo? - Ah mi vuol levare il figlio?  Mi vuol levare il
    figlio?
    TOBBA:  Ma  no  che  non  te  lo  vuol  levare!  Dice  anzi  che non 
    possibile...
    LA SPERA: Eh sfido che non  possibile! Non  possibile!
    TOBBA: No, dico, salvare tutto...
    LA SPERA: Ma come vorreste salvare tutto? cos? - Spiegati!  - Levando
    a me il figlio?
    TOBBA: Se potesse sposare Mita...
    LA SPERA: E perch non la sposa? La sposi!
    TOBBA: Perch il figlio non lo vuol perdere!
    LA SPERA: Ah,  non lo vuol perdere!  Il figlio, no? Allora, niente! Il
    figlio  mio - mio, e sta con me.
    TOBBA: E' anche suo, per.
    LA SPERA: E chi glielo nega? Io non voglio mica levarglielo! Stia qua;
    l'avr con me! O quante cose vorrebbe? Questo,  quella,  e il comando,
    la gloria, e che altro?
    TOBBA: Nulla! Nulla! Ricusa tutto, se non ha il figlio.
    LA SPERA: Ah, l'ha posto dunque per patto?
    TOBBA: Per patto, s.
    LA SPERA: Ch'io gli dia il figlio? E' pazzo! E pazzo!
    TOBBA: Considerando se non sia meglio,  per il bambino stesso, restare
    col padre anzich con te.
    LA SPERA: Chi,  io?  dovrei considerarlo io,  questo?  il bene di  mio
    figlio, con lui che lo vuole per prendersi quella?
    TOBBA: Se senza il figlio non se la prende,   segno, mi pare, che gli
    vuole bene davvero; e questo deve affidarti.
    LA SPERA: Ma che dici?  con quella?  Mi parli del bene di mio  figlio,
    con  quella  che gliene dar altri e gl'insegner allora a disprezzare
    il suo, avuto con me?  Ma se gli volesse bene davvero,  comprenderebbe
    che  mio figlio deve stare con la sua mamma,  perch il bene,  il vero
    bene,  glielo potr dare io!  io!  - Egli mi vuole  buttar  via,  ecco
    quello che vuole!  E mi butti via,  e s'impadronisca di tutto,  ma non
    osi porre di questi patti!  Non  sono  patti  che  si  possano  porre,
    questi! - Ma come? contrattate sul mio sangue? sulla mia carne? Ma che
    siete?  jene,  siete?  E tu,  tu vieni a propormelo, proprio tu? tu, a
    parlarmi del bene di mio figlio senza pi me?  - Ma dunque  mi  volete
    proprio  ributtare  alla  perdizione  con  un  po' di danaro,   vero?
    rimbarcarmi?  e l,  senza pi  il  figlio,  a  battere  di  nuovo  il
    marciapiede, alla calata del porto? Questo volete fare di me, dopo che
    m'ero  qua rifatta nuova,  Dio,  alla tua presenza,  alla luce del tuo
    sole, piena d'amore per tutti, io sola! - Ah Dio, se vuole far questo,
    se ha potuto pensare  di  levare  il  figlio  a  me,  dev'esser  vero!
    dev'esser vero!  vero, anche se ancora non l'ha pensato, e l'ha invece
    pensato altri per lui diabolicamente; e lo denunzio!  ora lo denunzio!
    Anche perch cos soltanto posso salvare Dor!

    Si  sente  il  rumore  del  corteo che s'approssima,  venendo s dalla
    spiaggia, tra suoni di cembali e le fiamme fumose delle torce a vento.

    Eccoli, vengono! vengono! Lo denunzio! Vado a prendere il mio bambino!
    Vado a prendere il mio bambino!

    Corre alla casa, ne prende il bambino, lo nasconde sotto il manto, e
    riesce. Il corteo s'approssima sempre pi.  Tobba  rimasto angosciato
    e  perplesso.   Appena  vede  uscire  La  Spera,  cos  disperatamente
    risoluta, le s'appressa, risoluto anche lui.

    TOBBA: Chi denunzii?
    LA SPERA: Lui!
    TOBBA: E di che?
    LA SPERA: Ora sentirai.
    TOBBA: Sei pazza? Che vuoi denunziare?
    LA SPERA: Il complotto! Il complotto!
    TOBBA: Che complotto?
    LA SPERA: Che volete uccidere Dor!
    TOBBA: Ma no, che dici? Sei pazza? Chi vuol uccidere Dor?
    LA SPERA: Lui, lui che mi vuol levare il figlio!
    TOBBA: Ma non  vero! Tu farnetichi!
    LA SPERA: Salver, salver anche lui, sentirai, se sar creduta!
    TOBBA: Ma chi ti potr credere?
    LA SPERA: Se nessuno mi vorr credere, s'aprir la terra!  s'aprir la
    terra! - Eccoli! Eccoli!

    Il  corteo  viene s,  goffamente pomposo,  dalla spiaggia,  tra torce
    accese e suono  di  cembali  e  fisarmoniche,  bandiere  di  barche  e
    lanterne e pennoni.  Lo aprono Padron Nocio,  Mita,  Currao, Fillic e
    Dor. Sono dietro i finti sposi: Quanterba e La Dia,  Nela e Trentuno,
    Marella e Bacchi-Bacchi.  Seguono tutti gli altri alla rinfusa,  mezzo
    avvinazzati,  con le facce sguajatamente  atteggiate  della  delusione
    d'un  divertimento  che  nessuno riesce a prendersi,  almeno cos vivo
    come si riprometteva.  Dapprima,  al grido de La Spera,  si fermeranno
    tutti,  ammassati,  sulla  prominenza  rocciosa;  poi  cominceranno  a
    scenderne.

    LA SPERA: Aspettate! Aspettate! - Fermi tutti cost! -
    VOCI DELLA FOLLA: - Chi ?  Chi ?  - Perch?  - Chi grida?  - Avanti!
    avanti!
    LA SPERA: No, fermi! fermi! E fate silenzio! Dite che cessino i suoni,
    e state a sentire quello che vi dir!
    VOCI  DELLA FOLLA (di quelli che stanno indietro): - Che cos'e?  - Che
    avviene? - S, s,  proseguiamo!  -Perch non si va avanti?  - Musica!
    Musica!

    di quelli che sono avanti:

    -  Silenzio!  Silenzio!  -  E'  La Spera!  - Stiamo a sentire!  - Fate
    silenzio! - Smetti, tu con quel cmbalo!
    LA SPERA: Dor! Dor, vieni qua! Vieni qua da me, Dor!
    DORO': Io?
    LA SPERA: S, s, qua da me! Vieni, vieni!
    PADRON NOCIO (trattenendolo): No! Perch da lei?
    LA SPERA: Non lo trattenete! Lasciatelo venire! E' per il suo bene!

    Dor si libera dalla mano del padre che lo trattiene e  accorre  a  La
    Spera.

    VOCI  DELLA FOLLA: - Ma perch?  - Non spingete,  perdio!  - Perch ha
    chiamato Dor?  - Che gli vuol fare?  - Piano!  Piano!  - Vogliamo  la
    festa!  -  Lasciate sentire!  - Avanti,  avanti gli sposi!  - Viva gli
    sposi! - Ma che avviene insomma? - E' La Spera! E' La Spera! - State a
    sentire!
    LA SPERA (a Dor): Stai qua con me, Dor.

    Poi volgendosi a tutti:

    Io vi dico che s' complottato per uccidere questo ragazzo!
    VOCI DELLA FOLLA: - Uccidere? - Chi vuole ucciderlo?
    PADRON NOCIO: Mio figlio? Chi vuole uccidere mio figlio?
    TOBBA: Ma no, non  vero! Non  vero!
    CROCCO, PAPIA, BURRANIA: E' vero! E' vero! E' vero!
    CURRAO (saltando addosso a Crocco e trascinandolo  gi):  Lo  dici  tu
    ch' vero?
    LA SPERA (facendosi incontro e tirando indietro, dalle mani di Currao,
    Crocco): No, lo dico io ch' vero! Lo dico io!

    A Dor:

    Ti vogliono uccidere, Dor!

    A Padron Nocio e a tutti:

    Lo vogliono uccidere, perch sanno che non consentir mai -

    a Dor

    non consentirai mai tu,  vero Dor? - mai, che tua sorella sposi lui

    indica Currao che le sta di contro

    lui che per prenderla mi vuol levare il figlio, levare il figlio a me!
    CURRAO: Ah, tu dici a me, dunque? che voglio ucciderlo io, Dor?
    TOBBA: Non  vero! Non  vero!
    CROCCO E I SUOI COMPAGNI: S ch' vero! E' vero! - Lui, lui, s! - Per
    levarlo di mezzo!  - E impadronirsi di tutto!  - E restare padrone lui
    solo! - Credetelo! Credetelo!
    CURRAO: Nessuno pu crederlo!
    TOBBA: E non lo crede lei stessa!
    CURRAO  (a  Padron  Nocio):  Non  potete  crederlo  voi,   che   siete
    testimonio...
    PADRON NOCIO: No, no, io non lo credo, non lo credo!
    LA SPERA: Qua, qua con me, Dor!
    CURRAO (a Crocco e ai compagni di lui): E allora siete voi!
    CROCCO: Noi?
    CURRAO:   S,   voi!   voi!   Gliel'avete   messo   voi  nella  testa,
    quest'infamia, vigliacchi!
    CROCCO E I SUOI COMPAGNI: - Ma che noi! E' stata lei!  - Lei,  lei!  -
    Ch' in grado di saperlo meglio di tutti!  - Il complotto,  s! E l'ha
    svelato a noi!  - Come  a  tutti  qua!  -  L'avete  udita!  Credetela!
    Credetela!
    CURRAO (a La Spera): Tu non lo credi! Tu non puoi crederlo!
    LA SPERA: S, s, lo credo! Lo credo, se  vero che tu vuoi levarmi il
    figlio, come m'ha detto Tobba!

    A Tobba:

    Questo  vero, quest' vero, me l'hai detto tu!
    TOBBA: No, se tu potevi darglielo, t'ho detto!
    CURRAO: Ma ch'io volevo uccidere Dor,  chi te l'ha detto?  Te l'hanno
    detto loro!

    Indica Crocco e i compagni:

    Confessalo! Te l'hanno detto loro?
    CROCCO E I SUOI COMPAGNI (un po' a La Spera un po' agli altri): - Noi?
    Te l'abbiamo detto noi? - Parla! Parla!  - Non sei stata tu?  - S,  a
    dirci  che voleva fare la denunzia!  - E che anzi volevi riprendere il
    tuo mestiere!  - Ma gi!  S,  s;  ci ha invitato tutti ad andarla  a
    visitare!
    LA SPERA: Oh vili, oh vili! Tutti vili! - S,  vero, me l'hanno detto
    loro, per spingermi a denunziarti!
    CROCCO (inveendo): Ah mala femmina!
    PAPIA: Mentisce!
    BURRANIA: Da quella sgualdrina che !
    CURRAO (riparandola): Nessuno la tocchi!
    LA  SPERA:  Ci  che  volevano far loro doveva apparire come pensato e
    fatto da te!
    PADRON NOCIO (ai marinaj): Agguantate quell'assassino e  quegli  altri
    cinque l!

    I  marinai  afferrano  Crocco  e  i  suoi  compagni che si divincolano
    gridando.

    VOCI DELLA  FOLLA:  Teneteli!  Teneteli!  -  Assassini!  -Legateli!  -
    Buttiamoli a mare!
    CURRAO: Aspettate! Aspettate!

    A La Spera:

    E tu perch allora mi hai denunziato?
    LA SPERA: Per salvare Dor!

    A Padron Nocio:

    Per salvare vostro figlio! Ora voi non consentirete pi che sia levato
    il figlio a me!
    CURRAO: Ah, no! ora il figlio tu me lo darai!

    E fa per strapparglielo dalle braccia.

    LA SPERA (ribellandosi): No! No!
    CURRAO (come sopra): Ora te lo levo davvero!
    LA SPERA (come sopra): No, no! Bada a te!
    CURRAO: Dammelo! Dammelo!
    LA  SPERA  (sfuggendogli  s per la prominenza rocciosa): No,  no!  Il
    figlio  mio! Il figlio  mio!
    CURRAO (inseguendola): Tu me lo darai! Me lo darai! -

    La raggiunge.

    VOCI DELLA FOLLA: - E' indegna di tenerlo! - Se vuol rimettersi a fare
    la sgualdrina! - Al padre! al padre!
    CURRAO: Dallo qua a me! Dallo qua a me!
    LA SPERA: No, no! Se tu me lo levi, trema la terra! trema la terra!
    CURRAO: Te lo strappo dalle braccia!
    LA SPERA: Trema la terra! La terra! La terra!

    E la terra veramente,  come se il  tremore  del  frenetico,  disperato
    abbraccio  della  Madre  si propagasse a lei,  si mette a tremare.  Il
    grido di terrore della folla con l'esclamazione La terra!  La terra!
     ingoiato spaventosamente dal mare in cui l'isola sprofonda.  Solo il
    punto pi alto della prominenza rocciosa,  dove La Spera s' rifugiata
    col bambino, emerge come uno scoglio.

    LA SPERA: Ah Dio, io qua, sola con te figlio, sulle acque!













    O di uno o di nessuno (1933).


    PERSONAGGI.

    Carlino Sanni.
    Tito Morena.
    Melina.
    L'avvocato Merletti.
    La Pedoni.
    Il Medico.
    Il signor Franzoni, della villa accanto.
    La Vicina.
    Una vecchia Signora.

    E poi, personaggi che non parlano.
    un  prete,  un  sagrestano,  una blia,  una frotta di giovinastri che
    passano sonando chitarre e mandolini.

    A Roma - Oggi.


    ATTO PRIMO.

    La scena rappresenta una bella, grande camera d'affitto con due letti.
    I due letti sono disposti, con le testate sulla parete di fondo, uno a
    destra e l'altro  a  sinistra  dell'uscio  comune,  e  hanno  accanto,
    ciascuno,  un  comodino,  con sopra un braccio d'ottone,  infisso alla
    parete,  che regge la lampadina elettrica col paralume di seta gialla;
    sul piano di bardiglio, una boccia d'acqua col bicchiere capovolto, un
    portacenere,  un  portorologio.  -  Nella  parete  destra,  un usciolo
    immette in uno stanzino da bagno e guardaroba.  Nella parete sinistra,
    una finestra guarnita di tende.

    Al  levarsi  della  tela  il  letto di destra,  su cui ha dormito Tito
    Morena,  disfatto, e la lampadina ancora accesa. Il letto di sinistra
     intatto. Gli scuri della finestra,  ancora accostati.  Il lampadario
    che pende dal soffitto,  anch'esso acceso. - Sono in scena Tito Morena
    e Carlino Sanni: quello, in pigiama da notte; questi, vestito come uno
    che venga da fuori.  - Sono stati a discutere tutta la notte.  - Entra
    la  Pedoni  dall'uscio  di  fondo,  ancora  con  la cuffia in capo e i
    capelli attorti nei diavolini,  recando un vassojo con  due  tazze  di
    caff.

    LA PEDONI: Ecco il caff.

    Posa le due tazze sul tavolino, che  sul davanti della scena e fa per
    andarsene; quando  presso l'uscio si volta per dire:

    Potrebbero aprire gli scuri oramai:  gi chiaro.  La luce io la pago.
    Scommetto che hanno tenuto le lampade accese tutta la notte.
    CARLINO (irritato, ma timido): Non tutta, prego, non tutta.
    TITO (irritato, aggressivo): Dici anche tutta!

    Alla Pedoni:

    Pensa alla luce che s' consumata,  lei?  E al sonno che  noi  abbiamo
    perduto, non ci pensa? Potrebbe considerare...
    LA PEDONI: Considerare...

    Si tura la bocca per impedire che venga fuori chi sa che diavoleria.

    Ah Dio! Non mi facciano parlare!
    CARLINO: S,  s,  meglio che non parli, meglio che non parli, signora
    Elvira! Lamentarsi per la luce, dopo una notte come quella che abbiamo
    passata io e Tito, creda,  proprio un di pi.
    LA PEDONI: L'avranno perduto per i  loro  pasticci  il  sonno,  e  non
    dovrebbero,  almeno  per  pudore,  farne  scontare le conseguenze agli
    altri.
    TITO: Ma che dice,  pudore...  conseguenze?  Che  conseguenze  ne  sta
    scontando lei?
    CARLINO: Lo spreco di un po' di luce?
    TITO: Non si vergogna?
    LA PEDONI: Io?  ha il coraggio di dirmi che dovrei vergognarmi io? con
    una figlia per casa che m'ajuta -  lo  sanno  -  a  rifare  le  camere
    degl'inquilini.
    CARLINO (stonato): La signorina Bice, s.
    TITO (stordito): Come c'entra adesso la signorina Bice?
    CARLINO: Sappiamo che l'ajuta...
    LA PEDONI: Pare invece di no, che non lo sappiano: ecco l!

    Indica con un gesto d'accusa il letto intatto di Carlino.

    TITO (pi che mai stordito): Che cosa?
    LA PEDONI: La prova!
    CARLINO: Il mio letto?
    TITO: Che prova?
    LA PEDONI (con tanto d'occhi sbarrati): In-tat-to!
    CARLINO (seguitando a non comprendere): Gi.  Non ci ho dormito. Tanto
    meglio per la signorina Bice che si risparmier la fatica di rifarlo.
    LA PEDONI: Ah s?  Grazie di tanta attenzione!  Ma quando in una  casa
    perbene,  dove c' una ragazza che si rispetta,  un inquilino commette
    l'indecenza di passar fuori la notte -
    CARLINO (cercando d'interrompere): - no, no, prego -
    LA PEDONI: - mi lasci dire!  - potrebbe avere almeno  l'accortezza  di
    guastare  il  letto su cui non ha dormito,  per non turbare la ragazza
    con tutte le supposizioni che si possono fare.
    TITO: Uh quante storie! Stavo ancora a sentire...
    CARLINO: Eppoi non  vero!  Io non ho passato  fuori  la  notte!  Sono
    rincasato alle due!
    LA  PEDONI:  Lo sappiamo bene,  lo sappiamo bene a che ora  rincasato
    lei! a che ora rincasano, una notte per uno,  da quattro mesi a questa
    parte - ed  lo scandalo di tutto il casamento dai tetti alla cantina,
    lo sappiano!
    TITO: L'avr strombazzato lei a tutti gl'inquilini!
    CARLINO: Eppoi, se mai, che scandalo? Due giovanotti scapoli...
    LA PEDONI: Ma che scapoli pi, mi facciano il piacere!
    TITO  (andando incontro a Carlino e mettendogli le mani sulle spalle):
    Te l'avevo detto io: Andiamocene via da questa camera?
    LA PEDONI: Oh,  se vogliono saperlo,  se  vanno  via  adesso,  non  mi
    faranno mica dispiacere!
    TITO: Sta bene, sta bene, signora. Ma se vuol saperlo anche lei, prima
    d'adesso io l'avevo detto al mio amico;  e proprio quando n io n lui
    sapevamo pi come schermirci da tutte le sue gentilezze e amabilit.
    LA PEDONI: Che intende dire?
    TITO: Non lo so! Veda lei, se riesce a intenderlo!
    CARLINO: Basta, basta, per carit! Lei  tanto buona, signora Elvira!
    LA PEDONI: E mi ringraziano cos delle mie premure?  Io le usavo loro,
    finch  li  vedevo come prima,  con la testa a posto,  tranquilli ogni
    sera dopo cena rincasare e mettersi l a far le loro belle partitine a
    dama, e poi a dormire... - Altro che dama adesso!

    Con comicissimo scatto va al letto di Carlino e ne strappa con  rabbia
    le coperte.

    Ecco: preferisco che la mia figliuola lo rifaccia senza bisogno!
    CARLINO: Va bene,  s.  Cos!  S' sfogata? Ora vada via, vada via per
    piacere, signora Elvira.
    LA PEDONI: Non me lo sarei mai  aspettato,  mai  e  poi  mai,  da  due
    giovanotti come loro.
    CARLINO  (notando  l'impazienza  di  Tito): Basta,  la prego;  divento
    cattivo anch'io, sa, se poi mi... mi... Guardi,  mi faccia la grazia -
    (possiamo  alterarci  tutti,  e  allora  non  sappiamo  pi quello che
    diciamo!) mi faccia la grazia,  porti  subito  il  caff  all'avvocato
    Merletti.
    LA  PEDONI  (stonata):  All'avvocato?  Perch?  Non  ha ancora sonato,
    l'avvocato.
    CARLINO: Sono andato io a svegliarlo in camera, poco fa.
    LA PEDONI: Lei? E perch!
    CARLINO: Dobbiamo parlargli, Tito e io.
    LA PEDONI: Anche gl'inquilini mi disturbano...
    TITO: Non s'arrabbi adesso anche  per  conto  degli  altri!  L'abbiamo
    pregata d'andare!
    LA  PEDONI:  Ma  come  faccio  a portargli il caff,  se ancora non lo
    chiama?
    CARLINO  (conciliante):  L'avvocato    nostro  buon   amico;   potevo
    permettermi d'andare a svegliarlo in camera.  Soltanto ho paura che si
    sia riaddormentato.  Gli porti il caff,  dicendogli che ne  ha  avuta
    preghiera  da  me,  e  gli dica che se lo venga a prendere qua da noi,
    come si trova: in pigiama, in camicia da notte, in veste da camera...

    La Pedoni via.

    Auf! Non ci mancava che lei con la figlia per casa!
    TITO (dopo una pausa,  durante la quale  avr  tirato  la  tenda  alla
    finestra e spento i lumi): Dobbiamo aspettare Merletti?
    CARLINO:  Eh,  mi  pare;  se  vogliamo  che ci ajuti a veder chiaro...
    Veramente  entrato un bel sole...
    TITO: No, dico per pigliarci il caff. Sar gi freddo.
    CARLINO: Ah gi. Il caff. Piglircelo, tu dici. Piglimocelo.
    TITO (prendendo una delle due tazze e accostandola alle labbra): Ecco:
    freddo: lo dicevo.
    CARLINO: No; tepido: ancora bevibile.
    TITO: A me piace bollente, lo sai!  da azzuffrmici...  - Puh!  Amaro,
    anche.
    CARLINO: Il mio, no.
    TITO (irritato): Il mio, s.
    CARLINO  (tra  un  sorso  e l'altro): Vedrai che Merletti dir come ho
    detto io.
    TITO: Mi fai il piacere, un po' di tregua adesso? Mi fuma la testa!
    CARLINO (raccogliendo col cucchiaino lo zucchero rimasto in fondo alla
    tazza): Vedrai, vedrai...
    TITO (stando a guardarlo): Scommetto che  ha  messo  lo  zucchero  due
    volte nella tua tazza.
    CARLINO:  E'  possibile:  molto  dolce,  s: ce n' rimasto ancora qui
    tanto.
    TITO: Vigliacca!  Lo dicevo ch'era amaro!  M'ha avvelenato!  - Come se
    fosse poco il veleno che m'hai fatto ingozzare tu, tutta la notte, con
    la bella notizia che sei venuto a darmi!
    CARLINO: Hai ragione, caro.

    Frugando col cucchiaino l'ultimo rimasuglio di zucchero e portandoselo
    alle labbra:

    Ma anch'io, avvelenato.
    TITO  (non potendone pi): Basta,  perdio,  posa quella tazza!  Mi fai
    stizzire!
    CARLINO: Si, s, ecco ecco; hai ragione, caro. - Ma ecco Merletti.

    Entra  l'avvocato  Merletti  in  veste  da  camera.  E'  un  omaccione
    poderoso, con una beata faccia da padre abate.

    MERLETTI: Cari amici miei, eccomi qua. Come va l'amore?
    TITO: Buon giorno, avvocato.
    CARLINO: Siedi, siedi, Merletti. Altro che amore, in questo momento!
    MERLETTI: L'amore sempre, ragazzi! l'amore sempre! l'amore sempre!
    CARLINO: Hai preso il caff?
    MERLETTI: S, di l. Me l'aveva portato la signorina Bice.

    Siede.

    Che  dunque codesta cosa seria che avete da dirmi? Sentiamo!
    TITO (dopo una pausa, a Carlino): Parla tu.
    CARLINO: Vuoi che parli io? Preferirei che parlassi tu. Non vorrei che
    poi dicessi che ti faccio arrabbiare.
    TITO: Mi fai arrabbiare con codeste premesse di docilit, che - lo sai
    - mi sono sembrate sempre in te una fintggine!  - Il caso  grave. La
    confidenza  stata fatta a te. Dunque parla tu.
    CARLINO: Ecco, parlo io, parlo io!
    MERLETTI: Calmi,  vi prego,  e chiari;  se no,  non capisco pi nulla.
    M'avete rubato un'ora di sonno.
    CARLINO:  Calmo,  calmo,  s,  e  chiaro.  Dunque,  devi sapere,  caro
    Merletti -
    MERLETTI: Vi prevengo che sono in parte informato.
    TITO: Di che?
    MERLETTI: Della sciocchezza che avete commessa.
    CARLINO: Grazie! - Informato dalla signora Elvira?
    MERLETTI: Anche, s. Ma ne parlano tutti.
    TITO: Come d'una sciocchezza?
    MERLETTI: Enorme, s. Pi grossa di me.
    TITO: E io allora ti so dire che sciocchi sono  tutti  coloro  che  la
    credono tale!
    MERLETTI  (con  tono di placido richiamo a un patto convenuto): Calma!
    Calma!
    CARLINO: Nessuna sciocchezza, credi, Merletti.
    TITO: Neppure a giudicarla da ci che  ora  ne  sta  seguendo;  perch
    nessuno, dico nessuno avrebbe potuto prevederlo.
    MERLETTI:  Ci che ne sta seguendo io non lo so.  Giudico il fatto per
    se stesso.
    CARLINO: Da fuori!
    MERLETTI: Da fuori... - da quello che ne so!
    TITO: E che puoi saperne? Hai parlato con noi?
    CARLINO: Conosci la ragazza? L'hai mai veduta?
    MERLETTI: No, mai.
    TITO: E giudichi!
    CARLINO: Abbiamo tanto riflettuto, credi, Merletti!
    TITO: Dovresti pur sapere che  uno dei tre fondamentali  problemi  da
    risolvere dell'esistenza di ognuno -
    MERLETTI: - Dio santo, con questi problemi!
    CARLINO: - no,  no -  la verit - l'abbiamo letto anche in un libro -
    e devi convenirne anche tu -
    TITO: - il tetto - il pane - la donna.
    MERLETTI: Ma perch problemi?
    TITO (insorgendo): Perdio, la donna - una donna - per dei giovanotti!
    MERLETTI (perdendo la pazienza anche lui): Ma  quattro!  ma  otto!  ma
    dieci!  Come  no?  -  Dieci,  e non una come avete fatto voi!  - Tanto
    valeva allora che prendeste moglie!
    CARLINO: Gi - in due!
    MERLETTI: Caro mio,  legalmente no,  ma una  moglie  quasi  sempre  si
    prende in due!
    TITO: Lo vedi? lo vedi che ci caschi? lo vedi che ci caschi?
    MERLETTI: Dove casco?
    TITO: Per forza, quando si vuol far dello spirito sulle cose serie!
    CARLINO: Una moglie non la volevamo, e non si poteva prendere in due.
    MERLETTI  (pronto):  E  allora niente!  - Oggi questa e domani quella;
    come fanno tutti gli scapoli di questo mondo!
    CARLINO: Senz'amore?
    MERLETTI: Ah, voi volevate l'amore - con una donna in due?
    TITO: Non seguitare a fare dello spirito sciocco!  - Carlino ha  detto
    male l'amore.  Non era il caso di voler l'amore di una donna in due,
    bench tu stesso dica che sia il pi frequente, prendendo moglie.  Era
    il  caso  di tener conto di tante cose,  che tu non vuoi considerare e
    che noi abbiamo considerate.
    CARLINO: Segretarii di Ministero, con lo stipendio che sai; e tutte le
    difficolt della vita -
    TITO: - prender moglie? in queste condizioni? -
    CARLINO: - per quanto ci si possa sentir disposti... -
    TITO: - ecco: anche  di  questo,  tener  conto:  ha  ciascuno  le  sue
    disposizioni naturali...
    CARLINO:  -  e  Dio  sa  quanto  ci  sembra ingiusto pagar la tassa di
    scapoli...
    MERLETTI (staccando le tre parole,  come se desse una sentenza): Siete
    - due - bambini.
    TITO (scattando): Ma che bambini, fammi il piacere! Siamo serii: siamo
    due persone serie: ecco quello che siamo.
    MERLETTI: Volete sapere quello che siete?  Toccate gli uccellini sotto
    le ali: vi serbano sempre il tepore del nido che li accolse prima  che
    imparassero a volare.
    TITO: Il nido? Che nido?
    MERLETTI: Il nido,  il nido! - Voi non vi siete saputi ancora staccare
    dal vostro paese lontano;  non vi sapete separare l'uno dall'altro per
    questo.  Legati  ancora  con tutti i ricordi all'intimit delle vostre
    case lass, ne provate quasi vergogna,  come per una debolezza che,  a
    confessarla, vi potrebbe render ridicoli - e fate i serii.

    A, Tito:

    Tu  mi  guardi.  con  certi  occhi  duri  - ecco,  freddi,  di gelo -:
    basterebbe, per farteli velare di un'improvvisa commozione, un ricordo
    del tuo paese,  ch'io ti potessi d'un tratto  evocare:  diventerebbero
    come  i  vetri  di quella finestra,  guarda: appannati per il caldo di
    dentro e il freddo di fuori.  - E guarda l Carlino che si raschia con
    le unghie le guance, per richiamarsi all'ispida realt del! suo vigore
    maschile  che  gl'impone  di  essere uomo,  ormai,  vale a dire un po'
    crudele - eh? - un po' crudele...

    E scoppia a ridere.

    CARLINO: Ci deridi per questo?
    MERLETTI: No! Dio me ne guardi! Io vi voglio tanto bene...
    TITO (offeso, a Carlino): Senti,  parlagli tu,  se vuoi: io me ne vado
    di l a vestirmi!

    E  se ne va allo stanzino da bagno.  Ma rester sempre come in iscena,
    perch lo stanzino  contiguo,  ed egli ne verr fuori per partecipare
    al discorso,  prima nell'atto di lavarsi, insaponato, poi nell'atto di
    vestirsi.

    MERLETTI: Ma  no!  Non  ho  voluto  offendervi,  n  ridermi  di  voi,
    tutt'altro! Vi voglio bene, appunto perch siete cos!
    CARLINO:  E  dunque  stammi  a sentire!  - Sar come tu dici: l'avremo
    fatto  per  questo.   I  ricordi  di   Padova,   della   nostra   vita
    studentesca... - sissignore.
    TITO  (da dentro,  senza mostrarsi): - ciascuno li ha dentro di s,  i
    proprii ricordi (perdio, sono la nostra vita!) e pu sentirsene legato
    pi o meno fortemente!
    MERLETTI: Va bene, va bene...
    CARLINO: Non negherai il rischio a cui eravamo esposti -
    MERLETTI: - con la vostra naturale disposizione al matrimonio -
    CARLINO: - eh gi - seguitando ciascuno per suo conto  a  cercare  una
    qualche...  come vorrei dire? - una sicura..., s, sicura stabilit di
    relazione...
    TITO (venendo fuori, insaponato): - non essendo come te,  oggi con una
    donna e domani con un'altra -
    MERLETTI: Ma appunto questa  la sciocchezza!
    TITO: Tu sei anche con due o tre donne alla volta!
    MERLETTI: S, ma meno scandaloso di voi, credetelo!
    TITO:  Scandalosi  per  la  signora Elvira che ci voleva appioppare la
    figlia!

    E torna a ritirarsi.

    CARLINO (per rimettere la pace):  Signori  miei,  signori  miei,  modi
    d'essere,  modi d'essere;  ciascuno ha il suo; tu sei cos, e per te 
    bene cos; hai ammesso tu stesso che noi siamo -
    MERLETTI: - bambini -
    CARLINO: - va bene, bambini, bambini -
    TITO (infilandosi la camicia): - persone serie! -

    E via.

    MERLETTI: - bambini! -
    CARLINO: - vuoi lasciarmi parlare? -
    MERLETTI: - s, parla, parla.
    TITO (di dentro): Abbiamo fatto tutto meditatamente e giudiziosamente!
    CARLINO: Tu non conosci la ragazza!  -  Stammi  a  sentire!  -  Ce  ne
    ricordammo  una sera qua,  che eravamo tanto tristi.  Venne in mente a
    me, come un sospiro spontaneo,  sai,  quando si pensa a una cosa cara,
    lontana.  Dissi:  Melina... - Tu non puoi sapere tutti i ricordi che
    ci evoc questo nome.  Era la nostra  amicuccia,  l'amicuccia  di  noi
    studenti  di Padova,  quando la notte s'andava cantando per la Via del
    Santo, la in fondo... - Se facessimo venir Melina?
    TITO (venendo fuori gi vestito per uscire): La sapevamo cos buona -
    CARLINO: - modesta -
    TITO: - umile, anzi, per la vita che faceva -
    CARLINO: - e cos dolce d'indole -
    TITO: - come veramente ci s' poi sempre dimostrata -
    CARLINO: - felice,  felice ti dico,  che noi due,  a cui  voleva  bene
    sopra tutti, l'avessimo levata da quella sua brutta vita. Ci  venuta,
    capisci?  con tutti i ricordi della nostra giovent, con quello stesso
    sorriso di dolcezza: beata -
    TITO: - per servirci, ci disse arrivando -
    CARLINO: - gi,  figurati!  - e difatti,  ha voluto prendersi cura  di
    noi, dei nostri abiti, della nostra biancheria -
    MERLETTI: - dite un po,  brutta? -
    TITO: - no! che brutta! -
    CARLINO: - pi che bella! cos graziosa, di quella grazia, sai, che fa
    di tutto per non parere - TITO: - nessuna appariscenza -
    MERLETTI: - venuta di cielo in terra a miracol mostrare!
    CARLINO: - miracolo, s, puoi gridarlo: miracolo, miracolo! -
    TITO:  -  e  non ce ne siamo lasciati n abbagliare n prendere,  caro
    mio! -
    CARLINO: - abbiamo fatto tutto con calma e con giudizio -
    TITO: - prima di tutto non l'abbiamo voluta con noi -
    CARLINO: - a convivere con noi - tu che dici scandalosi -
    TITO: - lontana, lontana - noi qua, e lei per s - a parte -
    CARLINO: - si contenta di nulla -
    TITO: - di poco, certo -
    CARLINO: - quasi di nulla - e vedessi come  si  occupa  -  come  tiene
    quelle sue due stanzette - si fa da mangiare, tutto da s -
    TITO: - fumava: s' levato il vizio -
    CARLINO:  - perch l'ha voluto lei - e s' comprata a un tanto al mese
    una macchina da cucire - ti dico: rinata!
    MERLETTI (alzandosi): Cari miei, se  cos, che volete da me?  - siete
    da  invidiare  -  la  fortuna  ha assistito il vostro giudizio - avete
    trovato l'raba fenice - una donna che vi ama e vi  costa  poco  -  vi
    cura,  v'assiste - scommetto che con la macchina da cucire vi fa anche
    le camice...

    Accostandosi a Carlino per tastargli in petto la camicia:

    - lascia vedere...
    CARLINO (schermendosi): No:  questo  no:  ha  detto  che  vuole  prima
    imparare.
    MERLETTI (insistendo,  e tastando la camicia): No, permetti? E' buona.
    Dove l'hai comperata?
    CARLINO (sbirciandosela sul petto): Questa? Non ricordo...
    MERLETTI: Te lo domando perch dovrei comperarne.
    TITO (seccato da questa diversione impreveduta,  pur  cos  solita  ad
    avvenire  nella vita,  anche tra le preoccupazioni pi gravi): Ma sono
    di Padova!  Te le hanno mandate da casa!  - Abbiamo da pensare  a  ben
    altro, noi, che alle camce, adesso!
    MERLETTI:  Ma  gi  -  appunto  -  ve l'ho domandato: in mezzo a tanta
    felicit, fabbricata dal vostro giudizio - che volete ora da me?
    TITO  (lo  guarda  prima  nel  faccione   ridente,   e   poi   sbotta,
    irritatissimo): Io,  niente! domandalo a lui che  venuto a chiamarti!
    Da uno che ci vede cos costernati,  e dopo una notte che non  abbiamo
    chiuso occhio, ci domanda... -
    MERLETTI (cercando d'interromperlo): - ma no, scusa...
    TITO: - con codesta faccia... -
    MERLETTI (come cascando dalle nuvole): - che costernati!
    TITO: - io non voglio nulla; non m'aspetto nulla! -
    MERLETTI:  - ma dove?  che dici?  non m'avete parlato altro finora che
    del vostro giudizio e della vostra felicit! -
    TITO: -... e del resto non c' da aspettarsi nulla da nessuno! -
    CARLINO: - noi t'abbiamo voluto prima informare...
    TITO: - poich senza saper nulla,  hai  parlato  subito  della  nostra
    sciocchezza...

    Rivolgendosi di scatto a Carlino con pi forte irritazione:

    -  inutile  che  gli  parli  pi  adesso!  gli  parr  pi che mai una
    sciocchezza, e d'averne la prova in questo che ora  successo, come se
    lui avesse potuto prevederlo -

    Con impeto a Merletti:

    No, caro mio!  N tu n altri!  Non avrebbe potuto prevederlo nessuno!
    E' facile adesso trattarci da sciocchi!
    CARLINO: Imprevedibile! imprevedibile!
    MERLETTI: Mi dite, in nome di Dio, che cosa  successo?
    CARLINO: Volevamo un tuo consiglio...
    TITO: Inutile! Inutile!
    CARLINO  (a  Tito,  per  rimproverarlo,  ma  dolcemente):  Ti  arrabbi
    sempre...
    TITO: A me non piace esser trattato da sciocco!
    MERLETTI: Ma no, via, clmati! ho scherzato...
    TITO: Sono uno che ha sempre saputo ragionare, io!
    MERLETTI: Va bene,  ditemi: sapete  bene  che  vi  sono  amico:  posso
    pensarla d'un altro modo; ma sono qua, per voi, se posso darvi qualche
    ajuto...
    CARLINO: Non si tratta d'ajuto...
    MERLETTI: Di che si tratta?

    I due non danno risposta. Merletti aspetta un po' e ridomanda, in tono
    pi basso, affettuoso, per attirare la confidenza:

    Di che si tratta?
    CARLINO (sospira, cupo): Mah...
    MERLETTI (tentando una supposizione): Un terzo di mezzo?
    CARLINO (subito, con forza): Ma no! Che dici?
    MERLETTI (come sopra): Se ne vuol tornare a Padova?
    TITO: Che Padova! Non ci pensa neppure!
    CARLINO: E' felicissima di stare qua!
    MERLETTI: E allora?

    Pausa  di  sospensione:  i  due non sanno come dire.  Si prova prima a
    parlare Carlino, molto angustiato.

    CARLINO: E' un caso  di  coscienza,  credi,  il  nostro:  un  caso  di
    coscienza... -
    TITO:  -  tanto...  tanto  pi  grave,  quanto  pi  lei  cos buona,
    remissiva... -
    CARLINO: - dolente, rassegnata... -
    MERLETTI (come sopra): Ve ne siete stancati vojaltri?
    CARLINO: Ma no!
    TITO (a una voce): Tutt'altro!
    MERLETTI: E allora non capisco pi nulla!
    TITO (dopo una pausa): Appunto per questo suo rinascere...
    CARLINO:  -  dovuto  a  noi,  capisci?   al  modo  con  cui  l'abbiamo
    trattata... -
    TITO: - l'arsura del vizio -
    CARLINO: - non amato! non amato mai! -
    TITO: - che l'aveva prima isterilita...
    MERLETTI  (esplodendo  per  il  lume che gli si fa all'improvviso): Ho
    capito, un figlio! Oh guarda! - V'ha confessato?...
    TITO (indicando Carlino): A lui - jersera.
    CARLINO: S - che teme purtroppo...
    MERLETTI: E non sa da chi? - Eh gi... E voi...

    Li guarda,  cos avviliti e costernati e,  senza volerlo,  atteggia la
    faccia di riso.

    Oh Dio...
    TITO (fremente, minaccioso): Non ridere sai, Merletti!
    MERLETTI: No, non rido...  se mai per la co...

    ride

    per la cosa in s...
    TITO (indicando a Carlino): Hai visto? Ride!
    MERLETTI: No no... per la buffoneria, credimi, Tito, per la buffoneria
    della natura...
    TITO  (investendo Carlino): Tu mi metti sempre in procinto di fare uno
    sproposito!
    MERLETTI: Ma no, per carit...
    CARLINO (a Tito,  parando le mani): Abbi  pazienza,  potevo  figurarmi
    che, davanti a un caso come questo...
    MERLETTI: Ma siete voi...
    TITO (a Merletti): No, il buffone sei tu! sei tu!
    MERLETTI: Io, s, ma pi la natura, credi!
    TITO:  E  sapendo  che tu eri un buffone,  me la piglio con lui,  ch'
    venuto a chiederti consiglio!
    MERLETTI: Ti giuro che m'e venuto spontaneo.
    TITO: - s - perch sei un buffone! ecco quello che sei! -
    MERLETTI: - no - vedendovi...
    CARLINO (facendosi brutto e andandogli incontro): Come ci  vedi?  come
    ci vedi?
    MERLETTI: Ma cos serii!  e che credevate d'aver fatto tutto cos bene
    e con tanto giudizio -
    CARLINO: - ebbene?
    MERLETTI: - ebbene,  non vedi?  viene la natura e  vi  butta  all'aria
    tutto! Credevate d'aver pensato ad ogni cosa giudiziosamente, e scatta
    all'improvviso,  come da una scatola,  con un pupino in braccio,  e vi
    sghigna in faccia: Ma a questo non ci avevate  pensato!  -  Sar  un
    buffone,  caro Tito,  s - ma - buffone io, buffona lei - m'aspetto di
    tutto io dalla natura, e ci scoppio a ridere da me. Voi che siete cos
    serii, ci restate male, e fate ridere di voi.

    Pausa.

    Amici miei,  amici miei,  credetelo,  con cos scarse  intese  con  la
    natura,  edificare  sul  serio,  non    senza  rischio:  vivere  cos
    seriamente come fate vojaltri, pu,  pu prestarsi anche a!  riso: non
    dovete offendervi.

    Pausa.

    Edificate, edificate: un terremoto: tutto all'aria!
    Pausa.
    Mi pare che sia un po' il caso vostro, no?

    Pausa.

    Sono un buffone, ma anche un po' saggio - come tutti i buffoni.

    Pausa.  Non  c'  verso di smuoverli da!  lugubre silenzio in cui sono
    piombati.

    Dunque s, s, ditemi che contate adesso di fare. Vi vedo avviliti...

    Pausa.

    TITO (che s' seduto,  tutto concentrato in s,  alla fine  scatta  in
    piedi): Inutile!  Mi smonta!  Mi smonta! Io che mi sento sicuro dentro
    di me,  del mio giudizio e coi miei sentimenti,  non posso  comunicare
    con lui! Mi smonta!
    CARLINO: Lo dovresti capire perch siamo avviliti...
    TITO (urlando): Costernati - non avviliti - costernati!
    CARLINO (subito correggendo): Costernati, costernati...
    MERLETTI: Ma s che lo capisco! lo capisco benissimo.
    TITO:  Non puoi capire un corno,  tu!  Che vuoi capire,  il valore che
    assume per la nostra coscienza - almeno per la mia - la  maternit  in
    quella ragazza? A impedirgliela - ?
    MERLETTI: - sarebbe un delitto! -
    CARLINO (subito, con orrore): - ma non ci pensiamo nemmeno!
    TITO:  -  dico  a non rispettargliela - (che si possa tenere il figlio
    quando le nascer) - per la nostra coscienza - almeno  per  la  mia  -
    sarebbe  come  impedirle  - ecco perch m' scappato prima impedirle -
    non la maternit - impedirle di raccogliere il frutto di tutto il bene
    che le si  fatto. - Lo capisci questo? Son sicuro che non lo capisci.
    Non lo puoi capire.
    MERLETTI (sorridendo bonariamente): Lo capisco, lo capisco...
    CARLINO: D'altra parte per - vedi?  - ne   lei  stessa,  lei  stessa
    spaventata; per il fatto di non poter sapere -
    MERLETTI: - eh gi - di chi sia - se dell'uno o dell'altro... -
    CARLINO: - di uno di noi due  di certo!
    TITO: Gi! Ma di chi?
    CARLINO: - Questo non possiamo saperlo n noi n lei stessa.
    MERLETTI: Non le avete domandato di chi crede?
    CARLINO:  M'ha  detto  che non lo suppone,  non solo,  ma che si vuole
    anche guardar bene dal supporlo.
    MERLETTI: Eh gi -  nelle mani di tutt'e due e vuole restarci.
    CARLINO: Ma non per tornaconto!  Puoi esser sicuro che non lo  suppone
    davvero!
    MERLETTI: Mah... - quasi sempre, una donna... -
    CARLINO: Non lo SUPPONE!
    MERLETTI: Sia pure;  non dico di no; ma certo - anche nell'incoscienza
    dell'abbandono... -
    TITO (impuntandosi): Che cosa?
    MERLETTI: Oh Dio mio, se non lei, il suo corpo,  innegabile che -
    CARLINO: - ma se dici nell'incoscienza! -
    TITO (a Carlino, urtato): - lascialo finire! -

    A Merletti:

    ... innegabile che? -
    MERLETTI: - che s' dovuto prendere - il suo  corpo,  non  lei  -  pi
    dell'uno che dell'altro!
    CARLINO: Vorresti far nascere adesso tra noi la gelosia?
    MERLETTI:  No!  Che gelosia,  sei pazzo?  Se non c' tradimento,  se 
    stato nell'incoscienza dell'abbandono,  che gelosia?  Al  massimo,  un
    certo astio potreste sentire, contro il corpo di lei -
    TITO: - sordo - s - io l'ho avvertito!
    CARLINO: Astio? Perch? Che colpa  da farne a lei?
    MERLETTI: Nessuna colpa! nessuna colpa!
    TITO: Non si dice colpa...
    MERLETTI: Se non l'ha voluto, quand'anche l'avesse avvertito...
    TITO (fosco): Potrebbe dirlo, per, se l'avesse avvertito!
    CARLINO:  Ma  non  ha  avvertito  nulla!  Non pu dire nulla!  Me l'ha
    giurato! L'ho stretta a confessare!

    A Tito:

    Tu lo sai,

    rivolgendosi anche a Merletti:

    tutt'e due, questa notte, siamo arrivati alla conclusione che,  se uno
    di  noi potesse avere la certezza che il figlio  suo,  non esiterebbe
    un momento ad assumersene il peso  e  la  responsabilit,  persuadendo
    l'altro a ritirarsi.
    MERLETTI: E hai detto questo anche a lei?
    CARLINO:  S.  Anche  a  lei,  prima  di  convenirne  con Tito.  E' il
    sentimento mio; come ora e anche di Tito.
    MERLETTI: E lei ha detto di no?
    CARLINO: Di no, di no, - che non lo pu dire,  perch non lo sa!  Ne 
    rimasta  lei  stessa  come atterrita.  Non pu supporre nulla,  nulla,
    perch anche lei non si sarebbe mai aspettato che - data la  sua  vita
    di  prima - una cosa simile le potesse avvenire.  Ne e come...  io non
    so...  - tremava tutta...  - tu lo capisci,  in  lei,  com'  divenuta
    adesso,  una tal cosa...  E' quasi spavento per s;  costernazione per
    noi... - e poi, insieme... -
    MERLETTI: - eh gi, l'istinto materno che si risveglia...

    Breve pausa.

    TITO: In questa situazione! - Lei - e noi due!

    Breve pausa.

    CARLINO: Che si deve fare?
    MERLETTI (subito): Oh, io per me...
    TITO: Tu per te? Sentiamo...
    MERLETTI: Presto fatto, cari miei, senza pensarci due volte!
    TITO: Che cosa?
    MERLETTI (facendo il gesto con cui si allontana il pensiero di qualche
    cosa): Via! Via!
    CARLINO: Ecco: com'ho detto io!
    TITO: Via il figlio, eh?  come si fa con le bestie?  come se fosse una
    cagna? come se fosse una gatta?
    CARLINO: Non ci sar mica bisogno di trattarla cos!
    MERLETTI:  Ci  son  ben  per questo gli ospizii di maternit,  dove si
    lasciano i figliuoli...
    CARLINO: Precisamente come gli ho detto io...
    MERLETTI (a Tito): Perdio, non penserai che possiate tenervi un figlio
    in due, senza sapere di chi sia dei due?  Pu capitar questa disgrazia
    in  una  relazione con una donna maritata;  ma l il problema  presto
    risolto: il figlio e sempre del marito,  senza competizione possibile;
    e se il marito ha il sospetto che non sia suo,  potr cacciarlo con la
    moglie, e allora sar dell'amante! Di uno sar sempre, anche quando la
    moglie non sappia veramente di chi sia. - Ma qui il caso  diverso. La
    donna pu essere - ed  - con pari diritto,  di tutti e  due;  ma  non
    cos il figlio,  che di uno di voi due  di certo, ma di chi, n l'uno
    n l'altro n la donna stessa pu saperlo.  - Senza saperlo,   chiaro
    che  insieme non potete neanche tenerlo!  - O tu - o lui.  - Ma tu non
    vorrai tenerti un figlio che pu esser di lui; e nemmeno lui un figlio
    che pu esser tuo.
    CARLINO: E' questo! E questo!
    TITO:  Bellissime  ragioni;  giustissime;   le  abbiamo  tutte  quante
    dibattute  tra  noi l'intera notte,  fino a svuotarci la testa!  Ma io
    penso all'atto a cui conducono;  e la mia coscienza ne rifugge!  Me ne
    sento rivoltare! Penso a lei, come si far a dirglielo...
    MERLETTI:  Ma  non  ci  sar  mica  bisogno  che  glielo  diciate cos
    subito...
    CARLINO (a Tito, gongolante): Ecco! ecco! vedi? come ti dicevo io!
    TITO (come morso da una vipera): E tu l'hai chiamato difatti perch ti
    desse codesta soddisfazione,  lo vedo bene,  di ripetere tutto  quello
    che  hai  detto tu!  Ma io sono di natura irritabile,  e tutta codesta
    soddisfazione non fa che crescermi l'orgasmo,  e  me  ne  vado,  e  ti
    lascio  a  crogiolarti con lui in codesta bella soddisfazione che t'ha
    data! - Non ne posso pi!

    Strappa il cappello dalla gruccia e se ne va via furioso.

    CARLINO: Non si pu ragionare con lui...
    MERLETTI: E' un bel tipo!
    CARLINO: Anche le sue stesse ragioni - se le sente dire da un altro  -
    lo  mettono  cos in orgasmo.  Puoi star sicuro,  sicurissimo,  che la
    pensa come me e come te.  Contraddire,  infatti,  non contraddice.  Ma
    s'irrita;  piglia fuoco,  e se ne scappa: se ne scappa, lo vedi. - Gli
    ho detto: ci sar modo di farglielo intendere a poco a poco,  a quella
    poverina...
    MERLETTI: Ma gi! Perch brutalmente? La gatta... la cagna... C' modo
    e modo...
    CARLINO:  Caro!  Tu ripeti proprio le mie stesse parole!  Quanto te ne
    sono grato! C' modo e modo, cos gli ho detto io!
    MERLETTI: ...di farle intendere - ma l'intender lei stessa  da  s  -
    che  una necessit -
    CARLINO:  -  una  necessit  - ecco - preciso - cos - lascia che ti
    baci!

    Lo bacia.

    MERLETTI (ridendo): Meno male che non c' pi!
    CARLINO: Prova dispetto anche di queste mie effusioni di  gratitudine,
    sincere:  hai  sentito?  le  chiama  fintggini!  Quando pu avere una
    soddisfazione lui, io ne sono contentissimo; l'ho io - ci piglia certe
    bili!

    Si sente picchiare all'uscio.

    Chi ? Avanti!

    Entra la Pedoni col cappello in capo e si ferma davanti all'uscio.

    LA PEDONI: Permesso? A quest'ora, di solito, loro sono all'ufficio,  e
    si rif la camera.  Vorrei sapere se oggi lei non va,  perch io debbo
    uscire.
    CARLINO: No,  signora Elvira: io non vado: ho perduta tutta la notte e
    vorrei riposare un pochino.
    LA  PEDONI: Va bene.  Io allora vado.  Vuol dire che la camera si far
    dopo, al mio ritorno.
    CARLINO: S, grazie, al suo ritorno. A rivederla, signora Elvira.
    LA PEDONI: A rivederli tutti e due.

    Via, richiudendo l'uscio.

    CARLINO: Tito sar andato al Ministero ad avvertire.  Era  in  ritardo
    anche lui. Ma gi avevamo deciso di domandare una licenza per oggi -
    MERLETTI:  - per gravi motivi di famiglia - ora potete dirlo veramente
    -
    CARLINO: - non riderne, per carit, almeno davanti a Tito!
    MERLETTI: No,  non rido!  Ma vorrei che  non  la  pigliaste  cos  sul
    tragico, santo Dio! Si tratta alla fin fine... -
    CARLINO: - no no - t'inganni, vedi? in questo t'inganni! - Non conosci
    Melina! A parte il nostro sentimento... Credi,  una cosa molto, molto
    grave.  Ma bisogna farsi forza e affrontarla coraggiosamente. Intanto,
    guarda: Tito forse ritorna fra poco.  Io vorrei buttarmi,  almeno  per
    un'oretta,  a dormire.  Fallo entrare da te,  perch se entra qua lui,
    addio, non dormo pi.
    MERLETTI: S, s, va bene. Io debbo andare ancora a vestirmi.
    CARLINO: E cerca di  persuaderlo,  con  le  buone,  senz'irritarlo:  -
    convincerlo  che    bene  si  faccia  come  abbiamo  detto  io  e tu.
    Purtroppo, non c' altra via d'uscita!
    MERLETTI: A rivederci.
    CARLINO: Mi raccomando. Con le buone.

    Merletti fa per andare: e allora, trattenendolo:

    Spassionatamente - dimmi una cosa in confidenza.  Tu -  se  fossi  una
    donna...
    MERLETTI (scoppia a ridere): Io? Ti pare che possa essere una donna?
    CARLINO:  No  - dico...  - tu ne conosci tante e le conosci bene...  -
    puoi sapere il loro gusto, o, piuttosto, ci che in generale nell'uomo
    credi che possa attrarre soprattutto una donna - la... la forza, no?
    MERLETTI: Eh, certo, la forza... - Ma perch mi fai codesta domanda?
    CARLINO A proposito di quell'astio di cui tu hai parlato,  e che  Tito
    dice  d'avere avvertito,  per l'attrazione che - non lei,  Melina - ma
    nell'incoscienza, il suo corpo...
    MERLETTI: - ah, ho capito! -
    CARLINO: Ti pare - in confidenza - che Tito possa  dare  a  una  donna
    l'impressione d'essere pi forte di me?
    MERLETTI: Perch tu dubiti...?
    CARLINO:   No,   non   di   Melina!   Si   parla  adesso  d'attrazione
    incosciente... - Ce n'hai fatto nascere tu l'idea...
    MERLETTI: Ma - sai - fisicamente... a giudicare dall'aspetto...

    si mostra incerto:

    - ma  che Tito...
    CARLINO: -...ha il piglio, s, ha il piglio pi energico...
    MERLETTI: -...pi energico, gi!  tutto pi... come vorrei dire?  pi
    segnato...  risoluto...  E  ci  che  una  donna  soprattutto  non pu
    soffrire in un uomo  quella certa mollezza di timidit...
    CARLINO: Ah ma io no; io non sono timido, sai! non sono timido affatto
    con le donne! nessuna, nessuna mollezza di timidit...
    MERLETTI: Lo credo, lo credo bene!
    CARLINO: Tant'e vero che,  quell'astio,  io non l'ho avvertito - e lui
    s  -  ed  strano -  strano perch ho il sospetto che...  tutto quel
    suo scrupolo di coscienza - (che per  sento  anch'io,  bada!)  -  non
    so...  sia troppo - e che sentendosi, come si sente, pi forte di me e
    forse pi attraente... -
    MERLETTI: - abbia l'idea, tu pensi, che il figlio possa esser suo?
    CARLINO: Ho questo sospetto.  Ma quell'astio allora,  che dice  d'aver
    provato,  mentre  io  invece  non  l'ho  provato  affatto,  come te lo
    spieghi?
    MERLETTI: Me lo spiego,  caro  mio,  che  forse  in  fondo  anche  lui
    sospetta tu abbi l'idea che il figlio possa esser tuo.
    CARLINO: No no, io dico che non lo so! dico che non lo so! Quantunque,
    certo,  possibile, possibilissimo - non ti pare?
    MERLETTI: Ma, nell'incertezza...

    Sottintende: non osi affermare.

    CARLINO: Ecco: nell'incertezza...
    MERLETTI: Basta, lasciamene andare. Addio.

    Va via.

    Carlino, rimasto solo, va davanti alla specchiera e si guarda. Bisogna
    compatirlo,  perch  non  ha alcun sospetto che possa esser veduto.  -
    Davanti  allo  specchio  assume  istintivamente  un  piglio  energico,
    risoluto, aggrottando le ciglia, sporgendo il mento; alza una mano; si
    gratta  con  le  unghie  le  guancie raschiose;  poi,  sempre con quel
    piglio, sporge anche il petto...

    TELA.
















    ATTO SECONDO.

    La stessa scena dell'atto precedente. Sono passati nove giorni.

    Carlino  steso sul letto in pigiama da camera;  ha il petto scoperto,
    e   il  Medico,   curvo  su  lui,   vi  applica  l'orecchio  per  fare
    l'auscultazione dei bronchi e dei  polmoni.  La  Pedoni  assiste  alla
    visita. E' quasi mezzogiorno.

    IL MEDICO: Respiri.
    CARLINO (trae dal fondo dei polmoni un respiro).
    IL MEDICO (applicando in un altro punto l'orecchio): Respiri.
    CARLINO (come sopra).
    IL MEDICO (come sopra): Respiri.
    CARLINO (come sopra): Mi gira un po' la testa.
    IL MEDICO: Non  niente. Effetto della respirazione. Non c' nulla, n
    nei bronchi n nei polmoni.
    CARLINO:  Ma  s!  Non  mi  sento  pi  nulla.  E'  stata una semplice
    costipazione, con un po' di febbre.
    1L MEDICO: Aspetti. Mi faccia tastare un po' la milza.
    CARLINO: Perch la milza?
    IL MEDICO: Per vedere se  a posto.
    CARLINO (seccato): Oh Dio mio...
    LA PEDONI: E lasci fare, santo cielo!
    IL MEDICO: Pu darsi,  se c' stata la febbre,  ci sia  qualche  lieve
    infezione: e allora la milza dovrebbe essere un po' ingrossata.

    Tasta, affonda la mano nello stomaco, a sinistra.

    No. Niente. A posto perfettamente.
    LA PEDONI: Dio sia lodato!
    CARLINO: Domattina, senz'altro, riprendo servizio.

    Si alza dal letto. Sopravviene dall'ufficio Tito.

    TITO: Ah, buon giorno, dottore.
    IL MEDICO: Buon giorno.
    TITO: Come va?
    IL MEDICO: Guarito, guarito.
    TITO (alla Pedoni): Lo dicevo io, niente, una costipazione?
    CARLINO: Ma lo dissi anch'io!
    TITO: No,  tu, per un po' di febbre, ti sei subito veduto a un caso di
    morte.
    CARLINO: Bum! A un caso di morte poi...
    TITO: E sa, dottore, perch prese la costipazione?  perch vide uscire
    me senza soprabito, e volle uscire senza soprabito anche lui.
    CARLINO:  Ma  non    vero!  Perch faceva caldo: e poi la temperatura
    cangi d'improvviso!  Non puoi negare che alle  costipazioni  vai  pi
    soggetto tu che io; e qua c' la signora Elvira che pu dirlo.
    TITO: Io?
    CARLINO: Tu, tu, s!
    TITO: A qualche raffreddore di naso, se mai! Non costipazione!
    IL MEDICO (a Carlino, sorridendo): Bisogna tenersi riguardati... Lei 
    un po' gracile...
    CARLINO. Ma che gracile! Non lo dica! Che gracile! Io ho una salute di
    ferro, pi di lui! Tocca sempre a me a curarlo!
    TITO: Se ti fa piacere crederlo...
    IL MEDICO: Basta. Io vado.
    CARLINO:  Dottore,    una  bellissima giornata.  Sono in casa da nove
    giorni: non ne posso pi!
    IL MEDICO: Vorrebbe andar subito fuori?
    TITO: Ma no, sarebbe un'altra imprudenza!
    CARLINO: A far colazione,  per prendere una  boccata  d'aria;  ritorno
    subito a casa!
    IL  MEDICO:  No,  no;  meglio  che  ancora  tutt'oggi  resti  in casa;
    domattina ritorner al suo ufficio.
    LA PEDONI: Dia ascolto a! dottore.
    IL MEDICO: Si stia bene.
    LA PEDONI: L'accompagno, signor dottore.

    Saluti, e il Medico va via, seguito dalla Pedoni, che ritorna subito.

    CARLINO: Poteva, santo Dio, concedermi d'uscire per un'oretta!
    LA PEDONI (rientrando): Oh, allora apparecchio per la colazione qua in
    camera per tutti e due?
    TITO: No,  per me no: non c' pi  bisogno,  ormai;  io  ritorno  alla
    trattoria.
    LA PEDONI (a Carlino): Allora per lei solo.  Vedr che bel pollo lesso
    le ho preparato!  Ne manger met ora e met stasera.  E  sentir  che
    brodo!

    Via per l'uscio in fondo.

    TITO: Ripasser a vederti, prima di ritornare all'ufficio.
    CARLINO: Ma no, puoi farne a meno.
    TITO: Chi sa, potresti aver bisogno...
    CARLINO: No, di che vuoi che abbia bisogno? grazie.
    TITO: Ripasser.  Tanto,   ancora presto, e fino alle tre, non saprei
    che fare...

    Seggono tutti e due ai due lati della tavola sul davanti della  scena,
    con  la  faccia  al  pubblico,  costernati,  e stanno cos un pezzo in
    silenzio.

    CARLINO (con una domanda che sa inutile, perch gi suppone quale sar
    la risposta): Nulla?
    TITO: Nulla.
    CARLINO: Ma non ti sei pi provato a muovergliene il discorso?
    TITO: No.

    Pausa.

    Faccio finta di niente;  che non ci penso neppure: come se  non  dessi
    importanza alla cosa.

    Pausa.

    Forse  meglio aspettare che ne offra lei il pretesto.
    CARLINO: Eh, a lei, veramente, non conviene offrirlo...
    TITO (cominciando a irritarsi): Io,  da parte mia,  mi son gi provato
    una volta!
    CARLINO (dopo un'altra pausa): E' che io non sono pi andato...
    TITO:  Potrai  provarti  domani.  Ma  vedrai  che  devier  subito  il
    discorso, anche con te.
    CARLINO   (come  sopra):  Eppure    necessario  cominciare  almeno  a
    prepararla...

    Rientra la  Pedoni  con  un  vassoio  su  cui  sar  quanto  basta  ad
    apparecchiare per un malato che debba mangiare in camera.

    LA PEDONI (a Tito): Ah,  ancora qua?
    TITO (alzandosi): Vado.
    CARLINO: Ma non stare a tornare per me!
    TITO: Se m'avanza tempo, torner. A rivederci.
    CARLINO: A rivederci.
    TITO (prima d'uscire): Buon giorno, signora.
    LA PEDONI: A rivederla.

    E appena Tito  uscito:

    Manco  male  che  almeno  un  saluto  davanti la porta si  degnato di
    farmelo.
    CARLINO: Ma creda che non pensa pi, signora Elvira,  e nemmeno io,  a
    lasciar la camera.
    LA PEDONI: Ah,  giusto: sar bene stabilirlo;  non vorrei che poi, per
    una parola detta cos in un momento...
    CARLINO: No, stia sicura: si resta qua.  E ormai pi di un anno che ci
    conosciamo e ormai abbiamo preso l'abitudine.
    LA  PEDONI:  Meglio,   creda,   non  potrebbero  trovare  altrove:  ho
    l'orgoglio di dirlo. Qua sono come in famiglia. Cos loro tornassero a
    essere quei due bravi figliuoli d'una volta! Lo dico per il loro bene.
    - Basta. Vado a prenderle il brodo.

    Va via,  col vassojo,  per l'uscio in fondo,  dopo aver apparecchiato.
    Carlino,  rimasto solo,  andr in giro per la camera, soprapensiero. A
    un certo momento si fermer per esclamare:

    CARLINO: Perdio, in nove giorni...

    E riprender ad andare. Poi, rifermandosi:

    Pretender che gliela faccia intendere io...

    S'avvicina alla tavola: ne prende,  distratto,  un  panino:  prima  lo
    guarda, poi ne stacca un cantuccio e se lo mette in bocca.

    Rientra con la zuppiera sul vassojo la Pedoni.
    LA PEDONI: Ecco qua tutto. Segga.
    CARLINO (sedendo): Ah, brava, signora Elvira. S, ho molto appetito.
    LA  PEDONI:  Ho  lasciato  dentro  il  mezzo  pollo,  perch non le si
    raffreddi. Ecco, la servo io. Un brodo... guardi, sente che odore?  La
    ristorer. Assaggi, assaggi.
    CARLINO: Benissimo! Eccellente! Ci vorrei minuzzare un po' di pane...
    LA  PEDONI:  Faccia,  faccia!  Le  porter  poi  per il pollo un altro
    panino.
    CARLINO: Un po' di solido... da far lavorare i denti...
    LA PEDONI: Guardi, le ho portato anche un'arancia.
    CARLINO: Grazie, s, ho visto.
    LA PEDONI: E una sorpresa - dopo il pollo.
    CARLINO: Una sorpresa?
    LA PEDONI: Un bicchierino di Marsala vecchio! Di quello che fa proprio
    strizzare l'occhio!
    CARLINO: Ah! - buono! - s s - grazie! - Cara signora Elvira! - S s
    - un buon bicchierino di Marsala e proprio quello che mi ci vuole! Lei
     molto buona.
    LA PEDONI: Ho dimenticato il sale! Aspetti... Chi sa le bisognasse per
    il pollo...

    Va in fretta.  Ma poco dopo ch' uscita,  si sente gridar forte di  l
    dall'uscio:

    Ah no no, mi scusi! qua, no! qua lei non entra! in casa mia non voglio
    di queste storie! Via, via, carina! Non posso tollerare...
    CARLINO (accorrendo all'uscio): Che cos'?
    LA PEDONI: Una visita che non tollero affatto, signor Sanni!
    CARLINO  (infuriandosi  alla  vista di Melina fuori dell'uscio): Ma mi
    faccia il piacere!

    Corre a prendere Melina per un braccio.

    Come osa impedire...?

    Fa entrare Melina nella camera:

    Venga, entri, signorina!

    Melina entra,  tutta  sbigottita,  con  un  grosso  involto  sotto  il
    braccio.
    LA  PEDONI  (quasi cercando d'impedirle l'entrata): Io le dico che non
    posso permetterle...
    CARLINO: Si guardi bene, perdio, dal toccarla!
    LA PEDONI: E allora fuori! fuori!
    CARLINO: Lei non pu proibire che mi si venga  a  far  visita,  mentre
    sono in casa ammalato!
    LA PEDONI: Queste non son visite per ammalati!  Ho tutto il diritto di
    proibirle, perch in casa mia...
    CARLINO: Basta!  Questo  un discorso che si far  dopo.  Ora  non  mi
    secchi!

    E richiude di furia l'uscio.

    MELINA: Io ti chiedo scusa...
    CARLINO: Ma no, tu piuttosto, d'essere stata accolta cos... Ma guarda
    che megera! Che si figura?
    MELINA: E' la prima volta... non sono mai venuta...
    CARLINO:  Per  tutte  quelle  mocciose  di  Merletti che vengono sotto
    colore di clienti, non dice nulla; e per te, brutta pettegola...
    MELINA: Forse perch  venuta ad aprirmi la figlia...
    CARLINO: Non ci badare! E' tutto l! Per quella figlia... La rabbia se
    la divora!
    MELINA: Tu stavi a mangiare...
    CARLINO: S, prendevo un boccone... Ma com' che sei venuta?
    MELINA: Passavo di qua...  Ho visto per strada Tito  che  andava  solo
    alla trattoria...
    CARLINO: S,  uscito poco fa.
    MELINA: Mi sono immaginata che tu stessi ancora male...
    CARLINO: No, vedi? gi guarito: mangiavo...
    MELINA: Sguita, sguita a mangiare!
    CARLINO: Me n'ha fatto passar la voglia!
    MELINA: No, via, siedi, siedi: cos: riprendi a mangiare...
    CARLINO: Mangiavo cos di gusto!
    MELINA: E son venuta a guastarti...
    CARLINO: Ma no!
    MELINA: E' un bel pollo! Mangia, mangia...
    CARLINO: Non ho pi pane.
    MELINA: Ah... non ne hai pi? E ora, a chiamare...
    CARLINO (risolutamente, alzandosi): Non importa! Io chiamo!

    Va all'uscio, lo apre e grida di l:

    Pane!

    Lascia l'uscio socchiuso, e viene un po' avanti nella camera:

    stiamo a vedere se lo porta.
    MELINA  Corsi  un  po'  dietro  a  Tito,  per  domandargli di te;  non
    m'intese,  andava tutto aggrondato...  Temetti che potesse  essere  in
    pensiero  per  te...  e allora,  trovandomi a passare...  Non t'ho pi
    veduto da nove giorni...
    CARLINO (col tono di chi non ha inteso bene,  perch pensa ad  altro):
    Ma s, non scusarti ancora...

    Va di nuovo all'uscio e grida:

    E il sale!

    Riviene avanti:

    Se n'era accorta lei stessa che mancava.

    Poi, con altro tono, a Melina:

    Certo  meglio che qua tu non ti faccia vedere...
    MELINA: Se avessi potuto supporre...
    CARLINO: Ma finir!  Dopo questo,  finir! Lo dir a Tito questa sera.
    Gi avevamo intenzione...

    Si sente picchiare all'uscio.

    Ah, ecco: portano... - Avanti!

    Entra  pianino  pianino  una  goffa  vecchia  signora  con  un   buffo
    cappellino in capo e i guanti alle mani, reggendo in due piattini, con
    spaventata   cautela,   nell'uno  un  bicchierino  colmo  di  Marsala,
    nell'altro un panino e una saliera - Carlino ne  contento.

    Ah, ecco - anche il Marsala.
    LA  VECCHIA  SIGNORA  (proseguendo  cautissima  verso  la   tavola   e
    accennandola un momento con gli occhi): Poso l?
    CARLINO (liberandola dall'incubo del bicchiere): No, dia, dia qua. Ma,
    scusi, chi  lei?
    LA VECCHIA SIGNORA: Una buona amica della signora Pedoni.

    Dopo aver posato l'altro piattino:

    Comanda altro?
    CARLINO: Nient'altro, grazie. Mi dispiace che si sia incomodata...
    LA  VECCHIA  SIGNORA:  Per  l'amicizia  si fa questo ed altro.  - Buon
    giorno.

    S'inchina e va via.

    CARLINO (col bicchiere ancora in mano): Buon giorno.

    Offrendo a Melina:

    Bevilo tu. Marsala. Dev'esser buono. Vecchio.
    MELINA:  No,  grazie.  Me  ne  vado  subito.  Se  temi  che  si  possa
    figurare...
    CARLINO: Ma si figuri quello che vuole! Non cos subito. Siedi un po'.

    Siede anche lui.

    Almeno il tempo di vederti...
    MELINA: Ora potrai di nuovo uscir di casa...
    CARLINO (mangiando di gusto): S,   venuto il medico, poco fa: non ha
    trovato pi nulla; ma non  stato mai nulla di grave, veramente.
    MELINA (guardando la camera): Bella camera... allegra...  Dormite cos
    tutt'e due insieme... Tu dormi l?
    CARLINO: S, e Tito l.
    MELINA: Ti vuol bene Tito: ha detto ch' stato per una tua imprudenza.
    CARLINO  (stizzito): Ma non ci credere!  Lo dice lui,  perch vuol far
    vedere che certe cose lui se le pu permettere e io no!  Non lo  posso
    pi soffrire!  - Lui  pi forte; e lui, questo; e lui, quello - tutto
    meglio di me!
    MELINA (ridendo): Oh Dio, ma no... e cos diverso...
    CARLINO: Io non mi paragono mica a lui! - Lui  lui;  e io sono io.  -
    Che c'entra?
    MELINA: Ma si sa!
    CARLINO: Senza soprabito... Poteva costiparsi anche lui, e io no. Cose
    che cpitano.  Non avrei mica detto per questo che certe cose io me le
    posso permettere  e  lui  no!  Mi  sento  fortissimo  anch'io!  E  pi
    energico, in tante cose, pi energico io di lui! Con tutto quel piglio
    che si d... Ecco! Se vuoi saperlo! Se non te ne sei ancora accorta!
    MELINA (un po' confusa, non comprendendo la ragione di quella stizza):
    M'era  parso  che avesse parlato della tua imprudenza perch si prende
    cura...
    CARLINO (interrompendola): ...lui, di me? Me la son presa io,  sempre,
    di lui!  - Ma che! Tiene, tiene a far risaltare che  pi forte di me!
    E ne so anche la ragione!  - Ma s'inganna!  - Lo  vorrei  far  dire  a
    qualcuno  che non avesse interesse di tacerlo: tra me e lui,  chi  il
    pi forte.
    MELINA: Non te n'avere cos a male, via...
    CARLINO: No;  non me n'ho a male;  ma  un pezzo  che  mi  secca,  con
    queste arie!  Io sono buono, remissivo; ma se poi vedo che qualcuno se
    n'approfitta...  - Perdio,  l'ho levato tante volte dagli  impicci!  -
    Basta. Parliamo di te. Lsciati vedere. Come stai?
    MELINA: Bene.

    Breve silenzio d'impaccio.

    CARLINO: E... sei un po' andata a spasso?
    MELINA: No, per compere, propriamente...
    CARLINO: Ah, brava. Da queste parti?
    MELINA: S, perch sapevo che qua vicino c' un negozio dove si compra
    bene. Ecco, ti voglio far vedere...

    E prende a slegar l'involto che ha sulle ginocchia.

    CARLINO: No, perch? Che cos ?
    MELINA: Tela. Ti voglio far vedere che finezza...

    Sguita a sciogliere il nodo.

    CARLINO: Ma io non me n'intendo...
    MELINA:  Vedrai,  vedrai  che  solidit...  Senz'apparecchio...  Ecco,
    guarda...
    CARLINO: Uh, tanta!
    MELINA: Assaggia...
    CARLINO (assaggiando col pollice e l'indice): S... mi par buona...
    MELINA: Stringila, stringila cos nel pugno... Morbidissima...
    CARLINO: S s... Morbida... E... quanto l'hai pagata?
    MELINA: Oh, poco. - Indovina?
    CARLINO: Quanto?
    MELINA: No... dico, perch l'ho comperata...
    CARLINO (si stringe nelle spalle,  fingendo di  non  comprendere):  Oh
    bella!  perch  ti bisognava...  Ma l'hai comprata da te;  non dovevi.
    Potevi dirci che ti bisognava...
    MELINA (alza la tela e si nasconde la faccia.  Sta un pezzo cos: poi,
    con gli occhi pieni di lagrime, scotendo amaramente il capo, domanda):
    Dunque no?
    CARLINO: (come sopra): Che cosa?
    MELINA: ...non debbo proprio preparar nulla?...
    CARLINO  (tra  confuso,   seccato  e  commosso):  Vuoi...?   Che  vuoi
    preparare...?
    MELINA (prendendogli una mano e parlando con  foga):  Senti,  Carlino,
    senti, per carit! Io non voglio nulla da voi, non vi chiedo nulla -
    CARLINO (cercando d'interromperla): - ma no, che c'entra? -
    MELINA: - stammi a sentire!  - Come ho comperato questa tela, cos con
    altri piccoli risparmi, potrei -
    CARLINO: - che potresti? che dici? -
    MELINA: - pensare a tutto io! -
    CARLINO: - a tutto... che? tu mi parli...?
    MELINA: - ma s,  Dio mio,  di che vuoi che ti  parli?  fingi  di  non
    comprendere? -
    CARLINO: - ma non  possibile, figliuola mia! -
    MELINA:  -  lasciami dire!  - penserei a tutto io;  non avreste alcuna
    spesa - ti giuro!  - n per il corredino,  n per la nascita,  n  per
    l'allevamento -
    CARLINO: - ma non  per questo! -
    MELINA: - stammi a sentire! - e poi mai, mai il minimo fastidio! -
    CARLINO: - ma che vuoi che sia la spesa, il fastidio? -
    MELINA: - e nessun peso, nessun peso, mai! - Non mi vuoi lasciar dire?
    Non scrollare cos le spalle e non farmi codesti occhiacci! -
    CARLINO: - ma perch non  niente di tutto questo,  figliuola mia!  n
    la spesa, n il fastidio, n il peso! -
    MELINA: - sta bene! poi mi dirai tu, allora, che cos' - per voi!  Ora
    lascia dire a me! Avr pur diritto, io, di dire una parola! -
    CARLINO: - ma s, parla, parla, - che vuoi dire? -
    MELINA: - parlo, s... - come faccio pi ora a parlare? Non ho mica da
    far  valere  ragioni,  io,  contro  di  voi due!  - Ti volevo dire che
    m'avanza tanto tempo... -
    CARLINO: - s, per far che? -
    MELINA: - per non far niente -  ho  imparato  a  lavorare  per  voi...
    seguiter a lavorare... -
    CARLINO: - lo sappiamo, s, e ti ringraziamo... -
    MELINA:  -  ma  non  voglio essere ringraziata - debbo io al contrario
    ringraziar voi - e promettervi che non vi mancheranno mai, mai, le mie
    cure - ne potete esser certi!  - Ma ecco,  vedi,  badando a  voi  come
    bado, alla vostra biancheria, ai vostri vestiti, m'avanza ancora tanto
    tempo - tanto che, lo sai, ho imparato a leggere e a scrivere, da me!
    CARLINO: - s, cara! -
    MELINA: - bene - guarda, Carlino - ora lascer questo e cercher altro
    lavoro -
    CARLINO: - tu? perch? -
    MELINA: - da fare a casa -
    CARLINO: - per conto d altri? -
    MELINA:  -  di  signore!  di  signore!  - lavori di bianco - rivoltare
    vestiti... -
    CARLINO: - ma no! perch devi far questo? -
    MELINA: - per il mio  piacere!  per  il  mio  piacere,  Carlino!  Sar
    felice, credimi! credimi! -
    CARLINO: - ma noi non vogliamo... -
    MELINA: - perch non dovreste volere? -
    CARLINO: - perch no! non possiamo permettere... -
    MELINA: - ma io sar sempre per voi,  come prima. Carlino, sempre allo
    stesso modo!
    CARLINO: Non crediamo d'averti fatto mai mancare... -
    MELINA: - ma non  per me,  Carlino;  che pensi?  perch a  me  manchi
    qualche cosa! - sarei una sfacciata e un'ingrata!
    CARLINO: - e allora per...? - ma tu puoi credere sul serio che sia per
    una questione di denaro? -
    MELINA: - no!  no! perch voglio esser io! io soltanto! senza farne il
    minimo carico a voi! - io! - avere io quest'orgoglio, capisci? -
    CARLINO: - tu - e noi? - come vuoi che te lo permettiamo,  non gi per
    questo,  che sarebbe il meno, ma per la responsabilit, Melina, per la
    responsabilit,  figliuola mia,  d'una vita che nascerebbe  in  queste
    condizioni, non lo comprendi? - d'una vita che non si pu sapere a chi
    appartenga?
    MELINA: Ma a me,  Carlino? A me appartiene di certo! Mio  certamente,
    anche se non posso dire se sia tuo o dell'altro! - Mio! - Appartiene a
    me che l'avr fatto!  E la responsabilit - perch dovete  assumervela
    voi? Me l'assumo io - ecco - intera!
    CARLINO: E come?
    MELINA: Come?  Ma cos me l'assumo! - Nasce -  mio - me l'allevo - lo
    tengo con me -  la mia creatura. - Che responsabilit? E' la cosa pi
    semplice e naturale del mondo!
    CARLINO: Ma la nostra, Melina? la nostra?
    MELINA: Perch la vostra? Se io non ve ne do nessuna?
    CARLINO: Tu non ce la di;  ma noi non possiamo non  sentirla,  se  ti
    tieni il bambino, n lasciarla soltanto a te!
    MELINA: Perch non potete?
    CARLINO:  Ma  perch sar l - con te - il bambino - e diventa subito,
    per forza, se vive con te, una responsabilit anche nostra!
    MELINA: E allora,  per non sentirla e liberarvene,  che  volete  fare?
    buttarlo via?  quando ci sono io qua,  la madre, che se lo vuol tenere
    per s?  Vi assumereste codesta responsabilit - che   d'un  delitto,
    Carlino!  d'un vero delitto verso una creatura che nascer alla vita -
    perch? per voler tener conto, invece, di quell'altra che non avete; e
    che  giusto non abbiate,  non potendo sapere a chi veramente  di  voi
    due appartiene!  - Ebbene, lasciatela a me questa responsabilit; a me
    che lo so di certo ch' mio!  -  Ma  io  non  vi  voglio  dare  nessun
    dispiacere;  ve lo chiedo come una grazia,  per carit;  perch so che
    per voi questo non doveva avvenire!
    CARLINO: - non doveva avvenire!  non doveva avvenire!  e stata la  pi
    grave delle sciagure! -
    MELINA: - s - ma guarda, Carlino: tra pochi anni... -
    CARLINO:  -  che  tra pochi anni!  tra pochi anni sar peggio,  non lo
    comprendi? -
    MELINA: - no, stammi a sentire -
    CARLINO: - come no? col bambino che cresce -
    MELINA: - non pensare al bambino!
    CARLINO: - se te lo vuoi tenere! -
    MELINA: - pensa a te, pensa a te, Carlino! e pensa a Tito - come ci ho
    pensato io, tutti questi giorni! -
    CARLINO: - tu, hai pensato a noi? -
    MELINA: - a voi! non ho pensato altro che a voi! Perch so che il vero
    caso grave  per voi - per questa orribile  incertezza  in  cui  siete
    tutt'e due, che fa appunto cos tremenda la disgrazia -
    CARLINO: - tu dunque lo capisci? lo capisci?
    MELINA: - come vuoi che non lo capisca?
    CARLINO: - insopportabile! insopportabile! -
    MELINA:  -  ma  io  voglio  appunto renderla sopportabile,  dato che e
    avvenuta!
    CARLINO: - e come? facendo come vuoi fare? -
    MELINA: - s - levandovi d'ogni responsabilit!  Carlino,  un  delitto
    sarebbe sempre, come vorreste fare voi, anche se ciascuno s'approfitta
    dell'incertezza,  per  non farsene un rimorso,  pensando che il figlio
    possa  essere  dell'altro!   Per  la  sorte  a  cui  condannereste  un
    innocente,  tutt'e due d'accordo - il delitto resta! E anche di fronte
    a me che non voglio per lui questa sorte - se voi mi  costringeste!  -
    Sono  venuta  perci  a dirvi che non vi chiedo nulla,  che non voglio
    nulla! - Sono qua per voi, finch mi vorrete...  - Ma quanto pensi tu,
    che possa durare ancora per voi questa vita,  Carlino?  Tra pochi anni
    che sar io pi? Non sar pi certo buona per voi;  vi sarete stancati
    di me... -
    CARLINO: - No, chi te lo dice? -
    MELINA:  -  eh  via...  Che  potete  sapere delle cose che vi potranno
    accadere tra pochi anni?  Non potrete mica sempre seguitare  a  vivere
    cos, tutt'e due uniti... E allora, guarda: di qui a pochi anni, sarai
    ancora un bambino -
    CARLINO: - e dici che hai pensato a noi? Ma come faremmo noi...? -
    MELINA: - perch?  - Non stiamo mica insieme! Se volete, potrete anche
    non vederlo; neanche accorgervi che ci sia! -
    CARLINO: - ma non sar possibile, sapendo che c'!  - Tu non ti figuri
    che tormento sarebbe per ciascuno di noi due?  E' gi solo un tormento
    a pensarci! Vederlo l... -
    MELINA: - dar ad allevarlo fuori! non lo vedrete! non lo vedrete mai!
    -
    CARLINO: - ah, Dio, questo  un tormento! - questo  un tormento! - un
    vero tormento!
    MELINA: Ma non lo capisci che ora che ho imparato a vivere  cos,  non
    posso,  non  posso pi buttarlo via,  tornare alla vita di prima!  Non
    posso!  vi dico che lavorer,  vi dico che non vi  dar  n  spesa  n
    fastidio,  vi dico che nemmeno lo vedrete, che tutto il peso sar mio;
    la responsabilit sar mia;  che debbo dirvi  di  pi?  Per  me    un
    delitto che non posso commettere;  non lo voglio commettere! mi volete
    costringere a commetterlo per forza?  Lo terr con me;  non ve lo far
    vedere;  sar  il  mio conforto e la mia compagnia,  quando voi non ci
    sarete: e poi,  quando voi non mi vorrete pi,  avr lui almeno,  avr
    lui!
    CARLINO (che non ne pu pi,  anche per la commozione che lo soffoca):
    Perch sei venuta a dirle a me queste cose? Nove giorni, nove giorni 
    venuto lui,  da te - non potevi dirle a lui,  che sei venuta a dirle a
    me qua malato...?
    MELINA  (mentre  piange):  Hai  ragione...   hai  ragione...  Carlino,
    perdonami...  Io non so perch m' venuto di dirlo prima  a  te...  E'
    anche lui, Tito, tanto buono...
    CARLINO: Ecco, tanto pi, se ti pare, com', cos buono...
    MELINA: M' venuto di dirlo a te... Che vuoi? Il cuore...
    CARLINO (con intenzione): - il cuore t'ha suggerito cos?
    MELINA: - s: di dirlo prima a te...
    CARLINO  (molto  serio e deciso): Senti,  Melina: io torno a ripeterti
    che se tu credi che possa esser io -
    MELINA (subito): - no! no! non lo posso dire! - questo,  in coscienza,
    non lo posso dire, Carlino!
    CARLINO:  Ma    la  seconda volta che a te,  senza volerlo,  viene di
    confidare una cosa prima a me che a lui!
    MELINA: Forse perch tu m'ispiri pi confidenza...  io non so...  sar
    per questo!
    CARLINO: Sar per questo...  ma capirai che...  cos... da solo... io,
    allora... - tu mi cresci il tormento! tu mi cresci il tormento!
    MELINA: Perdonami!  Perdonami!  Io lo so che tu da solo - cos - ora -
    non  puoi,  n  devi  dirmi  nulla - devi parlarne con Tito - e gliene
    parlerai come credi, quando credi... Io sono qua;  non dir pi nulla;
    far  come  voi vorrete...  - soltanto gli dirai che v'ho chiesto come
    una grazia di tener conto del sentimento mio...  anche del  sentimento
    mio...

    Piange.

    CARLINO (commosso,  carezzandola): Ma certo...  certo non...  non sar
    possibile... non tener conto del sentimento tuo...
    MELINA (alzandosi, convulsa): Vado... vado... Far come voi vorrete...
    far come voi vorrete... Addio, addio!

    E scappa via, col suo involto di tela.
    Carlino resta dapprima,  come intronato,  poi si muove per  la  camera
    agitando le mani: come uno che se le sia scottate.

    CARLINO: Ah che cosa... ah che cosa... Ah Dio, che cosa... Che cosa...

    Sopravviene, scombuiato, Tito Morena.

    TITO:  Ch' stato?  Ho incontrato Melina per la scala: piangeva,  dice
    che tu mi dirai...
    CARLINO: S -  venuta a farmi qua una scena...
    TITO: A te? Perch?
    CARLINO: Non a me! - Per lo stato in cui si trova...
    TITO: Ah! - E' venuta a parlarne con te? - A me, in tanti giorni... -
    CARLINO: - gliel'ho detto! Le ho detto proprio cos! -
    TITO: - ha sfuggito di parlarne! E ora ci ch' venuta a dirti - e che
    non ha voluto dire a me - io lo debbo sapere da te?
    CARLINO: O che te n'hai a male,  per giunta?  Credi che sia  venuta  a
    farmi un piacere, cos debole, sfinito, come mi trovo?
    TITO: Io vorrei sapere perch ha fatto questo!
    CARLINO:  Va'  a  domandarglielo,  perch  l'ha  fatto!  M'ha  dato il
    martirio! Dice che si trovava a passare di qua, per compere...
    TITO: Non  vero! Mentisce! E' venuta apposta! E' venuta apposta!
    CARLINO: Sar venuta apposta, che vuoi che ti dica? - Ma no,  mi disse
    che ti vide mentre andavi alla trattoria...
    TITO (stonato): Mi vide?
    CARLINO: S - e ti corse anche dietro...
    TITO (come sopra): ...a me? -
    CARLINO: - s - mi disse cos - e che tu non la sentisti... -
    TITO: - ...mi chiam, allora? -
    CARLINO: - eh, suppongo... - dice che andavi tutto aggrondato; temette
    che potessi essere in pensiero per me; e allora volle salire...
    TITO: Non vedo chiaro! Non vedo chiaro! - Ma che! ma che! - Non poteva
    mica mettersi a parlare con me di queste cose per istrada!
    CARLINO:  La  compera  per  l'aveva fatta per davvero...  E' venuta a
    mostrarmi una pezza di tela...
    TITO (come sopra): Una pezza di tela?
    CARLINO: S - cominci appunto cos il martirio -  mostrandomi  quella
    pezza di tela...
    TITO:  L'aveva sotto il braccio e non sapeva come fare per la scala ad
    asciugarsi  le  lagrime,   con  quell'ingombro...   -  E'   venuta   a
    mostrartela... e poi?
    CARLINO:  Non so perch sguiti a guardarmi con codesti occhi e assuma
    con me codesto tono da giudice Istruttore!
    TITO: Perch?  Lo vuoi proprio sapere il  perch?  Perch  comincio  a
    essere  stufo  io!   seccato,  seccato  seriamente  di  tutta  codesta
    confidenza... -
    CARLINO: - ma io le ho detto di no,  di no,  di no - hai pur visto che
    piangeva...
    TITO: - di no... che cosa? - per la tela? -
    CARLINO: - per la tela!... - per ci che ne vuol fare!
    TITO: - che ne vuol fare? -
    CARLINO: - ma preparare... io non so... suppongo il corredino... -
    TITO: ...  del bimbo? - E' pazza! - Ah dunque  venuta proprio a dirti
    che  vuol  tenersi  il  figlio?   e  t'ha  mostrato  quella  tela  per
    commuoverti...?
    CARLINO  (col  tono di chi vuol portare pazienza): Ti ripeto che io le
    ho detto di no.
    TITO: Ma certo... me l'immagino... con quella tela... il corredino!...
    sapendoti cos tenero di cuore... disposto sempre a cedere...
    CARLINO (come sopra): Le ho detto di no. L'ho fatta piangere.
    TITO: Piangere... e poi?
    CARLINO: E poi, naturalmente, ha pregato, scongiurato,  insistito - ha
    fatto tante promesse -
    TITO: - e tu? -
    CARLINO: - e io non potevo sapere - giacch prima sei stato tu,  se ti
    ricordi -  qua,  qua  -  alla  presenza  di  Merletti  che  pu  esser
    testimonio - sei stato tu -
    TITO: - io, che cosa? -
    CARLINO: - tu,  a preoccuparti di lei - a parlar di cuore - tu, non io
    - di scrupoli di coscienza - tu, non io -
    TITO: - ebbene? ebbene? non potevi sapere... finisci! -
    CARLINO: - di fronte a quelle sue lagrime e quelle sue promesse,  come
    saresti  rimasto  tu,   e  se  anche  per  tuo  conto  avresti  voluto
    risponderle di no!
    TITO: Ma non s'era stabilito di no? Dunque, no!
    CARLINO: Va bene! E ora andrai a dirglielo tu!
    TITO: Bello! Mi piace!  Cos la parte del tiranno,  del cuor duro,  la
    faccio io, mentre tu rimani per lei quello che s'era piegato, commosso
    e intenerito?
    CARLINO (saltando a guardarlo da presso negli occhi): Ebbene, se fosse
    cos?
    TITO  (resistendo allo sguardo): Ah,   cos?  T'ha forse dato anche a
    credere...?
    CARLINO (facendosi ancora pi a petto): No!  Non m'ha dato  a  credere
    niente!
    TITO: Ma sei tornato a domandarglielo?
    CARLINO: S! Son tornato a domandarglielo!
    TITO: Perch questa confidenza di lei ha fatto dunque nascere anche in
    te il sospetto...?
    CARLINO:  S - e se me l'avesse dato a credere,  ogni discorso tra noi
    due sarebbe gi bell'e finito!  - Ma mi ha detto ancora una  volta  di
    no,  che in coscienza non lo pu dire,  perch non lo sa!  - E' chiaro
    tutto questo?
    TITO: Chiarissimo, chiarissimo, caro mio! Intendo tutto perfettamente!
    CARLINO: Ma: tu non intendi nulla! - Ora io ti domando: Sei sicuro che
    tu, al mio posto,  sentendola parlare com'ha parlato,  sentendole dire
    le  cose  che  ha  dette  -  (puoi andare a fartele ripetere) - non ti
    saresti piegato, commosso e intenerito come me?
    TITO: Io?
    CARLINO: Aspetta! - E avresti avuto il coraggio, allora, cos commosso
    e intenerito,  di risponderle di no,  anche per conto d'un altro,  che
    forse  al  tuo  posto  si  sarebbe  come  te commosso e intenerito?  -
    Rispondi a questo! Rispondi!
    TITO (cos sfidato,  con gli occhi negli occhi,  non  vuol  darsi  per
    vinto,  e mentisce,  imperterrito): Nient'affatto! Chi te lo dice? Non
    mi sarei commosso per nulla!
    CARLINO: E allora  vero  che  il  cuor  duro  sei  tu,  e  puoi  bene
    andarglielo a dire!
    TITO:  Sai  che  ti  dico io invece?  Che n'ho abbastanza,  di codesta
    storia, e la faccio subito finita!
    CARLINO  (appressandoglisi  di  nuovo,  minaccioso):  Cio...  cio...
    cio...  - piano piano,  caro mio - aspetta: farla finita,  adesso, in
    che modo?
    TITO (con un sorriso stirato, guardandolo dall'alto in basso,  pallido
    e fremente): Oh,  non ti credere che voglia venir meno a quanto debbo!
    Seguiter,  seguiter a dare la parte mia,  finch lei sar in  questo
    stato.  Poi faccia quello che vuole: se vuol tenersi il figlio,  se lo
    tenga: se vuol buttarlo via,  lo butti via.  Per  me,  non  vorr  pi
    saperne.
    CARLINO: E io?
    TITO: Ma farai anche tu ci che ti pare...
    CARLINO: Non  vero!
    TITO: Perch no?
    CARLINO:  Perch  da solo,  sai bene che non posso accollarmi tutto il
    peso del mantenimento!
    `TITO: Ma come? Dicevi...
    CARLINO: S: se potessi averne la certezza - allora  s!  a  qualunque
    costo! a costo di qualsiasi sacrificio! - ma cos no; cos non posso e
    non  debbo - n tu puoi lasciarmi sulle spalle il peso d'un figlio che
    pu esser tuo!
    TITO: Ma se ti dico che seguiter a dar la parte mia!
    CARLINO: Grazie tante! Non posso accettare!..  Gi,  in mezzo resterei
    sempre io, di pi!
    TITO: Perch vuoi restarci...
    CARLINO: Ma scusa,  ma scusa, ma scusa, perch non vuoi pi restare ai
    patti, tu, ora?
    TITO: Ci resto!  Sguito a pagare fino alla fine!  Ma non  voglio  pi
    saperne!
    CARLINO: Che cos' avvenuto di nuovo? che cos'e cangiato?
    TITO: Che cos' cangiato? L'animo! l'animo! Ecco ci ch' cangiato! E'
    cangiato  in  me l'animo!  Sar un sospetto ingiusto,  che vuoi che ti
    dica?  ma m'  entrato;  non  posso  pi  scacciarlo!  Non  posso  pi
    seguitare cos insieme una relazione ch'era possibile solo a patto che
    non sorgesse mai tra noi nessuna questione.
    CARLINO: Ma vuoi farla nascere tu,  la questione!  Andiamo tutti e due
    insieme, insieme, a dirle di no!
    TITO: E poi?
    CARLINO:  Io  gliel'ho  gi  detto  per  conto  mio;   ora  andiamo  a
    ripeterglielo insieme!
    TITO: E poi?
    CARLINO: Parler io pi forte,  se vuoi; torner a dimostrarle davanti
    a te che non  possibile accordarle quello che chiede!
    TITO: E poi?  Ma non comprendi davvero che ella non potr  pi  essere
    quella che  stata finora? Se desidera tanto di tenersi il figlio... A
    contrariarla  la  faresti  infelice  - e perch?  Per me,  sento che 
    finita! Infelice, dunque,  inutilmente.  Sar durezza,  sar dispetto,
    anche  sciocco  -  tutto quello che vuoi - ma non mi passa: sono fatto
    cos, sento che non mi passa. Io non ci torno pi.
    CARLINO: E dovremmo abbandonarla cos?
    TITO: Ma no, chi dice abbandonarla?
    CARLINO: Dici che non ci torni pi!  Non  potr  pi  andarci  neanche
    io...
    TITO: Perch no, tu?
    CARLINO: Ma perch no!  te l'ho detto il perch! Se non ci vai pi tu,
    come vuoi che seguiti ad andarci io?
    TITO: Non ne vedo la ragione...
    CARLINO: Ma credi che possa continuare io solo la relazione, mentre tu
    sguiti a pagare? E quando avrai finito, io resto l con un figlio che
    non so se  mio?... Ah, no, caro mio! - Questa cosa,  se manca tra noi
    due  l'accordo  da  cui  era nata,  non regge pi!  Se tu non vuoi pi
    starci, non posso starci pi nemmeno io!
    TITO: Ma voglio starci!  voglio starci!  voglio  anche  rispettare  il
    sentimento di lei, di tenersi il figlio! Seguiter a dar la parte mia!
    Non potrai mica forzarmi a tornare da lei, se non mi va pi! Oh guarda
    ch' bella! Anche questa violenza?
    CARLINO: E va bene! Falla allora tu a me la violenza.
    TITO: Io ti dico vacci - che violenza ti faccio io?
    CARLINO:  E  io ti dimostro che sono costretto a fare per forza quello
    stesso che fai tu!  Chi dice di non volerne pi sapere sei tu -  vieni
    meno  tu,  non  io,  e  mi  costringi  a seguirti,  a far come te,  ad
    astenermi d'andarci - vedi dunque bene che la fai tu a me,  e non io a
    te, la violenza!
    TITO: Oh senti! Io sono stufo di discutere! Non ne ho voglia e neanche
    tempo! - Io torno all'ufficio!

    Se ne va infuriato.

    CARLINO  (andandogli  dietro fino alla porta e gridando di l): Ma no!
    ma senti! vieni qua... E' comodo scapparsene sempre...

    Poi,   mentre  con  una  mano  richiude  la  porta,   con  l'altra   a
    chiocciolino,  scandendo  le  parole,  dice  con  una  espressione  di
    ferocissima stizza:

    Parola d'onore - se non l'ammazzo - sar un miracolo!

    TELA.
















    ATTO TERZO.

    La prima delle due camerette dell'alloggio di Melina.  - E' a un tempo
    ingresso,  cucina  e  saletta  da pranzo.  La porta d'ingresso  nella
    parete destra; e nella stessa parete, pi in fondo,  prima l'acquajo,
    con s, appesa al muro,  una rustica piattaja,  poi,  in muratura,  il
    focolare con quattro fornelli e,  sopra, alcune stoviglie da cucina in
    disordine.   Nella  parete  di  fondo    una  grande   finestra   con
    l'inferriata,  perch  la  casa    a pianterreno.  A destra di questa
    finestra  una piccola credenza,  molto modesta  e,  a  sinistra,  una
    vetrinetta.  Nella  parete sinistra  l'uscio che immette nella camera
    da letto di Melina.  Troveranno posto  in  questa  parete  un  vecchio
    divano,  seggiole,  qualche  tavolinetto.  La tavola da mangiare e nel
    mezzo della scena coperta da un tappeto rosso cupo.  Vi pende sopra un
    semplicissimo  lume  a gas,  filo e padella;  ma tutt'in giro a questa
    padella  stato  adattato  con  garbo  un  mantino  verde  che  fa  da
    paralume.
    E'  notte.  La  scena    illuminata  appena  da questo lume verde sul
    tappeto rosso della tavola.  Ma  dalla  finestra  in  fondo  entra  di
    sguincio il giallo riverbero d'un fanale acceso nella via.

    Al  levarsi  della  tela  s'intravede in fondo nel riverbero che entra
    dalla finestra,  prima  presso  la  credenza,  poi  presso  l'acquajo,
    Melina,  come  una  larva,  in  una vestaglietta di tenerissimo colore
    azzurro, leggera.  S' levata di letto,  moribonda;  ma  sostenuta da
    una  prodigiosa  forza  nervosa,  che  fa  quasi ilare,  rapidissima e
    convulsa tutta la sua azione. Prepara per il suo bimbo,  che  nato da
    tre  giorni  e  che  ora piange di l affamato,  un po' di pane che ha
    tratto dalla credenza e che ora pone in un fazzolettino per andarlo  a
    bagnare  all'acquajo;  far  di  quel  fazzolettino,  col  pan bagnato
    dentro,  una specie  di  capezzolo  che  dar  a  succhiare  alla  sua
    creaturina.  La  sorprende  in  questi preparativi la Vicina che entra
    dalla porta d'ingresso socchiusa; e ne resta spaventata.

    LA VICINA: Oh Dio, come? s' levata di letto?
    MELINA: Piange... piange...
    LA VICINA: Ma  una pazzia! venga! torni a letto!
    MELINA: Non potevo pi sentirlo piangere...
    LA VICINA: Venga! venga, per carit!
    MELINA: Ora  fatto... ecco, ora  fatto...
    LA VICINA: Ma ora verr la blia!  Sono  andata  a  chiamarla!  Ah  se
    sapesse quello che ho trovato!
    MELINA: La signora?
    LA VICINA: S, anche la signora; ma il bambino -
    MELINA: - morto?
    LA  VICINA:  Venga,  venga  -  le dir tutto,  appena sar ritornata a
    letto...
    MELINA: Non sono riusciti a salvarlo?
    LA VICINA: Per salvare la madre -
    MELINA: - hanno ucciso il bambino?
    LA VICINA: - per forza! - Ma venga,  per carit!  Non vorr mica morir
    lei, ora...

    Sopravviene  l'avvocato  Merletti,  e  resta  anche  lui sbalordito di
    trovare in piedi Melina.

    MERLETTI: Come, in piedi?
    MELINA (con grande ansia): Oh,  lei,  avvocato!...  mi dica,  mi dica:
    verranno?
    MERLETTI: S s - verranno!
    MELINA (felice): Ah Dio! Verranno! Ha potuto trovarli?
    MERLETTI: Ma perch s' alzata?
    LA VICINA (a Merletti): M'ajuti, m'ajuti a ricondurla a letto!
    MERLETTI:  S,  venga,  sia  buona!  Sono  andato prima dall'uno e poi
    dall'altro!
    MELINA: Lo so! Non stanno pi insieme! si sono divisi!

    Fa un atto come se le mancassero improvvisamente le gambe,  e tende le
    braccia.

    Ah Dio!...
    LA  VICINA  (sorreggendola con Merletti): Lo vede?  lo vede che non si
    regge pi in piedi?

    A Merletti:

    M'ha mandata a chiamare anche il prete... Si figuri, ora verr...
    MELINA (riavendosi): Non importa!  Anche in piedi  posso  ricevere  il
    viatico  e Dio mi dar ancor tanto di vita da poter loro consegnare il
    bambino!  Non lo butteranno pi via,  adesso,  avvocato: me lo debbono
    giurare  davanti  a Dio,  alla presenza del prete e di voi tutti!  Sto
    morendo per loro; mi vede...
    MERLETTI: Ma no...
    MELINA: - s, sto morendo! Perch mi vuol dire di no, se  vero?  - Ma
    non ne deve andar di mezzo il bambino! Ecco: questo lo dovete dir voi,
    voi - se non faccio a tempo a dirlo io!
    MERLETTI: Ma s, non dubiti, lo diremo noi!
    LA VICINA: Intanto venga!
    MELINA  (seguitando):  Per tutto quello che m'hanno fatto patire!  per
    come mi sono macerata in tutto questo tempo per loro! Lei lo sa,  sono
    venuta due volte a dirlo anche a lei,  perch m'ajutasse a persuaderli
    a tornare! Si sono divisi; sono divenuti nemici, per me! M'ero financo
    arresa,  lei lo sa,  a fare quello che volevano loro,  per come  anche
    lei, avvocato, m'aveva persuasa -
    MERLETTI: - s, s, carina,  vero! - ma non stia ancora cos - venga!
    -
    MELINA:  - pur di farli ritornare insieme!  - No!  no!  - Hanno voluto
    loro stessi, lei ne  testimonio, che mi tenessi il bambino -
    MERLETTI: - s, per non tornare pi qua...
    MELINA: Pagare,  pagare - hanno pagato ogni mese - come se  questo  mi
    potesse  bastare!  -  E il mio cuore,  avvocato,  s' disfatto...  s'
    disfatto... - Ora al mio bambino debbono pensarci loro...
    MERLETTI: E sar il loro castigo!
    MELINA: No, castigo! no, castigo, avvocato, il mio bambino!
    MERLETTI: No, non dico il suo bambino...
    MELINA: - lui, no castigo!
    MERLETTI: - per tutto il male che hanno fatto a lei!
    MELINA: - ah,  ecco!  - e che dovranno ripagare in tanto bene  a  lui,
    ora! - lui, no castigo; se no come potrebbero volergli bene?
    MERLETTI: Stia sicura che non lo dir!

    Sopravvengono il Medico e la Blia.

    LA VICINA (vedendoli entrare): Ecco qua il dottore e la blia!
    MELINA  (voltandosi e poi subito lasciandosi portare a letto): Ah!  la
    blia! S, s, andiamo, andiamo...

    Via di fretta,  sostenuta da Merletti e dalla Vicina.  Il Medico e  la
    Blia  la  seguono,  avanzando il passo.  Il Medico,  attraversando la
    scena, ha appena il tempo di dire:

    IL MEDICO: Ma che sproposito...

    La scena resta per un pezzo vuota.  Si odono di l  voci  confuse,  di
    Melina,  del Medico,  della Vicina, di Merletti. Melina vuole prima di
    tutto che la Blia dia latte al  bambino;  poi  si  lascia  mettere  a
    letto.  Il  Medico  le  tasta  il  polso;  le  fa una iniezione d'olio
    canforato; perch il male, - com'ella stessa ha detto,  -  nel cuore;
    nel  cuore che le mancher d'un tratto.  - Davanti la finestra aperta,
    intanto,  nella notte estiva,  passer quasi a  passo  di  marcia  una
    frotta  di  giovinastri con chitarre e mandolini.  Il suono,  dapprima
    fievole,  lontano,  andr gradatamente rafforzandosi e poi  diminuendo
    man  mano  che  torna  ad  allontanarsi.  S'udr  durante il passaggio
    qualche voce che accenna il canto, qualche risata. Poi,  silenzio.  Si
    riudranno,  confuse, ma pi pacate, le voci nella camera attigua. A un
    certo punto, silenziosamente entrer il Prete, col nicchio e la stola,
    le mani congiunte davanti al petto in atto di preghiera. Lo seguir il
    Sagrestano che recher involto in un panno nero il tabernacoletto  che
    custodisce  la  Psside.  Attraverseranno  la scena,  senza dir nulla,
    dalla porta d'ingresso,  all'uscio della camera di Melina.  Poco dopo,
    ne verranno fuori il Medico e Merletti.

    MERLETTI: Crede che possa durare almeno per qualche ora?
    IL MEDICO: Probabile,  ma... s'ha da fare col cuore... e purtroppo, da
    un momento all'altro... Ho fatto, ha visto?  un'altra iniezione d'olio
    canforato...
    MERLETTI: E' tutta cos... accesa, convulsa...
    IL MEDICO: Forza di nervi...
    MERLETTI: Ma  stata qua in piedi, parlando...
    IL  MEDICO:  Lei  sa che il lume si ravviva tutto,  prima di spegnersi
    d'un tratto. - Ha sofferto molto...
    MERLETTI: Eh, lo so!
    IL MEDICO: E quest'ansia trepidante per il  bambino...  Ha  visto?  Ha
    voluto prima vedere come s'attaccava alla blia...  Tre giorni,  senza
    poterlo allattare...  Voleva allattarlo  lei,  si  figuri!  in  questo
    stato...  Per  fortuna,  s'  trovata questa blia...  - Dico fortuna:
    sapesse invece che tragedia, qua a due passi!
    MERLETTI: Ah, gi - come s' trovata?
    IL MEDICO:  Ero  qui,  anche  l'altra  sera,  e  sono  stato  chiamato
    all'improvviso,  dalla  villa  qua  accanto:  una  villa di signori...
    Avevano pensato a tutto, sa? per la nascita del primo figlio! Tenevano
    pronta da tre giorni anche la blia - la quale, poverina, comprender,
    spasimava,  col petto che le scoppiava...  La mando  subito  qua,  per
    alleviarsi,  e  fare  il  bene anche di questa creaturina che piangeva
    senza latte -
    MERLETTI: - ah, benissimo... -
    IL MEDICO: - s - per qua,  benissimo - ma sa che questa  sera  io  ho
    dovuto  di  l  sacrificare il bambino per salvare la madre?  e non so
    ancor bene se l'ho salvata: spero di s!
    MERLETTI: La blia intanto potr restar qui... Bench,  s'immagina lei
    adesso che complicazione, questo bambino, se, come pare purtroppo...
    IL MEDICO: Ah, s, purtroppo non v' pi da farsi illusioni, creda!
    MERLETTI: E resta invece il bambino! qua, a questi due sciagurati! Lei
    sa tutta la storia?
    IL MEDICO: Eh, sono miei clienti... Mi hanno mandato loro qua...
    MERLETTI: Sa che si sono divisi?
    IL MEDICO: S, lo so.
    MERLETTI: E che adesso si odiano,  tra loro, ferocemente? - Li aspetto
    qua. Sono andato a chiamarli.
    IL MEDICO: Sara un bell'affare metterli d'accordo!
    MERLETTI: Peggio di cos non poteva loro capitare!  E  l'hanno  voluto
    loro  stessi!  Mica  per accontentare questa poverina,  sa?  che s'era
    rimessa, in tutto, a fare com'essi avrebbero deciso! - No. - Tutto per
    una caparbiet, dell'uno contro l'altro! - E ora questa poverina muore
    - e loro restano col bambino,  che li ha fatti nemici da  tanto  amici
    che erano!
    IL MEDICO: E il figlio non pu essere che di uno -
    MERLETTI: - o di nessuno!  - Quel che dico io! - Ma che sia di nessuno
    - deposto a un ospizio - questa povera madre non lo pu tollerare!
    IL MEDICO: Credo che gi l'abbia fatto denunziare allo Stato Civile...
    MERLETTI: Ah s? E come?
    IL MEDICO: Era obbligo della levatrice denunziarlo...
    MERLETTI: Ma sa com' stato denunziato?
    IL MEDICO: Sotto il nome di lei - suppongo.  Mi  pare  che  faccia  di
    casato: "Franco".
    MERLETTI: S: Melina Franco.
    IL MEDICO: Ecco: - e "d'ignoto". - Son gi tre giorni ch' nato!
    MERLETTI: E ancora non son venuti nemmeno a vederlo...
    IL MEDICO: Credo che se ne struggano tutt'e due dalla voglia...
    MERLETTI:  Lo  so!  Ma  si  sentono  come  trattenuti dall'odio che si
    portano,  e da questa caparbiet bestiale che le ho detto:  non  viene
    l'uno e non vuol venire neanche l'altro! Ora ci sar anche l'orrore di
    ci che hanno fatto... Ma verranno: li aspetto.
    IL MEDICO: Sono di un'incredibile inesperienza -
    MERLETTI: - s - e il bello  questo, che avevano creduto d'aver fatto
    tutto col massimo giudizio!
    IL  MEDICO: Non si sono figurati neppure lontanamente tra quali atroci
    difficolt si sia dibattuta  questa  poveretta,  lasciata  cos  sola,
    senz'ajuto, abbandonata - nel mettere al mondo il bambino...

    Escono a questo punto dalla camera di Melina il Prete e il Sagrestano,
    senza dir nulla. Attraversano, come prima, la scena, e via.

    MERLETTI: Ah, ecco... - si sar comunicata...
    IL MEDICO: Io vado. Debbo ritornare qua alla villa accanto...
    MERLETTI: Dottore, e se qui ci fosse bisogno...?
    IL  MEDICO: Ho lasciato l'ordine a quella brava donna che l'assiste di
    fare qualche altra iniezione,  se avverte che le pulsazioni vengono  a
    mancare.  Ma  non  c'  pi  nulla  da fare,  purtroppo!  Non arriver
    all'alba, vedr! - A ogni modo, io sono qua a due passi.
    MERLETTI: Va bene. A rivederla, dottore.

    Il medico via.  - Merletti s'accosta pian piano all'uscio della camera
    di  Melina  e  sporge  il  capo a spiare dentro.  - Si fa all'uscio la
    Vicina.

    LA VICINA (parlando pianissimo): S' assopita, s' assopita...
    MERLETTI: Ah, bene...
    LA VICINA (venendo un po' avanti): S' sempre  lamentata  d'un  dolore
    qua...

    Indica la bocca dello stomaco.

    Ora riposa tranquilla;  ed  una gran cosa,  perch il medico ha detto
    che quel dolore non  dello stomaco propriamente, ma parte dal cuore -
    MERLETTI: S, per irradiazione -
    LA VICINA: - ecco: ha detto cos! - Pare che Dio, entrando in lei,  le
    abbia fatto la grazia di questo riposo.  Non soffre pi!  Speriamo, ah
    Dio, speriamo che si salvi!  Anche il bambino s' quietato.  Quanto ha
    succhiato...  e come s' attaccato,  ha visto? Non ne poteva pi dalla
    fame, povera creaturina! - Ah,  un amore! un amore!  - E anche quella
    blia  buona... -

    Rientrando nella camera:

    Basta. Io sto qua a vegliare.

    Si ritira, riaccostando l'uscio.

    Merletti  resta  un  po'  in  piedi,  cava  dal taschino del panciotto
    l'orologio e lo guarda tentennando lentamente il capo, poi va a sedere
    davanti la tavola,  cava dalla tasca della giacca un giornale;  appena
    seduto  si mette a leggere.  - Poco dopo entra Tito Morena.  Si ferma,
    titubante,  presso la porta;   ansioso  e  sconvolto,  in  angosciosa
    apprensione.

    MERLETTI (vivamente, ma sottovoce): Ah, finalmente!
    TITO (sottovoce): E'...  morta...?
    MERLETTI: No... piano!... riposa...
    TITO: Ah bene - riposa... E... e lui...  di l?

    Indica la camera di Melina.

    MERLETTI: No. Non  ancora venuto.
    TITO: Ah, bene... Perch io... perch io...

    Fa per chiudere la porta.

    MERLETTI: No, che fai? Non chiudere!
    TITO: Non lo voglio vedere! Guaj se lo vedo!
    MERLETTI: Ma non potrai mica impedirgli di venire!
    TITO: Me ne vado io, allora, prima ch'egli venga!
    MERLETTI:  Ma  non  fate  ancora storie!  Lascia aperta codesta porta;
    perch se viene e bussa,  lei di l si pu svegliare;  ed    bene  in
    questo momento lasciarla riposare tranquilla!
    TITO: Come sta? come sta?
    MERLETTI:  Come  vuoi  che  stia?  Il medico ha detto che non arriver
    all'alba!

    Tito si copre la laccia con le mani.

    Copriti la faccia! Dovete veramente vergognarvi... Per causa vostra...
    TITO (afferrandolo per il petto, convulso): Non mia! Non mia! Non dire
    mia, Merletti! Per causa di lui!
    MERLETTI: Piano! Piano! - Per causa di tutti e due!
    TITO: No! sua!
    MERLETTI: E lui dice tua! Dunque, di tutt'e due!
    TITO: Ma bisogna vedere chi ha ragione!
    MERLETTI: Che ragione volete pi vedere, ormai,  qua davanti a lei che
    muore? Il torto l'avete tutt'e due senza discussione!
    TITO: S - davanti a lei, s -
    MERLETTI: - e dunque! - Avete da pensare a ben altro, adesso!
    TITO: Sono pronto a tutto! a tutto! MERLETTI: Vedervi, parlarvi...
    TITO: No! questo no! impossibile! impossibile!
    MERLETTI: Ma che impossibile!
    TITO: Se lo vedo, bada! non rispondo di me!
    MERLETTI  (perdendo  la  pazienza):  E  che vorreste?  che vi mettessi
    d'accordo io, correndo dall'uno all'altro? - Ah, no, basta, cari miei!
    - Io mi prendo il cappello e me ne vado!

    Va veramente per andare a prendere il cappello dal divano.

    TITO (trattenendolo): No, Merletti...
    MERLETTI: S, s - me ne vado, me ne vado! -
    TITO: - ma no, senti...
    MERLETTI: - lasciami! non mi far svegliare quella poveretta! - Carit,
    cari miei, finch non ne abusate!
    TITO: Ma non ci saranno pi questioni...
    MERLETTI: Non posso star mica a combattere con gente come voi!
    TITO: Me lo prendo io il bambino!
    MERLETTI: S, prnditelo! Io vi lascio alle prese,  a vedervela tra di
    voi!
    TITO: No! Ogni questione sar finita...
    MERLETTI: Ma ti pare che quello te lo lascer prendere?
    TITO: Deve! Per quello che m'ha fatto!
    MERLETTI:  -  S  -  seguitate  a  dilaniare  fino  all'ultimo  questa
    poveretta!
    TITO (seguitando): ...per la  situazione  in  cui  m'ha  messo,  e  il
    rimorso che m'ha cagionato e che non m'ha dato pi pace!
    MERLETTI: Avr anche lui le sue ragioni da buttarti in faccia!
    TITO: No, non pu averne di fronte alle mie!
    MERLETTI  (seguitando):  -...  e  io non voglio star mica qua a far da
    Salomone, sai? non pi tra due madri, ch'era facile,  perch una delle
    due  doveva pur esser certa che il figlio era suo!  Qua voi lascereste
    spaccare a met il bambino per prendervene mezzo per uno,  pur di  non
    darla vinta all'altro!  - Tu te lo prenderesti,  non gi per amore, ma
    per l'odio che senti contro di lui!
    TITO: No! No! Per il rimorso, per il rimorso che sento -
    MERLETTI: Confessi dunque il tuo torto verso di lei?
    TITO: S - l'ho confessato!  - verso di lei,  s!  - Ma la colpa   di
    lui, Merletti! tutta di lui! - Poteva seguitare a venire qua...
    MERLETTI (reciso): Lui solo? No, non poteva.
    TITO: Perch non poteva?
    MERLETTI: Ma lo sai bene, perch!
    TITO:  Per  il  figlio,  che  poteva esser mio?  - Tu non puoi negare,
    Merletti,  che ci avevi convinti tutt'e  due  che  sarebbe  stata  una
    pazzia tenerlo - in questa incertezza!
    MERLETTI: S, e vero - e con ci?
    TITO: Aspetta! Lui era d'accordo con te, te ne ricordi? -
    MERLETTI: - s -
    TITO:  -  tutto  soddisfatto d'aver detto come dicevi tu,  non  vero?
    contro di me...

    Comincia a commuoversi, fino ad arrivare man mano alle lagrime.

    ...contro di me che invece... tu lo sai... dicevo... s... per...  per
    lei... per il bambino... e... per la mia coscienza...

    Cava il fazzoletto per soffocarvi i singhiozzi.

    MERLETTI  (vedendolo piangere): La rabbia  questa!  Che siete poi due
    bravi figliuoli, pieni di cuore...
    TITO: No, lui no! Lui  cattivo!
    MERLETTI: Non  cattivo neanche lui!
    TITO: S,  s - vile e cattivo!  - Io m'ero forzato (e Dio  sa  quanto
    m'era costato!) ad arrendermi alle vostre ragioni: tue e di lui. - Chi
     venuto meno, a tradimento, a quanto s'era stabilito d'accordo?
    MERLETTI: Ma egli t'invit a venire qua con lui - tu non volesti!
    TITO: No, non volli!
    MERLETTI: Era pronto a ripetere insieme con te - qua...
    TITO: S - dopo che s'era arreso, a tradimento, alle preghiere di lei;
    per  darle  cos  la prova,  che ero io che non volevo,  io e non lui,
    capisci?  - Cambiarmi cos le carte in mano,  vigliacco!  - E dopo che
    io, com'era prima il sentimento mio, ammisi che lei dovesse tenersi il
    bambino,  quando le sarebbe nato; e lasciai a lui la libert di venire
    qua a trovarla come prima,  pur seguitando io a pagare  la  mia  parte
    fino  all'ultimo  -  lui,  questo vigliacco - per forzarmi - non  pi
    venuto - facendomi crescere di giorno in  giorno,  di  mese  in  mese,
    l'orgasmo, con codesta sua passiva ostinazione a non venire! Ha voluto
    rovesciare su me tutto il peso!  sulla mia coscienza tutta l'angoscia,
    tutte le pene che questa poverina ha dovuto soffrire,  abbandonata qua
    sola!
    MERLETTI: S'era pur rassegnata -
    TITO: - s - pur di contentarci - finanche a commettere la violenza di
    buttar via il figlio!  Ma non era pi possibile, ormai, tu lo capisci!
    Per commettere una simile violenza si doveva essere  insieme,  fin  da
    principio, d'accordo tutt'e tre! - Mancarono loro due a quest'accordo;
    lui  specialmente,  facendo  il tradimento a me,  proprio a me che ero
    stato il primo, anzi -
    MERLETTI: - s, si,  vero -
    TITO: - a non volere che questa violenza si commettesse!  - E  non  ti
    pare  naturale allora,  ch'io me ne sia sdegnato,  sdegnato fino a non
    voler pi venire? Ho avuto tutta la ragione, io, dopo quello che m'era
    stato fatto, di non venire pi qua! E lui, lui - invece di riconoscere
    il suo torto verso me - s' ostinato a non venire  pi,  neanche  lui!
    vigliacco! vigliacco! fino a far morire di crepacuore questa poverina,
    per poi darne tutto il rimorso a me - mentre  suo, sai?  suo!  suo!
    MERLETTI:  Trovando  per  scusa  quell'irrisione  di  volerla lasciare
    tranquilla...
    TITO: Lui - la trov lui, questa scusa! Io non ne avevo bisogno: avevo
    la mia, ch'era giusta!
    MERLETTI: Troppa grazia,  per una povera donna  avvezza  a  cos  poca
    considerazione da parte degli uomini...
    TITO:  Gi,  tranquilla...  -  senza  poi venire nemmeno a vederla,  a
    domandarle come stesse, se avesse bisogno di qualche cosa...
    MERLETTI: Tanta considerazione per un verso, e tanta noncuranza per un
    altro,  bella tranquillit le hanno data!  Due  volte,  povera  donna,
    venne da me a supplicare, disperata...
    TITO: Ma tu lo capisci che doveva venir lui - lui? -
    MERLETTI: S, e lui diceva - tu - tu.
    TITO: No, no, io no!
    MERLETTI:  Il  fatto    che  siete stati come due cani,  legati a una
    catena,  che non avete pi voluto trascinar di conserva per una stessa
    via -
    TITO: - non ho potuto pi vedermelo accanto! -
    MERLETTI:  -  e neppur lui te - e allora tira e strappa la catena - tu
    di qua e lui di l - dispettosamente - in questa finzione  di  libert
    che vi siete voluta dare -
    TITO: - no;  io ho rifiatato!  ah! d'essermi liberato, non foss'altro,
    dello schifo di vederlo mangiare accanto a me alla trattoria!  Tu  non
    sai  come  mangia  male  quell'uomo,  con  quella  fame da lupo che ha
    sempre, cos magro (deve avere il verme solitario!).
    MERLETTI: S - va l! - e lui dice di te -
    TITO: - e che pu dire di me, lui? -
    MERLETTI: - ma di certe libert a cui ti lasciavi andare -
    TITO: - io? libert? -
    MERLETTI: - nella confidenza -
    TITO: - ah, io? e lui no, forse? -
    MERLETTI: - lascia andare!  - vi siete straziati il collo abbastanza a
    strattarvi l'un l'altro la catena, senza poterla spezzare -
    TITO:  -  s,  e  appunto  perch  non si poteva spezzare!  - dovevamo
    pagare, pagare qua fino all'ultimo! -
    MERLETTI: - lo stesso sentimento - in comune - prima d'amore -  e  poi
    cos  -  per forza - d'odio!  E tanto quest'odio v'ha accecato che non
    avete pi veduto  che  commettevate  qua  un  delitto,  contro  questa
    disgraziata.
    TITO: Ma lo vedi, intanto, lo vedi, lui, che fa? Non viene ancora...
    MERLETTI: Dovrebbe gi esser qui...
    TITO: Avrebbe dovuto accorrere per primo!  - N'ero cos certo,  che ho
    tardato apposta a venire, per non incontrarmi con lui. Hai visto?  non
     ancora venuto!
    MERLETTI  (vedendo passare Carlino,  davanti la finestra aperta): No -
    eccolo... eccolo qua che viene...

    Tito si volta verso la finestra, poi, per non veder entrar Carlino, ci
    s'appressa e si mette a guardar fuori. - Entra,  ansioso e sbigottito,
    Carlino.
    CARLINO: Eccomi... eccomi... - Troppo tardi?
    MERLETTI: Eh, mi pare...
    CARLINO: Morta?
    MERLETTI: No... - piano!
    CARLINO: Ma com'? com'?
    MERLETTI: Come vuoi che sia!
    CARLINO  (allungando  uno  sguardo  alla finestra,  dov' Tito,  e poi
    all'uscio  accostato  della  camera  di  Melina):  E...   che...   che
    s'aspetta? Io... io ho voluto apposta...

    e fa segno con la mano verso la finestra

    lasciar tempo a lui...
    MERLETTI: Ma s, appunto, l'abbiamo supposto...
    CARLINO (subito,  come in risposta alla supposizione che si sia potuta
    fare contro di lui per il suo  ritardo  a  venire:  col  tono  di  chi
    afferma  una  cosa che non si pu mettere in dubbio): Il bambino me lo
    prendo io!
    TITO (di scatto,  venendo avanti): Tu non  ti  prendi  niente!  Me  lo
    prendo io!
    MERLETTI (facendosi in mezzo): Oh, ohe, signori miei...
    CARLINO: Tu? DOPO che... -
    TITO: - dopo che cosa?
    MERLETTI: Pensate che quella poverina  ancora l!
    CARLINO (a Merletti): Ha detto lui stesso che non voleva pi saperne!

    Contemporaneamente,  dalla  camera  di  Melina  giungono voci confuse.
    Melina s' svegliata,  ha udito le  voci  di  Tito  e  Carlino,  vuole
    accorrere, e la Vicina cerca di impedirglielo.

    MERLETTI (gridando): Ecco che l'avete svegliata!

    Melina  appare  dall'uscio,  ancora  nell'atto  di  sbarazzarsi  della
    Vicina.

    MELINA: Mi lasci!

    Poi, volgendosi ai due giovani, con un grido:

    Tito! - Carlino! - siete qua? - E lei, avvocato,  che non me ne diceva
    nulla!

    I due giovani restano allibiti alla vista di lei, irriconoscibile.

    Carlino... Tito...
    TITO: Melina...
    CARLINO: Melina...

    (A  questo punto,  non  pi possibile segnare l'ordine delle battute,
    il  cui  concerto    affidato  al  Direttore  Capocomico.  -  Melina,
    nell'ultima  accensione  di tutte le sue forze vitali in cui consumer
    quel filo d'anima che le resta,  quasi trattenuto a forza per rivedere
    i  due  giovani  un'ultima  volta,  non  potr dar tempo agli altri di
    parlare; parler lei sola, come in un delirio, convulsa, diventando di
    mano in mano pi pallida, ma pur sempre sorridente, quasi felice; e la
    vivacit dei movimenti sar in lei  sempre  pi  incerta;  finch  non
    cadr  morta  di schianto,  tra le braccia dei due giovani che saranno
    pronti a sorreggerla.  - D'altro canto,  per,  non sar possibile che
    Tito Morena e Carlino Sanni,  agitati, sconvolti da tanti sentimenti e
    moti dell'animo - piet,  rimorso,  rabbia,  odio -  restino  muti  ad
    ascoltare  quel  delirio.  Non  solo  scatteranno  in  loro  da questi
    sentimenti e moti dell'animo esclamazioni che cercheranno di  frenare,
    di non fare udire, come:
    - A Dio!
    - Melina... Melina...
    - Distrutta...
    - Vile! Vile!
    - Infame assassino...
    ma, a un certo punto, allorch Melina ordiner alla blia, che si sar
    fatta  all'uscio,  di  portare  il  canestro  dove  sar  il corredino
    preparato da lei per la sua creaturina e lo mostrer capo per capo  ai
    due giovani,  entrambi,  simultaneamente,  parleranno ciascuno per suo
    conto,  l'uno contro l'altro;  per in modo di non sopraffare  con  la
    voce,  la  voce di Melina.  Sar come un farneticho interno che verr
    fuori con gli stessi versi della faccia e  l'artigliarsi  delle  dita:
    parole tra i denti, che l'attore non bader tanto a farle udire quanto
    a dirle per se, perch le pensa; e poco importa che non riescano tutte
    intelligibili.
    Tito dir:

    - Ah Dio, basta... basta...

    e poi, a Melina:

    S... bello! bello! ma basta... lascia, cara! per carit... - Il cuore
    ti mangerei,  assassino... S, di' anche tu: Bello... - per causa tua,
    cane, questo strazio...

    E Carlino, dal canto suo, dir:

    - Ora, ora fa anche lui il commosso e l'intenerito...  Bruto!  Prima
    no...

    A Melina:

    S, s, cara... bello, tanto, s... - Tutta la tua vita non ti baster
    a scontare questo delitto...

    E  a  loro  volta  la  Vicina  e  Merletti  intercaleranno  qua e l -
    opportunamente, come il Direttore Capocomico avr concertato - le loro
    esclamazioni e i loro vani consigli, le apprensioni:

    - Ma cos s'ammazzer!
    - Povera creatura...
    - S, vadano di l, almeno!
    - Movetevi!
    - Madonna santa!
    - Cos muore...
    - Veda di persuaderla lei...
    - Dio, guardi come s' fatta pallida!

    Dopo questa avvertenza, ecco il delirio di Melina: breve, tutto mosso;
    dimodoch il concerto di tutta la scena dovr risultare  come  in  una
    unica vibrazione spasmodica, che duri pochi minuti.

    MELINA: Mi cercate con gli occhi;  ma non ci sono pi,  vedete?  - No,
    Tito, non ti spaventare... Carlino, tu dici Melina... no,  non sono io
    qua...  Un filo d'anima, appena un filo... trattenuto per rivedervi...
    - Distrutta? No, Tito... - sono l, ora

    indica la sua camera, dov' il bambino

    tutta l'anima mia, tutta la mia vita, il mio amore... sono l, l... -
    Non v'ingiuriate, no, non v'ingiuriate... Venite, venite...

    Al moto istintivo di repulsione dei due giovani,  e alla spinta  della
    Vicina e di Merletti:

    No - aspettate!  - No,  Tito! No, Carlino! Non  vostro! non  vostro!
    Non dovete pi pensare a questo!

    A Tito:

    che sia tuo...

    A Carlino:

    o tuo - no!  mio! mio! mio soltanto! pensate che sono io,  io sola in
    lui...  io che gli ho dato la mia vita,  la mia! - lo dovete amare per
    questo - e non pensare e non vedere altro - me soltanto,  in lui  -  o
    vedere lui,  1ui - senza pensare a voi - lui ch'e tanto bellino... lui
    che  Nin, piccolo piccolo...  Nin Franco...  ecco,  e basta!  - M'
    costato  tanto...  Non  m'avr  pi...  Deve  aver voi,  allora...  E'
    innocente! Riposa l nella sua innocenza, perch il male che ha potuto
    fare nascendo,  non  colpa sua...  E' innocente,  lui!  E  mi  dovete
    giurare, giurare che in quest'innocenza in cui ora riposa lo 1ascerete
    sempre.  pensando  a  me  -  che    soltanto mio...  - e lo lascerete
    crescere... lui, come sar, per s... Nin, Nin Franco... - non tuo e
    non tuo... lui, per s - Nin, Nin Franco... - il figlio di Melina...
    direte cos il figlio di Melina... di Melina che vi  morta..  e che
    v'ha lasciato lui,  come cosa sua,  e...  s,  s,  con tutte le belle
    cosine che gli aveva preparate...

    Vede la blia sull'uscio della camera.
    Voltandosi ai due giovani:

    - ecco, questa  la blia... lo affiderete a lei...

    alla blia:

    - il canestro, il canestro... va' blia, prendilo...

    La blia va e torna subito.

    Ora vi far vedere...  Tutto preparato con le mie mani...  Tutto fatto
    da me...

    Mostrando i capi del corredino:

    Ecco,  guardate,  guardate...  tutti questi merlettini...  nastri... e
    anche i ricami... li ho fatti io,  io...  ho imparato a farli da me...
    Questo, guarda, Tito... e uno per uno, sai, cos, tutti i bavaglini...
    - questo...  e quest'altro...  - Ma no, non parlate tra voi... Guarda,
    Carlino,  tutto cifrato...  S,  bello...  Tutto cifrato  di  rosso...
    tutto, capo per capo... Le cuffiette, ecco, le cuffiette... quella coi
    fiocchi lunghi...  no, quest'altra, quest'altra... - e le camicine, le
    camicine... e qua, ecco, la... la vestina lunga... tutta ricamata, del
    battesimo,  del battesimo...  col trasparente di seta rossa...  rossa,
    perch maschio, maschio il mio Nin... rossa... - Ah Dio!

    Crolla, morta, tra le braccia di Tito e di Carlino che la sorreggono e
    la  sollevano  per  trasportarla  sul letto di l.  Accorrono anche la
    Vicina, Merletti, la blia.

    CARLINO: Melina!
    TITO: Morta?
    LA VICINA: Lo dicevo io!
    MERLETTI: Di l... di l... sul letto...
    LA VICINA: Gi fredda...

    Il viso,  i modi di Tito e Carlino,  nel trasportare  il  cadavere  di
    Melina, non sono pietosi, ma feroci. Sotto lo stesso cadavere, la mano
    di Tito,  incontrandosi con quella di Carlino, s' fatta artiglio e ha
    graffiato fino a sangue, tanto che Carlino non ha potuto trattenere un
    Ahi!.  Tutti a gruppo escono dalla scena per l'uscio a sinistra.  Si
    sentono  venire  dalla camera voci confuse,  che dureranno pochissimo,
    sempre pi alte. Dalla porta a destra entreranno il Medico e il signor
    Franzoni  della  villa  accanto:  uomo  sulla  quarantina,  dolente  e
    turbato.  Il Medico,  dalle grida che giungono dalla camera, comprende
    subito ch' avvenuta la morte di Melina.

    IL MEDICO: Ah, ecco! Sar morta... Glielo dicevo...  Aspetti,  aspetti
    un po' qua, signor Franzoni...

    Ma  non  fa  a tempo a raggiungere l'uscio a sinistra,  che ne vengono
    fuori,  come due belve,  Tito Morena e Carlino Sanni che si son  presi
    alla gola e si dibattono gridando simultaneamente.

    TITO:  Cane,  cane,  tu  me  la  paghi!  Non  m'esci  vivo dalle mani,
    assassino! Per tutto quello che m'hai fatto soffrire...
    CARLINO: Ah,  vigliacco!  Te la pigli con  me,  ora  che  l'hai  fatta
    morire?  Tu,  tu,  assassino,  tu - ma son buono anch'io a strozzarti,
    sai... son buono anch'io...
    MERLETTI (che ha afferrato Tito ed  riuscito a strapparlo  indietro):
    Siete pazzi,  o che bestie siete? Col cadavere l... Non s' mai vista
    una cosa simile...
    CARLINO (mostrando a Merletti la  mano  sanguinante):  Guarda,  lui...
    guarda... mentre la portavamo...
    TITO (lanciandosi di nuovo): La tua faccia, cos, deve restarmi tra le
    unghie!
    MERLETTI (subito trattenendolo): Oh, bada che ci sono io, sai?
    CARLINO (lanciandosi anche lui): Credi che mi faccia paura?
    IL MEDICO (trattenendo Carlino): Per carit, per carit!
    MERLETTI: E' uno scandalo inaudito!
    IL MEDICO: Davanti alla morte!
    LA VICINA (facendosi all'uscio): Vergogna! Vergogna!
    TITO: Cos non finisce, sai? Cos non finisce!
    CARLINO: Eh, lo so bene che non pu finire cos...
    TITO: Perch me lo piglio io, il bambino! me lo piglio io!
    CARLINO: Tu non ti pigli nulla! tocca a me! E a quella culla tu non ti
    accosti...
    TITO: Non t'arrischiare a entrare, sai!
    MERLETTI:   Ma   siete   veramente  Impazziti?   Avreste  il  coraggio
    d'azzuffarvi per il bambino davanti al cadavere?
    TITO: Il bambino tocca a me, Merletti! Ho voluto io,  io e non lui,  e
    tu sei testimonio, che lei se lo tenesse!
    CARLINO: Tu? Tu hai gridato a me che non volevi pi saperne! n di lei
    n del bambino!
    TITO: Ma neanche tu volesti pi saperne temendo che il bambino potesse
    restare solo a te!  E proprio per questo, ora, il bambino me lo prendo
    io!
    CARLINO: Tu non te lo prendi!
    TITO: Me l'impedisci tu?
    CARLINO: Te l'impedisco io! S' confidata a me, lei, e non a te!
    TITO: Perch tu, Giuda, le desti a credere... -
    CARLINO: - no, prima! prima! - per ben due volte! - a me e non a te!
    IL MEDICO: Signori miei, permettete?
    TITO: - ma nega, nega se puoi, che anche l'ultima volta ti dichiar...
    CARLINO: - no, questo non lo nego!
    TITO: - e allora?  - che ti vale la confidenza?  T' servita solo  per
    tradire me, prima - vile! - e poi per abbandonare anche lei!
    IL MEDICO: Dunque lo vedete? Non  possibile, non  affatto possibile,
    che vi mettiate d'accordo su questo punto!
    MERLETTI:  Nessuno dei due pu presumere e negare all'altro il diritto
    sul bambino!
    IL MEDICO: E un figlio - l'abbiamo detto poc'anzi qua, io e l'avvocato
    - non pu essere che di uno o di nessuno!
    CARLINO: Che vuol dire, di nessuno?
    TITO (a un tempo): Come, di nessuno?
    IL MEDICO: Di nessuno - volete lasciarmi  dire  un  momento?  -  Nella
    disgrazia che vi ha colpiti -
    TITO: - ne ha la colpa lui, e la sconta cos! -
    CARLINO: - no!  la colpa  tua! volesti rompere tu la relazione! E ora
    avanza diritti...
    IL MEDICO: - vi prego signori!  - in codesta questione  insolubile  in
    cui vi dibattete - se volete darmi ascolto - la sorte, vedete... - una
    sorte che certo non pu esser lieta, neppure qua per questo signore...

    Indica il signor Franzoni.

    TITO: Chi  il signore?
    IL MEDICO: Il signor Franzoni della villa accanto...
    MERLETTI: Ah, il signore che -
    IL MEDICO (a Merletti): - ha avuto la sventura, s, come le dicevo, di
    dover  sacrificare  il  figlio  per salvare la moglie...  - la sorte 
    provvidenziale - questo signore  venuto con me -
    MERLETTI (subito): Si prenderebbe il bambino?
    CARLINO: Che?
    TITO: Il bambino?
    IL MEDICO: E' pronto ad adottarselo...
    CARLINO: Ma che! Impossibile!
    TITO: Impossibile!
    MERLETTI: Aspettate! Lasciatelo dire!
    CARLINO: E' impossibile!
    MERLETTI (al Franzoni): Lei se l'adotterebbe?
    IL SIGNOR FRANZONI: Ma se dicono ch' impossibile...
    TITO: Impossibile!
    CARLINO: Impossibile!
    MERLETTI: E che vorreste farne voi allora?
    IL MEDICO: Se non vi potete mettere d'accordo!
    MERLETTI: Avete la fortuna di poter subito risolvere...
    TITO: Ma non cos!
    CARLINO: Con lei che ha tanto raccomandato...
    MERLETTI: S - a due lupi, come voi siete, l'agnellino -
    TITO: C' qua ora la blia, la casa...
    CARLINO: Ecco - si verr a vederlo, un giorno per uno...
    MERLETTI: Ma che dite! Siete pazzi?
    IL MEDICO: Con codesto sentimento...
    TITO: Poi si vedr! si vedr!
    MERLETTI: Ma che si vedr? Se fate tanto di vederlo, di farlo crescere
    tra voi,  di cominciare a supporre per qualche segno che  possa  esser
    tuo,  o tuo,  voi vi sbranerete,  per la gelosia, come due belve! - al
    solo pensiero che  l'altro  verrebbe  qua  con  lo  stesso  diritto  a
    prendersi in braccio,  a baciare, ad amare, il bambino che ciascuno di
    voi due creder suo proprio!  - Voi non  dovete  nemmeno  vederlo!  La
    blia lo avvolger nel suo scialle e se lo porter via subito -
    CARLINO: - no! no! -
    TITO: - impossibile! impossibile! -
    MERLETTI:  -  ma  che  no!  -  subito!  - nella casa del signore,  qua
    accanto!
    IL SIGNOR FRANZONI: Io potrei dar tutte le garanzie -
    TITO: A mani estranee...
    CARLINO: Dopo quello che disse, prima di morire...
    MERLETTI: Ma non avete veduto che effetto  ha  ottenuto  con  ci  che
    disse prima di morire?  Vi siete presi alla gola - con raccapriccio di
    noi tutti - col cadavere ancora caldo - e sar peggio domani -
    IL MEDICO: - nemici per forza, con questo bambino tra di voi -
    MERLETTI: - se dite per lei - questa fortuna di poter  subito  mettere
    in salvo dal vostro odio il suo bambino -
    IL MEDICO: - ah, se l'avesse potuto sapere! almeno sperare!
    IL  SIGNOR  FRANZONI:  Vi  posso  assicurare  che  noi lo terremo come
    avremmo tenuto il nostro figlio!  - E non ne avremo  pi  altri...  Il
    dottore  lo  sa...  -  Ha  voluto rischiar di morire - sapendolo - mia
    moglie - da tanto che desiderava d'avere un figlio - avr questo - e i
    signori possono esser sicuri, quanto all'avvenire del bambino,  perch
    le  nostre  condizioni...  -  son  pronto,  ripeto,  a  dar  tutte  le
    garanzie...
    MERLETTI: Voi dovete riparare d'un'altra maniera a tutto il  male  che
    faceste a questa poverina - ora che per fortuna s' trovato il modo di
    salvarle il bambino -
    IL  MEDICO:  - s,  s - ora che ogni ragione d'odio tra voi sar cos
    finita -
    MERLETTI: - amare ancora insieme la sua memoria -
    IL MEDICO: - tornando amici! -
    MERLETTI: - l,  davanti a lei che venne qua  per  voi,  con  tutti  i
    ricordi  della  vostra  giovent!  Le  ridonerete cos il sorriso,  di
    creatura dolce,  quale fu sempre per voi - tanto che   morta  per  lo
    strazio  d'avervi  fatti nemici,  senza volerlo!  Ecco,  bravi,  cos:
    amici, amici - e andate, andate l, a chiederle perdono - cos... cos
    abbracciati!

    Carlino,  dopo aver per un po' singultato nello  stomaco,  alle  prime
    parole di Merletti,  non reggendo pi,  va a buttarsi piangendo tra le
    braccia di Tito, che piange anche lui.
    Fine.

    Bibliografia.

    Diamo,  qui di seguito,  un elenco delle prime edizioni delle opere di
    Pirandello;  per le commedie diamo anche le  indicazioni  della  prima
    rappresentazione.  Tutte  le  opere  di Pirandello sono ristampate nei
    "Classici Contemporanei Italiani" di Mondadori.  Per una  bibliografia
    completa  delle  opere  di Pirandello,  rimandiamo a Manlio Lo Vecchio
    Musti, "Bibliografia di Pirandello", Mondadori,  Milano 1937.  Per gli
    scritti   su   Pirandello,   oltre  alle  opere  fondamentali,   valga
    l'indicazione di alcuni tra gli scritti pi recenti, che esemplificano
    l'attuale  orientamento  critico.   Una  completa  bibliografia  degli
    scritti su Pirandello  quella di Alfredo Barbina, "Bibliografia della
    critica pirandelliana", 1889-1961, Firenze 1967.


    PRIME EDIZIONI DELLE RACCOLTE DI NOVELLE.

    "Amori senza amore", Stabilimento Bontempelli Editore, Roma 1894.
    "Beffe della morte e della vita",  Lumachi, Firenze 1902 (Prima serie)
    e 1903 (Seconda serie).
    "Quand'ero matto", Streglio, Torino 1902.
    "Bianche e nere", Streglio, Torino 1904.
    "Ermes bifronte", Treves, Milano 1906.
    "La vita nuda", Treves, Milano 1911.
    "Terzetti", Treves, Milano 1912.
    "Le due maschere", Quattrini, Firenze 1914.
    "La trappola", Treves, Milano 1915.
    "Erba del nostro orto", Studio Editoriale Lombardo, Milano 1915.
    "E domani, luned", Treves, Milano 1917.
    "Un cavallo nella luna", Treves, Milano 1918.
    "Berecche e la guerra", Facchi, Milano 1919.
    "Il carnevale dei morti", Battistelli, Firenze 1919.

    Dal 1922 inizia la raccolta delle "Novelle per un anno",  edite da  R.
    Bemporad e F. e Mondadori, in 15 volumi, di cui diamo qui di seguito i
    titoli  e  le  date  delle  prime  edizioni,  tenendo  presente che si
    riferiscono tutte alle edizioni R. Bemporad e F., che sono le prime ad
    uscire,  salvo quelle degli ultimi due volumi,  editi solamente presso
    Mondadori.   "Scialle  nero",   1922;   "La  vita  nuda",   1922;  "La
    rallegrata",  1922;  "L'uomo  solo",  1922;  "La  mosca",  1923;   "In
    silenzio", 1923; "Tutt'e tre", 1924; "Dal naso al cielo", 1925; "Donna
    Mimma",  1925; "Il vecchio dio", 1926; "La giara", 1928; "Il viaggio",
    1928; "Candelora", 1928; "Berecche e la guerra", 1934; "Una giornata",
    1937.
    PRIME EDIZIONI DELLE POESIE.

    "Mal giocondo",  Libreria Internazionale  Lauriel  di  Carlo  Clausen,
    Palermo, 1889.
    "Pasqua di Gea", Libreria Editrice Galli, Milano 1891.
    "Pier Gudr", Enrico Voghera, Roma 1894.
    "Elegie renane", Unione Cooperativa Editrice, Roma 1895.
    "Zampogna", Societ Editrice Dante Alighieri, Roma 1901.
    "Scamandro", Tipografia Roma di Arnani e Stein, Roma 1909.
    "Fuor di chiave", Formiggini, Genova 1912.
    "Elegie romane" (traduzione da Goethe), Giusti, Livorno 1896.


    PRIME EDIZIONI DEI SAGGI.

    "Arte e scienza", W. Modes Libraio Editore, Roma 1908.
    "L'umorismo", R. Carabba, Lanciano 1908.


    PRIME EDIZIONI DEI ROMANZI.

    "L'esclusa",  in "La tribuna",  giugno-agosto 1901; poi presso Treves,
    Milano 1908.
    "Il turno", Giannotta, Catania 1902.
    "Il fu Mattia Pascal",  in "La nuova antologia",  aprile-giugno  1904,
    poi edito da "La nuova antologia", Roma 1904.
    "Suo marito",  Quattrini, Firenze 1911; fu ripubblicato poi col titolo
    "Giustino Roncella nato Boggilo".
    "I vecchi e i giovani", in "Rassegna contemporanea",  gennaio-novembre
    1909; poi presso Treves, Milano 1913.
    "Si  gira",  in "La nuova antologia",  giugno-agosto 1915;  poi presso
    Treves,  Milano  1916;   in  seguito  venne  ripubblicato  col  titolo
    "Quaderni di Serafino Gubblio operatore",  R.  Bemporad e F.,  Firenze
    1925.
    "Uno,  nessuno e centomila",  in "La fiera letteraria",  1925-26;  poi
    presso R. Bemporad e F., Firenze 1926.


    PRIME EDIZIONI E PRIME RAPPRESENTAZIONI DELLE OPERE TEATRALI.

    "La morsa" (col titolo "L'epilogo"),  pubblicata in "Ariel",  20 marzo
    1898; poi presso R. Bemporad e F., Firenze 1926; rappresentata a Roma,
    Teatro Metastasio,  dalla compagnia "Teatro minimo",  diretta da  Nino
    Martoglio, 9 dicembre 1910.
    "Lume di Sicilia", pubblicata in "La nuova antologia", 16 marzo 1911;
    poi  presso  Treves,   Milano  1920;   rappresentata  a  Roma,  Teatro
    Metastasio,   dalla  compagnia  "Teatro  minimo",   diretta  da   Nino
    Martoglio, 9 dicembre 1910.
    "Il dovere del medico",  pubblicata in "Noi e il mondo", gennaio 1912;
    poi presso R. Bemporad e F., Firenze 1926; rappresentata a Roma,  Sala
    Umberto  Primo,  dalla compagnia "Teatro per tutti",  diretta da Lucio
    d'Ambra e Achille Vitti, 20 giugno 1913.
    "Cec",  pubblicata in "La  lettura",  ottobre  1913;  poi  presso  R.
    Bemporad e F., Firenze 1926; rappresentata a S. Pellegrino, Teatro del
    Casino, dalla compagnia Armando Falconi, 10 luglio 1920.
    "Se non cos",  pubblicata in "La nuova antologia",  gennaio 1916; poi
    (col titolo "La ragione degli  altri")  presso  Treves,  Milano  1917;
    rappresentata  a  Milano,  Teatro  Manzoni,  dalla  compagnia  Stabile
    Milanese, diretta da Marco Praga, 19 aprile 1915.
    "All'uscita", pubblicata in "La nuova antologia",  novembre 1916;  poi
    presso Treves,  Milano 1917;  rappresentata a Roma,  Teatro Argentina,
    dalla compagnia Lamberto Picasso, 22 settembre 1922.
    "Pensaci, Giacomino!",  pubblicata in "Noi e il mondo",  aprile-giugno
    1917;  poi  presso  Treves,  Milano 1918;  rappresentata a Roma (nella
    versione  originale  in  dialetto  siciliano  col   titolo   "Pensaci,
    Giacominu!"),  Teatro  Nazionale,  dalla  compagnia  Angelo Musco,  10
    luglio 1916.
    "Liol" (testo in siciliano),  pubblicata da  Formiggini,  Roma  1917;
    rappresentata a Roma,  Teatro Argentina, dalla compagnia Angelo Musco,
    4 novembre 1916.
    "Cos  (se vi  pare)",  pubblicata  in  "La  nuova  antologia",  1-16
    gennaio 1918;  poi presso Treves, Milano 1918; rappresentata a Milano,
    Teatro Olimpia, dalla compagnia Virgilio Talli, 18 giugno 1917.
    "La patente",  pubblicata nella "Rivista d'Italia",  31 gennaio  1918;
    poi  presso  Treves,   Milano  1920;   rappresentata  a  Roma,  Teatro
    Argentina,  dalla compagnia "Teatro  Mediterraneo",  diretta  da  Nino
    Martoglio (tradotta in siciliano dallo stesso Pirandello), 19 febbraio
    1919.
    "Il  piacere dell'onest",  pubblicata in "Noi e il mondo",  febbraio-
    marzo 1918;  poi presso Treves,  Milano 1918;  rappresentata a Torino,
    Teatro Carignano, dalla compagnia Ruggero Ruggeri, 27 novembre 1917.
    "Il  berretto  a  sonagli",  pubblicata  in "Noi e il mondo",  agosto-
    settembre 1918; poi presso Treves,  Milano 1920;  rappresentata a Roma
    (nella versione originale in dialetto siciliano col titolo "A birritta
    cu' i ciancianeddi"),  Teatro Nazionale, dalla compagnia Angelo Musco,
    27 giugno 1917.
    "Il giuoco delle parti",  pubblicata in  "La  nuova  antologia",  1-16
    gennaio 1919;  poi presso Treves,  Milano 1919;  rappresentata a Roma,
    Teatro Quirino, dalla compagnia Ruggero Ruggeri, 6 dicembre 1918.
    "L'uomo, la bestia e la virt", pubblicata in "Comoedia", 10 settembre
    1919;  poi presso R.  Bemporad e F.,  Firenze  1922;  rappresentata  a
    Milano,  Teatro  Olimpia,  dalla compagnia Antonio Gandusio,  2 maggio
    1919.
    "Ma non    una  cosa  seria",  pubblicata  da  Treves,  Milano  1919;
    rappresentata  a  Livorno,   Teatro  Rossini,   dalla  compagnia  Emma
    Grammatica, 22 novembre 1918.
    "Tutto per bene",  pubblicata da  R.  Bemporad  e  F.,  Firenze  1920;
    rappresentata a Roma, Teatro Quirino, dalla compagnia Ruggero Ruggeri,
    2 marzo 1920.
    "L'innesto",  pubblicata  da  Treves,  Milano  1921;  rappresentata  a
    Milano,  Teatro Manzoni,  dalla compagnia Virgilio Talli,  29  gennaio
    1919.
    "Come prima, meglio di prima", pubblicata da R. Bemporad e F., Firenze
    1921;   rappresentata  a  Venezia,  Teatro  Goldoni,  dalla  compagnia
    Ferrero-Celli-Paoli, 24 marzo 1920.
    "Sei personaggi in cerca d'autore",  pubblicata da R.  Bemporad e  F.,
    Firenze  1921;  rappresentata  a Roma,  Teatro Valle,  dalla compagnia
    Niccodemi, 10 maggio 1921.
    "Enrico Quarto",  pubblicata  da  R.  Bemporad  e  F.,  Firenze  1922;
    rappresentata  a  Milano,  Teatro  Manzoni,  dalla  compagnia  Ruggero
    Ruggeri, 24 febbraio 1922.
    "La signora Morli, una e due", pubblicata da R. Bemporad e F., Firenze
    1922;  rappresentata a Roma,  Teatro Argentina,  dalla compagnia  Emma
    Grammatica, 12 novembre 1920,
    "Vestire gli ignudi",  pubblicata da R.  Bemporad e F.,  Firenze 1923;
    rappresentata a Roma, Teatro Quirino, dalla compagnia Maria Melato, 14
    novembre 1922.
    "La vita che ti diedi", pubblicata da R. Bemporad e F.,  Firenze 1924;
    rappresentata a Roma, Teatro Quirino, dalla compagnia Alda Borelli, 12
    ottobre 1923.
    "Sagra  del  Signore  della  Nave",   pubblicata  nel  "Convegno",  30
    settembre  1924,   poi  presso  R.   Bemporad  e  F.,   Firenze  1925;
    rappresentata  a  Roma,  Teatro  Odescalchi,  dalla  compagnia "Teatro
    d'arte", diretta da Pirandello, 4 aprile 1925.
    "Ciascuno a suo modo", pubblicata da R.  Bemporad e F.,  Firenze 1924;
    rappresentata  a  Milano,  Teatro dei Filodrammatici,  dalla compagnia
    Niccodemi, 22 maggio 1924
    "L'altro figlio",  pubblicata da  R.  Bemporad  e  F.,  Firenze  1925;
    rappresentata  a Roma,  Teatro Nazionale,  dalla compagnia Raffaello e
    Garibalda Niccoli (tradotta in vernacolo toscano da F.  Paolieri),  23
    novembre 1923.
    "La   giara",   pubblicata  da  R.   Bemporad  e  F.,   Firenze  1925;
    rappresentata a Roma,  Teatro Nazionale,  dalla compagnia Angelo Musco
    (tradotta in siciliano dallo stesso Pirandello), 9 luglio 1917.
    "L'imbecille",   pubblicata  da  R.   Bemporad  e  F.,  Firenze  1926;
    rappresentata a Roma, Teatro Quirino, dalla compagnia Alfredo Sainati,
    10 ottobre 1922.
    "L'uomo dal fiore in bocca", pubblicata da R.  Bemporad e F.,  Firenze
    1926; rappresentata a Roma, Teatro degli Indipendenti, dalla compagnia
    degli "Indipendenti",  diretta da Anton Giulio Bragaglia,  21 febbraio
    1923.
    "Diana e la Tuda",  pubblicata da R.  Bemporad  e  F.,  Firenze  1927;
    rappresentata a Zurigo,  Schauspielhaus,  20 novembre 1926 (traduzione
    tedesca di Hans Feist);  prima  rappresentazione  italiana  a  Milano,
    Teatro Eden, "Compagnia Pirandello", 14 gennaio 1927.
    "L'amica delle mogli",  pubblicata da R.  Bemporad e F., Firenze 1927;
    rappresentata a Roma, Teatro Argentina,  dalla "Compagnia Pirandello",
    28 aprile 1927.
    "La  nuova  colonia",  pubblicata da R.  Bemporad e F.,  Firenze 1928;
    rappresentata a Roma, Teatro Argentina,  dalla "Compagnia Pirandello",
    24 marzo 1928.
    "Bellavita",  pubblicata  in "Il Secolo XX",  luglio 1928;  poi presso
    Mondadori,  Milano 1937;  rappresentata a Milano,  Teatro Eden,  dalla
    compagnia Almirante-Rissone-Tofano, 27 maggio 1927.
    "Liol"  (testo  italiano),  pubblicata da R.  Bemporad e F.,  Firenze
    1928;  rappresentata a Milano,  Teatro Nuovo,  dalla compagnia Tofano-
    Rissone-De Sica, 8 giugno 1942.
    "Sogno (ma forse no)",  pubblicata in "La lettura",  ottobre 1929; poi
    presso  Mondadori,  Milano  1936;  rappresentata  a  Lisbona,   Teatro
    Nacional, 22 settembre 1931 (traduzione portoghese di Caetano de Abreu
    Beirao);  prima  rappresentazione  italiana a Genova,  Teatro Giardino
    d'Italia, compagnia Filodrammatica del Gruppo Universitario di Genova,
    10 dicembre 1937.
    "O di uno o di nessuno", pubblicata da R. Bemporad e F., Firenze 1929;
    rappresentata a Torino,  Teatro di Torino,  dalla compagnia Almirante-
    Rissone-Tofano, 4 novembre 1929.
    "Lazzaro",  pubblicata  da  Mondadori,  Milano  1929;  rappresentata a
    Huddersfield,  Theater Royal,  9 luglio 1929 (traduzione inglese di C.
    K.  Scott Moncrieff); prima rappresentazione italiana a Torino, Teatro
    di Torino, compagnia Marta Abba, 7 dicembre 1929.
    "Questa sera si recita a soggetto",  pubblicata da  Mondadori,  Milano
    1930;  rappresentata a Koenigsberg,  Neues Schauspielhaus,  25 gennaio
    1930 (traduzione tedesca di  Heinrich  Kahn);  prima  rappresentazione
    italiana   a  Torino,   Teatro  di  Torino,   Compagnia  appositamente
    costituita diretta da Guido Salvini, 14 aprile 1930.
    "Come tu mi vuoi", pubblicata da Mondadori, Milano 1930; rappresentata
    a Milano,  Teatro dei Filodrammatici,  dalla compagnia Marta Abba,  18
    febbraio 1930.
    "I  giganti  della  montagna",  pubblicata: il Primo atto in "La nuova
    antologia", 16 dicembre 1931; il Secondo atto in "Quadrante", novembre
    1934; poi, completa,  presso Mondadori,  Milano 1938;  rappresentata a
    Firenze, Giardino di Boboli, dal Complesso Artistico diretto da Renato
    Simoni, 5 giugno 1937.
    "Trovarsi",  pubblicata  da  Mondadori,  Milano 1932;  rappresentata a
    Napoli, Teatro dei Fiorentini, dalla compagnia Marta Abba,  4 novembre
    1932.
    "Quando  si    qualcuno",   pubblicata  da  Mondadori,  Milano  1933;
    rappresentata  a  Buenos  Aires,  Teatro  Odeon,   20  settembre  1933
    (traduzione  spagnola  di Homero Guglielmini);  prima rappresentazione
    italiana a San Remo,  Teatro del Casino  Municipale,  compagnia  Marta
    Abba, 7 novembre 1933.
    "La  favola  del  figlio  cambiato",  pubblicata,  con  la  musica  di
    Malipiero,  da Ricordi,  Milano 1933;  rappresentata  a  Braunschweig,
    Landtheater,  13  gennaio  1934  (traduzione tedesca di Hans Redlich);
    prima rappresentazione italiana a Roma,  Teatro Reale  dell'Opera,  24
    marzo 1934.
    "Non si sa come",  pubblicata da Mondadori, Milano 1935; rappresentata
    a Praga,  Teatro Nazionale,  19  dicembre  1934  (traduzione  ceca  di
    Venceslao  Jivina);  prima  rappresentazione  italiana a Roma,  Teatro
    Argentina, compagnia Ruggero Ruggeri, 13 dicembre 1935.
    "Pari" (incompiuta),  pubblicata nell'"Almanacco Letterario Bompiani",
    Milano 1938.


    SULLA VITA DI PIRANDELLO.

    F.   Vittore   Nardelli:"  L'uomo  segreto:  vita  e  croci  di  Luigi
    Pirandello", Mondadori, Milano 1932.
    Ferdinando Pasini: "Pirandello nell'arte e nella vita", Padova 1937.
    Gaspare Giudice: "Luigi Pirandello", U.T.E.T., Torino 1963.


    SULL'OPERA DI PIRANDELLO.

    Giuseppe Antonio Borgese: in "La vita e il libro. Saggi di letteratura
    e di cultura contemporanea", Bocca, Torino 1910.
    Francesco Flora: in "Dal romanticismo al futurismo",  Porta,  Piacenza
    1921.
    Adriano  Tilgher: in "Voci del tempo.  Profili di letterati e filosofi
    contemporanei", Libreria di Scienze e Lettere, Roma 1921.
    Giuseppe Prezzolini: "Luigi Pirandello" in "L'Italia che  scrive",  8,
    1922.
    Pietro  Pancrazi:  "Luigi  Pirandello" in "Scrittori italiani del 900"
    Laterza, Bari 1924.
    Silvio D'Amico: "Ideologia di Pirandello" in "Comoedia", 11, 1927.
    Piero Gobetti: in "Opera critica  2",  Edizione  del  Baretti,  Torino
    1927.
    Ferdinando  Pasini:  "Luigi  Pirandello  (come  mi pare)",  La Vedetta
    Italiana, Torino 1927.
    Attilio Momigliano: "Luigi Pirandello" in "Impressione di  un  lettore
    contemporaneo", Milano 1928.
    G. Battista Angioletti: in "Scrittori d'Europa. Critiche e polemiche",
    Libri d'Italia, Milano 1928.
    Camillo  Pellizzi:  "Pirandello  maggiore  e  minore"  in  "Le lettere
    italiane del nostro secolo", Libri d'Italia, Milano 1929.
    Italo  Siciliano:  "Il  teatro  di  Pirandello,   ovvero   dei   fasti
    dell'artificio", Bocca, Torino 1929.
    Giuseppe  Ravegnani:  "Luigi  Pirandello" in "I contemporanei" (volume
    primo), Bocca, Torino 1930.
    "Quadrivio", 18 novembre 1934.
    Corrado  Alvaro:  "Pirandello  premio  Nobel  1934"   in   "La   nuova
    antologia", 16 novembre 1934 e in "Quadrivio", 18 novembre 1934.
    Elio Vittorini: in "Ateneo Veneto", 10, 1934.
    Arnaldo Bocelli: "Appunti su Pirandello" in "Brescia", 12, 1934.
    Benjamin  Crmieux:  "Luigi Pirandello" in "Nouvelle revue franaise",
    1937.
    "Dramma", 1 gennaio 1937.
    Massimo Bontempelli: in "Pirandello, Leopardi, D'Annunzio",  Bompiani,
    Milano 1937.
    "Almanacco Letterario Bompiani", Milano 1938.
    Manlio Lo Vecchio Musti: "L'opera di Luigi Pirandello", Torino 1939.
    Renato   Simoni:   "Luigi  Pirandello"  in  "Confederazione  fascista.
    Celebrazioni siciliane", Urbino 1940.
    Antonio Di Pietro: "Luigi Pirandello", Marzorati, Milano 1941.
    Mario Alicata: "I romanzi di Pirandello" in "Primato", 1, 5, 1941.
    Pietro Pancrazi: "Luigi Pirandello" in  "Scrittori  d'oggi",  Laterza,
    Bari 1942.
    Mario  Sansone:  "Critica  e poetica di Luigi Pirandello" in "Antico e
    nuovo", 1, 1945.
    Benedetto  Croce:  "Luigi  Pirandello"  in  "Letteratura  della  nuova
    Italia" (volume sesto), Laterza, Bari 1945.
    Massimo  Bontempelli:  "Pirandello  o  del candore" in "Introduzioni e
    discorsi (36-42)", edizione quarta, Bompiani, Milano 1945.
    Giacomo  Debenedetti:  "'Una  giornata'  di  Pirandello"   in   "Saggi
    critici", Edizioni del Secolo, Roma 1945.
    Arminio Janner: "Luigi Pirandello", La Nuova Italia, Firenze 1948.
    Giuseppe  Petronio:  "Pirandello  novelliere e la crisi del realismo",
    Edizioni Lucentia, Lucca 1950.
    Leonardo Sciascia: "Pirandello e il pirandellismo", Salvatore Sciascia
    Editore, Caltanissetta 1953.
    Luigi Russo: "Luigi  Pirandello"  in  "Ritratti  e  disegni  storici",
    Laterza, Bari 1953.
    -  Carlo  Salinari:  "Lineamenti  del  mondo  ideale di Pirandello" in
    "Societ", giugno 1957.
    - Vito Fazio Almaier: "Il problema Pirandello" in "Belfagor",  gennaio
    1957.
    G.  Battista  Angioletti:  "Luigi Pirandello narratore e drammaturgo",
    Edizioni Radio Italiana, Torino 1958.
    Luigi Ferrante: "Luigi Pirandello", Parenti, Firenze 1958.
    Filippo Puglisi:  "L'arte  di  Luigi  Pirandello",  Casa  Editrice  G.
    D'Anna, Messina-Firenze 1958.
    Leonardo  Sciascia:  "Pirandello  e  la  Sicilia",  Salvatore Sciascia
    Editore, Caltanissetta 1961.
    Giuseppe Giacalone: "Luigi Pirandello", La Scuola, Brescia 1966.
    Congresso Internazionale Studi Pirandelliani:  "Atti  del  congresso",
    Firenze 1967.
    Luigi  Person:  "Luigi  Pirandello"  in "Scrittori italiani moderni e
    contemporanei", Firenze 1968.
    Filippo Puglisi: "Pirandello e la sua lingua", Nuova Cappelli, Bologna
    1968.
    Carlo Salinari: "Luigi Pirandello", Liguori, Napoli 1968.
    Lucio Lugnani: "Pirandello", La Nuova Italia, Firenze 1970.
    G. Mazzali: "Pirandello", La Nuova Italia, Firenze 1973.
    Silvana Monti: "Pirandello", Palumbo, Palermo 1974.
    Ferdinando Virdia: "Pirandello", Mursia, Milano 1975.
    A. Leone de Castris, "Storia di Pirandello", Laterza, Bari 1977.
    Simona Costa: "Luigi Pirandello", La Nuova Italia, Firenze 1978.
    Georges Pirou: "Pirandello", Sellerio editore, Palermo 1980.
    Enzo Lauretta: "Luigi Pirandello", Mursia, Milano 1980.
    Alfredo Barbina,  "La biblioteca di Luigi Pirandello",  Bulzoni,  Roma
    1980.
    Maurizio  Del  Ministro,   "Pirandello.  Scena  personaggio  e  film",
    Bulzoni, Roma 1980.
    Giovanni Macchia,  "Pirandello o la stanza della tortura",  Mondadori,
    Milano 1981.

    INOLTRE
    Luigi Pirandello: "Carteggi inediti" (con Ojetti,  Albertini, Orvieto,
    Novaro, De Gubernatis, De Filippo),  a cura di Sarah-Zappulla Muscar,
    Bulzoni, Roma 1980.
